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Gatta Cenerentola – Uno sguardo italiano, animato tra magia e memoria [Intervista a Marino Guarnieri]

Gatta Cenerentola è una piccola perla cinematografica, capace di significare molto, in molti modi, per gli sguardi italiani, ma non solo.

E’ un’opera animata diretta da quattro artisti partenopei, Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone, ricchi di quel coraggio che solo chi vuole inseguire la speranza della fantasia sa mostrare. Ed è forse proprio questo il presupposto della loro piccola grande rivoluzione: produrre una fiaba svincolata dalle major dell’animazione, sincera come l’opera di un artigiano che lavora tra passione e dedizione, connesso coralmente a coloro che ha incontrato nel suo cammino e con cui a scelto di perseverare, lì dove è cresciuto, senza fuggire ma credendo nei suoi luoghi.

Ispirata dall’omonima fiaba di Giambattista Basile, ci colloca in una nave, emblema di un sogno di cultura e condivisione che vedeva nel porto di Napoli il suo polo, ma che verrà condannata a stagnare, dimenticandosi ciò sarebbe dovuta essere, ma mai dimenticandosi cosa volesse significare. Perchè quella nave ha una memoria, pensata per farle girare il mondo ed immagazzinare ogni storia umana, ogni animale di questa terra, ogni lingua, ogni emozione, ma non solo: ha anche dei veri e propri ricordi, concepiti come ologrammi che mostrano ciò che fu così che possa per noi essere sempre. Ed è questa poetica quasi “magica” frutto di un intreccio tra tecnologia, memoria ed umanità, concepita da chi sogna per l’uomo e non per se stesso, che agirà silenziosamente in favore di coloro che alla ruggine rispondono speranza.

Una storia tragica, che mostra due volti dell’uomo nella sua città, tra chi vuole esserne re costi quel che costi e chi vuole trasformarla in un regno beato, anche se ciò implichi darvi la vita.

Una storia che non va contenuta nei suoi messaggi, ma nelle sue emozioni, capaci di mostrarci sfumature diverse a seconda dello sguardo, sempre ricolme di una piccola lezione sulle nostre storie.

Ieri abbiamo avuto l’immenso piacere di vivere, grazie al Bif&st, questa storia, la cui semplicità si rivela così accessibile da poter portare sorrisi ma anche sinceri momenti di poesia e di emozione.

Ma non solo: oggi abbiamo avuto l’immenso piacere di chiacchierare con uno dei suoi suddetti registi, Marino Guarnieri, un vero artigiano dell’immaginazione. Un caffè spontaneo e divertente, attraverso il quale  ci ha portato con sé verso un’infinita gamma di sguardi e riflessioni davvero preziosi.

Ci ha tenuto che gli dessimo del “Tu”.

Ciao Marino, grazie davvero per questa occasione. Come prima domanda volevamo ricollegarci al tuo intervento di ieri: quando introdotto questo vostro bellissimo film, hai parlato dell’animazione non come un genere ma come un linguaggio. A quel punto ci è venuto in mente un filosofo del novecento, Wittgenstein, il quale diceva che <i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo>. Tu pensi per caso che l’animazione in qualche modo permetta di diminuire i limiti sulle cose che possiamo guardare di questa realtà?

