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Bertolucci, Brando e la tragicità dell’Ultimo Tango

“C’era questo titolo: Ultimo tango a Parigi, che mi piaceva molto, anche se non sapevo bene di cosa avrebbe trattato. Poi, piano piano, la storia di un un uomo e di una donna che si incontrano, in un luogo anonimo, che non sa bene nessuno dei due. Provai ad andare prima da Belmondo, che era il mio mito per via di Fino all’ultimo respiro di Godard, che lesse la sceneggiatura e quasi mi cacciò da suo ufficio! Disse <Questo è un porno, io non faccio porno>. Poi andai da Alain Delon, che ebbe un approccio diverso: disse <Mi piace tanto, ma io voglio essere anche il produttore del film>, e li ho capito che c’era in agguato un grande attore, oramai molto molto importante che voleva avere il controllo del film, perché aveva capito che era un film che andava verso terreni inesplorati. E allora dissi <No grazie, non puoi essere attore e produttore.>, non conoscevo l’espressione ma era un conflitto di interessi. Poi una sera, cenando a piazza Navona qualcuno disse <E Marlon Brando?>, nessuno sapeva più che fine aveva fatto, era sparito perché prima era sparito, poi aveva fatto il Padrino e poi era sparito di nuovo. Insomma finalmente qualcuno riuscì ad organizzare un incontro di due o tre giorni a Parigi all’Hotel Raphael. Andai ad incontrarlo, mi colpì moltissimo. Mi ricordo che eravamo seduti in albergo, gli raccontai la storia con un inglese improbabile in un minuto e mezzo e poi lo guardai, ma nessuna reazione. E poi gli dissi <Ma insomma, perché non mi guardi negli occhi? Ti sto raccontando il film che voglio fare!> e lui rispose <Perché voglio vedere quand’è che la smetti di fare quel movimento nevrotico con il piede!> Allora poi vide il Conformista e capii da come reagì che le cose andavano bene. Lui mi disse <Va bene, verrai un mese a Los Angeles a discutere un po’ della sceneggiatura.> E quando andai a Los Angeles, non ci ero mai andato, una non-città che ora amo, lui mi venne a prendere dall’albergo e mi portò a casa sua a Mullholand Drive, mi indicò un animale particolare e mi disse <Vedi, quello è un coyote!>, perché a Los Angeles incontri il deserto dietro casa. Andavo ogni giorno a casa sua e parlavamo dell’eternità, della vita, della morte. Mai del film. Allora ero contento perché voleva dire che non ci fosse nessun pregiudizio. E durante il film era una pacchia.”

Così narra l’eterno Bertolucci, questa mattina, alla fine della prima proiezione della versione restaurata di Ultimo Tango a Parigi. Un film che ha avuto una storia quanto mai paradossale: tra i massimi successi italiani di sempre, eppure capace di portare infinite censure e persino una condanna al regista, togliendogli  il diritto al voto per 5 anni.

Un uomo ed una donna si trovano, nel medesimo attimo, in una casa sfitta, dove convogliano istantanee tensioni sussurrate e sguardi intrigati: subito si scontrano sessualmente in un breve, violento coito inaspettato.

Lei ( Maria Schneider) giovane, solare, ancora ricolma di quella curiosità perversa per la vita. Lui (Marlon Brando) molte più lune a suo carico, tenebroso, contenuto nel suo animo, esplosivo solo nel suo bisogno sessuale. I due decidono di rincontrarsi lì,  lui rimarca il fare di quell’imprevisto potentissimo una costante fuori dal reale che proprio il reale forse contrasta: in quella casa anonima e senza storia, senza dirsi i loro nomi, raccontandosi solo ciò che possa essere sia vero che falso. Lei, inebriata da un uomo maturo, dominante, silenziosamente tragico, accetta.

Così, in un ritmo dagli acuti violenti, si narra una parabola destinata alla tragedia, non per un infausto destino come la tradizione tragica avrebbe voluto, ma perché vi è uno scontro  tra creazione e distruzione: la giovane ragazza vede nascere da quella perversione una forma creativa e fanciullesca di amore, ma lui, l’uomo, ha tutta un’altra storia.

Di quella tendenza all’amore ella si nutre, sino a giungere alla disperazione. Di quel dissipare l’amore egli si condanna, solo per poter esplodere nella sua sofferenza, in un’imprescindibile pulsione alla morte. Ma questo non ci è palesato, non è narrato, ma un qualcosa di più.

Ultimo tango a Parigi scava e scava ancora, concedendoci di vedere ciò che le rifiniture drammatiche non mostrerebbero: come ci sia del folle negli affondi pulsionali, ritorni al primitivo eros e thanatos, sia fanciullo che crepuscolo, in un film che solo nella sua finale discesa comprendi quando abbia indagato, quanto abbia svelato dell’umano sofferente.

Un film che ha posseduto Marlon Brando, capace di impossessarsi della vera degenerazione di uomo, non drammatizzata in assoluti improbabili, ma capace di corrodere, trasformandoci in esseri tragici che non possono più essere altrimenti.

E quell’ultimo tango davvero non ci si aspetta, prima di perdersi in una poetica quanto mai suggestiva e riconoscibile in quello che vuole essere, cosa voglia significare.

E così, proprio Bertolucci, continuando ci confessa, quasi sussurrando:

“Un film anche pieno di dolore, perché insomma è la storia di un personaggio disperatissimo, infatti va verso un suo destino che forse lui conosce da prima.”

 

Andrea Vailati

"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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