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Andrej Rublëv – Il Poetico come Bellezza che dona senso alla Sofferenza

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Andrej Rublëv – Il Poetico come Bellezza che dona senso alla Sofferenza

Scrive il regista Andrej Tarkovskij in Scolpire il Tempo, lo scrigno che racchiude le gemme delle sue riflessioni sulla prassi e l’arte cinematografica:

“E’ difficile pensare che il concetto di immagine artistica possa essere espresso con una formula chiara, precisa e comprensibile. Questo al tempo stesso non è né possibile né auspicabile. Posso soltanto dire che l’immagine tende all’infinito e conduce all’assoluto.”

Andrej Rublëv, il protagonista del film (1966) che da lui prende il nome, è perfettamente consapevole di questa caratteristica dell’arte. Pittore di icone di straordinario talento, all’interno del monastero di Andronikov in cui è cresciuto si è esercitato per tutta la vita a raffigurare Dio con tempere e pennelli. Solo che ne è consapevole in modo ancora astratto, puramente concettuale: la fede più pura deve incontrare la sofferenza più pura e farsene carico, per diventare autentica testimonianza.

Questo è il destino di ogni artista. 

Quando viene chiamato a Mosca per decorare la Cattedrale dell’Annunciazione, per la prima volta abbandona il luogo protetto del suo monastero e si immerge nel mondo reale. Lì per la prima volta si troverà a contatto con il dolore, incontrando l’umanità; una umanità prigioniera di un circolo vizioso, che le fa ripetere i suoi errori e le sue colpe in un moto perpetuo.

E tutte le idee che Andrej si era fatto della vita, verranno distrutte a contatto con la vita stessa.

Il compito che Tarkovskij si propone nel suo capolavoro è dei più ardui: mostrare l’evoluzione spirituale di un artista, come il seme del suo talento possa farsi albero nel terreno fertile del suo cuore

Per farlo il regista traccia un percorso non lineare ma diviso in capitoli apparentemente distanti fra loro. In realtà lentamente comprendiamo che gli episodi che a prima vista non appaiono legati da un filo logico o di successione temporale, sono connessi fra loro ad un livello più profondo, in quanto tappe fondamentali del percorso evolutivo dell’uomo e dell’artista: più simili a gemme di diverso colore e brillantezza incastonate in una unica tiara, che a perle tenute insieme dal filo di una collana.  Quello che Tarkovskij ci mostra nelle inquadrature non si esaurisce all’interno di esse, ma allude soltanto a qualcosa che si estende al di fuori di essa: allude alla vita.

Perché la verità, di cui Andrej all’inizio è portatore anche se in astratto, non può essere insegnata, ma soltanto vissuta, impressa a fuoco sulla propria pelle. E questo è possibile solo attraverso l’uscita da sé e lo scontro con il dolore e la contraddizione, l’antitesi che permetterà la riconciliazione in una sintesi superiore.

Arrivare alla conoscenza attraverso il dolore è forse il più grande insegnamento dell’anima russa, che Rublëv condivide, su tutti, con il Raskol’nikov di Dostoevskij.

Andrej inizialmente cerca di penetrare con il pensiero fino all’essenza delle cose. Dopo aver assistito al saccheggio della città di Vladimir da parte dei Tartari, si convince però che in un mondo dominato dalla violenza sia impossibile parlare al cuore degli uomini. É impossibile parlare di Dio attraverso le forme del creato: non si può testimoniare l’Assoluto in alcun modo, nemmeno attraverso l’arte. Questa è la conclusione a cui giunge Andrej. Non si può comunicare ciò che è totalmente Altro. L’unico modo di testimoniare l’Assoluto è non testimoniarlo affatto, attraverso il silenzio.

Ma il carbone ardente che cade nella neve alla fine del penultimo capitolo, quello sul Silenzio, diventa la fiammata che forgia la campana dell’ultimo capitolo, e con essa la rinascita dell’uomo. Lì Andrej assisterà ad un vero e proprio miracolo.

Un giovane ragazzo orfano, Boriska, figlio di un fonditore, si mette al servizio del Duca per costruire una campana. La peste ha decimato i villaggi, e il giovane, che deve scontrarsi con la diffidenza generale, è l’unico a conoscenza del segreto della fusione delle campane. Boriska mette a repentaglio la sua vita, consapevole che se la sua opera non dovesse suonare, il Duca prenderà la sua testa assieme a quella di tutti i manovali che lo hanno aiutato nell’impresa.

Quando infine la campana suona, la sofferenza ed il travaglio interiore di Boriska si trasfigurano in un momento di comunione che dona gioia al popolo intero. Il ragazzo si lascia andare ad un pianto liberatorio, ammettendo di non aver mai conosciuto il segreto della fusione: è stata solo la sua fede a rendere possibile il miracolo.

Testimone di quel momento, Andrej si commuoverà al punto da spezzare il suo silenzio. Tornerà a dipingere, testimoniando Dio attraverso le sue opere. Capirà che il senso profondo della sua missione in quanto artista è quello di mettere il suo dono al servizio degli altri, e fare quello che il piccolo Boriska ha fatto solo inconsciamente: superare la sofferenza per raggiungere la bellezza.

Compreso questo, a Mosca Andrej dipingerà la celebre Trinità: forse il simbolo più alto dell’Assoluto e del suo Mistero.

Vogliamo chiudere questa ricerca sul poetico cinematografico con un’ultima citazione tratta da Scolpire il Tempo, dove Tarkovskij parla della celebre Zona del suo film Stalker. Questo per ricordare un’ ultima volta come la funzione del simbolo non sia quella di stare per qualcos’altro, ma solo per l’inesprimibile, per ciò che non può essere espresso in altro modo. E di quale sia la funzione dell’arte non solo cinematografica, ma in tutte le sue forme:

Mi hanno sovente domandato che cos’è la Zona, che cosa simboleggia, ed hanno avanzato le interpretazioni più impensabili. Io cado in uno stato di rabbia e di disperazione quando sento domande del genere. La Zona, come ogni altra cosa nei miei film, non simboleggia nulla: la Zona è la Zona, la Zona è la vita. Attraversandola l’uomo si spezza, o resiste. Se l’uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero.”

 

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