“Io penso che il cinema diminuisca questi limiti, in generale. In realtà il fatto di raccontare storie annulla qualsiasi tipo di limite. In una storia potrei raccontare di essere in un pianeta in cui l’essere umano non è mai andato. E’ la fantasia che toglie tutti i limiti delle possibilità umane: in essa i limiti non esistono. Purtroppo però, come ogni forma di comunicazione, ad un certo punto viene invasa dai dogmi, come per la scrittura, il lessico ci sono delle regole: non potrei dire “se vorrei” perché è sbagliato per la lingua italiana. Un bambino invece se ne frega, ed è la libertà più bella. Un bambino sa anche cambiare idea, cosa che a volte gli adulti si dimenticano, perché hanno detto una cosa e quella deve essere. Il bambino non si limita, noi sì: e quella società dove bisogna andare vestiti in un certo modo, uniformarsi alle regole, come può essere definita libera e senza limiti? Noi, con questo mestiere, cerchiamo di tornare indietro un attimo, provando ad immaginare magari John Lennon che arriva oggi a Napoli e si fuma una sigaretta, dinnanzi al Vesuvio, con un buon tarallo. E questo lo potrei fare con l’animazione, anche con il cinema, con un attore che gli somigli, o per una clip musicale. Ma l’animazione essendo irrealistica, lo rende reale immediatamente. Non pensi al fatto che magari non gli somigli, perché non è reale, ma proprio non essendolo lo accetti con una semplicità maggiore. Da questo punto di vista lavorare con l’animazione ti permette davvero di fare quello che vuoi, anche il cinema certo, ma l’animazione ha questo tipo di cifra stilistica che te lo fa accettare subito per quello che è. Perché è animato: è una cosa che non esiste, ma quindi esiste di più.”

E’ davvero bello quello che ci hai appena mostrato. Ma proprio a proposito dello stile: Gatta Cenerentola ne ha uno molto particolare. Vi siete ispirati a qualcosa in particolare?

“E chi non ne ha! Tutti noi che abbiamo lavorato a questo film, abbiamo iniziato che avevamo 20/30 anni ed oggi siamo tra i 30 e i 40, a parte qualche giovanissimo. Quindi siamo quasi tutti nati nel pieno del passaggio tra analogico e digitale, dai “pupazzi” alla computer grafica: siamo pur sempre figli di Star Wars, conosciamo Jabba The Hutt e poi lo rivediamo 15 anni dopo in digitale, rifatto completamente. Ed ora c’è una certa nostalgia verso un certo stile, ad esempio nel trailer di Venom ho percepito un ritorno della computer grafica allo stile pupazzesco. Prendete anche l’esempio di Yoda, sempre in Star Wars. Le nostre ispirazioni sono quello che viviamo. Ci chiedono perché parliamo di storie napoletane, ma se ci pensate nessuno chiederebbe ad un NewYorkese perché fa film americano. Questo perché oggi ci sono certi canoni a cui aderire: La Pixar, La Disney inseguono un determinato tipo di estetica, uno standard di qualità che vuole il mercato. In quel caso entri a far parte di una griglia, con tempi e costi definiti per ogni singolo fotogramma. Per un fotogramma di Gatta Cenerentola invece dipende, perché è una contaminazione tra di noi, che ci ispiriamo da tutto. 15 persone che lavorano ad ogni fotogramma, lavorano a tutto il film: l’ispirazione cade in un bacino più grande dal quale attingono tutti. Arriva da tutte le nostre vite, da cose avvenute in passato, anche 25 anni fa. Quando disegno mi tornano in mente e non so del tutto da dove provengano, arrivano da qualunque cosa, e poi si evolvono e si compiono. E nel nostro contaminarci, quando poi vediamo il disegno, riconosciamo qualcosa che possiamo ricondurre ma non è uno stile riconducibile solo ad uno di noi. Non sai effettivamente chi l’ha fatta. Faccio sempre questo esempio: io ho una figlia, chi conosce me sostiene che mi somigli, chi conosce mia moglie sostiene che somigli a lei, ma alla fine a chi assomiglia? A tutti e due. Alla fine l’ispirazione dipende da ciò che conosci”

Hai proprio ragione! A tal proposito ci viene in mente un’altra domanda: ieri ci dicevi che quando sostenevate di voler fare animazione, vi “consigliavano” vivamente di andar via dall’Italia. Voi forse siete la prima generazione che ha vissuto questo anatema del dover andar via che ancora si ripropone. Eppure voi siete rimasti, “andate a lavorare a piedi” come hai detto tu. In Gatta Cenerentola, avete mostrato, nella figura del padre, un illuminato che sceglie di rimanere a Napoli, di provare a rendere grande la sua città. Era questo uno dei messaggi della vostra opera?

