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L’Isola dei Cani – Domo Arigato, Mr. Anderson

 

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La scelta di un regista di produrre un determinato film non è mai casuale. Viene determinata dal rapporto che il regista ha con il suo stesso stile, quanto vuole rispettarlo, quanto vuole stravolgerlo, se vuole rispondere a un film creato in precedenza o se vuole cambiare perfettamente genere.
Con L’Isola dei Cani , l’impressione è che Wes Anderson volesse tornare nella nicchia che si era scavato con Fantastic Mr.Fox nel genere dell’animazione stop-motion, con l’intenzione però di espandere i suoi orizzonti, aldilà della sua culla culturale europea e americana tipicamente chic, verso la terra del Sol Levante e la cultura legata ad essa.

Il film vede protagonisti un gruppo di cani abbandonati su un’isola infestata dalla spazzatura, messi in quarantena in seguito a un’epidemia diffusa tra i migliori amici dell’uomo, mentre il giovane Atari Kobayashi, nipote del granitico sindaco di Megasaki, si avventura nel territorio dimenticato per cercare il suo cane da guardia, Spots.
La trama si sviluppa in modo diretto e semplice, evitando però la banalità grazie all’immensa cura per i dettagli che Anderson riserva a ogni altro aspetto della produzione, dalla sceneggiatura, alla regia e alla scenografia nella quale i suoi pupazzi vengono animati.

I dialoghi sono tipicamente nel suo stile, a metà tra un impassibile sarcasmo e una genuina emotività che lascia sempre intendere di più di quel che trapela sullo schermo. Uno dei grandi pregi del regista texano è la sua capacità di scrivere relazioni tra persone e mondi in modo assolutamente credibile seppur surreali: Gran Budapest Hotel e il Treno per il Darjeeling, per esempio, riescono a comunicare la sensazione che il film copre solo un capitolo di una storia più lunga, complessa e ricca di conflitti quotidiani, e L’isola dei cani non è diverso, dando uno spessore alla città di Megasaki e alla famiglia Kobayashi che si allontanano così dalle aspettative che normalmente avremmo da un film ambientato nell’odierno Giappone. Nonostante le influenze da grandi maestri, in primis Kurosawa e le sue epiche, Wes Anderson si appropria del Giappone e delle sue estetiche per imprimerci le sue sensibilità, pur rispettandone la cultura.

Uno delle scelte più azzeccate del film è infatti quella di lasciare i dialoghi tra giapponesi esclusivamente in giapponese, senza sottotitoli ma puntualmente tradotte da interpreti o comprensibili dal contesto. Così facendo, il contrasto tra i cani e la tirannia del sindaco Kobayashi viene accentuato e la rigidità della lingua  e della indole del popolo giapponese si sposa perfettamente con la rigidità innata dell’animazione stop motion. Laddove altri registi avrebbero scelto con pigrizia di avere giusto due o tre battute in giapponese, Anderson realizza così la potenzialità dell’uso della lingua straniera come strumento narrativo.

Dal punto di vista esclusivamente tecnico e stilistico, la produzione del film è di qualità altissima, curata a livello maniacale e ricca di innumerevoli tocci di classe e colpi di genio nella sua presentazione.  Il feticismo per la simmetria tipico di Anderson qui meraviglia per l’insistenza con cui si propone, anche in un’ambientazione caotica e al limite del post apocalittico come quella dell’Isola, mostrando quindi un’adorabile desolazione.

La colonna sonora del Premio Oscar Alexandre Desplat rispecchia appieno l’ispirazione dietro il film, con brani che si alternano tra l’epico, degno dei Jindaigeki di Kurosawa, e la canzonante allegria dal tono fanciullesco dell’opera. Menzione d’onore anche per il doppiaggio italiano, che non scade mai di qualità, neanche davanti a un cast originale composto da titani come Edward Norton, Bill Murray, Bryan Cranston, Scarlett Johannson, Frances McDorman e tanti altri, troppi per essere citati tutti qui.

L’isola dei Cani quindi si pone come un altro minuscolo e delicato gioiello nella ormai ricca filmografia di Wes Anderson, nonostante l’originalità dello stile e della produzione vada a scapito dell’originalità della trama e del suo sviluppo.
Colmo di spirito e di ingegnosità, lascia lo spettatore con un sorriso soddisfatto, l’orecchio goloso di riascoltare le note che scandiscono l’azione sullo schermo e l’occhio già rivolto verso il prossimo lavoro dell’autore texano, diretto verso chissà quale nuovo, eccentrico e ameno lido.

Leggi anche: Il treno per il Darjeeling – Un viaggio surreale verso la spiritualità

Enrico Sciacovelli
Un altro di quei tipi che parla troppo di film e vorrebbe essere pagato per farlo, anzichè lamentarsi dell'ultimo Transformers senza successo.

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