“Noi abbiamo raccontato una storia, lasciando libero ognuno di trovarvi dei messaggi. Sarebbe anche difficile spiegare cosa ognuno di noi abbia voluto lasciare in essa. La storia è l’ultima cosa che finisce nel creare un film. Tu mi dici che in Gatta Cenerentola c’è Napoli, ma c’è veramente? Ci sono i napoletani, ma la storia è in una nave, mentre Napoli è solo percepita. Ed in quella nave c’è una sorta di dicotomia: tra qualcuno che vuole il bene della città ed anche il suo e qualcuno che vuole il suo bene malgrado la città! E’ questo è purtroppo legato all’individualismo, che in Italia e soprattuto a Napoli, una città che soffre, è  forte. Ma poi in realtà a Napoli c’è anche tanta tolleranza, verso tutti, ma spesso trionfa il luogo comune. Così ci stupiamo che Napoli sia una meta turistica molto gettonata, ma perché dovremmo stupirci? Napoli ha una storia stupenda, quadri meravigliosi, dei Caravaggio che piuttosto che venire valorizzati rattoppano gli spifferi, mentre all’estero con molto meno apprezzano molto di più. Dovremmo capire quello che abbiamo e sfruttarlo davvero, nel senso più bello per la nostra cultura. Noi abbiamo, nel nostro piccolo, provato a mostrare, a sperimentare tramite una favola di Basile, scritta a Napoli nel ‘600 in napoletano, un qualcosa. Noi speriamo di poter ispirare qualcuno o qualcosa.”

C’è una napoletanità molto potente! “Lo sciamano e terapeutico” non si scorda! Ci sono degli attori davvero bravissimi nella recitazione ma anche nel canto. L’ultima canzone è bellissima!

“Ah! Ah! C’è stata una relazione fantastica con gli artisti ed attori di questo progetto. Gragnaniello che ci ha regalato l’ultima canzone ed è rimasto con noi, ma anche attori che hanno davvero superato loro stessi come Massimiliano Gallo e Maria Pia Calzone. Dovete sapere che prima sono state registrate le voci e poi costruiti i personaggi e la storia visivamente, quindi gli attori hanno davvero interpretato nel vero senso della parola i loro ruoli, infatti noi non diciamo doppiare ma <voce guida>.”

Avete davvero creato qualcosa di bello. Un’ultima domanda, se possiamo: un ulteriore elemento affascinante e, a nostro avviso importante in Gatta Cenerentola è il ruolo dei ricordi. Ci sono questi ologrammi che sembra quasi che vogliano agire con una certa coscienza del loro agire, arrivando al momento giusto, veicolando certe prese di coscienza nel corso del film da parte dei personaggi principali. Questo vuole forse dire che la memoria del passato ci dà consapevolezza su come agire, rispetto al nostro presente?

Sicuramente uno impara dal proprio passato. Quando fai un errore ripeti a te stesso, continuamente, che non lo farai mai più: se vieni deluso allora non ti fiderai mai più, se ti si spezza il cuore non ti innamorerai mai più. Ma in realtà stai prendendo, nella tua testa, delle decisioni definitive per degli stati d’animo che non lo sono. Noi variamo sempre, ma comunque non puoi pensare di fare tesoro ed affidamento per quello che vivrai nel futuro: è la rincorsa prima del salto che ti fa fare il salto migliore, andando indietro per poi avanzare e saltare in avanti. Poi, penso che gli  ologrammi, rappresentino un po’ la magia, che poi è la tecnologia per chi ancora ignora. E questa tecnologia magica cristallizza il polo della scienza e della memoria: li mette insieme, per poter conservare la conoscenza di tutto il mondo, immaginatevi questa nave che gira e raccoglie tutte le culture per poi rendere la storia della Terra visibile a Napoli. Il concetto quindi è forse rendere  la memoria per tutti, come fu per il volgare che rese per tutti la lettura. Un’evoluzione verso una conoscenza universale, per tutti! Infine, ognuno di noi ha letto certe cose in un certo modo: per me ad esempio la nave è un vero e proprio personaggio, che si esprime solo con gli ologrammi, aiutando Mia a capire certe cose. Insomma, nella mia fantasia la nave è la fata madrina.”

 

 

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"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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