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Dogman – Nella Violenza, ci Dimentichiamo chi Siamo

 

Dopo sedici anni dal successo con il bellissimo L’imbalsamatore, Matteo Garrone torna a Cannes (questa volta in concorso) con il suo ultimo lavoro: Dogman.

Il parallelo tra i due film nasce spontaneo, trattandosi in entrambi i casi di due efferati crimini ripresi dalla cronaca nera italiana e riportati su pellicola. C’è tuttavia qualcosa che rende Dogman un film per un certo senso innovativo nella filmografia del regista, quello che possiamo definire un passo avanti.

Una storia di uomini, cani e la violenza che li accomuna.

Garrone non rinuncia al suo gusto per “l’orrido urbano”, già mostratoci sia ne L’imbalsamatore che in Gomorra, dove gli asettici palazzi di Scampia producono una desolazione non indifferente.
Ambienta il suo ultimo lavoro in una Roma senza tempo e senza luogo, una Roma degna del Far West. All’interno di questo deserto urbano si muovono i personaggi della vicenda che, proprio come nei Western degni di memoria, sono artefici del proprio destino e responsabili di se stessi.

Marcello è il proprietario di una toeletta per cani, un uomo mite e gracile che vive del suo amore per gli animali, superato solo da quello per sua figlia.
I suoi amici sono i proprietari di varie altre attività nel vicinato, dai compro oro alle sale gioco, con i quali Marcello si trova spesso a discutere di Simoncino, un corpulento ragazzo che  pare conoscere solo il linguaggio della violenza e che con i suoi modi da troglodita complica le vite di tutti nel quartiere.

Marcello però ha instaurato un rapporto di amicizia con il “Cane sciolto” del quartiere, ponendosi quindi come l’unico in grado di tenerlo a bada o capace di fare da intermediario tra il criminale e i negozianti del quartiere, che vorrebbero invece ingaggiare dei sicari per eliminare il problema alla radice.
Tuttavia Marcello non può fare a meno di farsi coinvolgere da Simoncino anche dove non dovrebbe, facendo da palo o procurandogli dosi di cocaina.
L’amore e la pazienza che Marcello mostra ai suoi cani, forse, può anche ammansire il suo amico violento.

Le cose tuttavia si complicano quando Simone si rende conto che la toeletta di Marcello è comunicante con il compro oro accanto, le due proprietà sono divise solo da una debole parete. Senza possibilità di scegliere di fronte alla violenza schiacciante del suo “amico”, Marcello accetta a suo malgrado di rendersi partecipe della malefatta, sapendo di andare in contro alla rovina. Il mattino successivo Marcello viene condotto in commissariato e, rifiutando di rilasciare una confessione, viene condannato ad un anno di carcere.

Il film fino a questo punto tiene un ritmo impeccabile,il quale aumenterà ancora  di più nella fase successiva, per mostrare l’animo tormentato di un uomo che, pur essendo stanco delle vessazioni e dei soprusi che la crudele civiltà umana gli riserba, non riesce a ribellarsi ad essi, a causa della sua bontà d’animo.
Gli unici legami umani che Marcello ha con il mondo, a parte quello con sua figlia, sono quelli di una convivenza tranquilla con il vicinato e il rispetto che si è guadagnato nel quartiere. Legami irrimediabilmente spezzati, a distanza di un anno dall’arresto.

Garrone ci mostra quello che succede a Marcello durante la sua reclusione senza usare parole, il piano sequenza, assieme all’espressione del nostro protagonista, racconta perfettamente la sua desolazione all’ingresso in carcere.
Marcello ritorna quindi come il traditore, quello che si è piegato al nemico, e l’ulteriore beffa che lo aspetta è la sparizione del bottino che Simone aveva promesso, completamente sperperato in droga e moto da corsa.

Dopo vari tentativi, Marcello riesce ad incontrare Simone, dal quale riceverà solo altri insulti e la certezza di non rivedere un soldo. Qui cominciamo ad intravedere qualcosa di rotto, un meccanismo interiore ormai innescato in Marcello ed è lui stesso a dircelo quando urla e dichiara di “non essere più quello di prima”: Marcello comincia a colpire con forza la moto di Simone con un piede di porco; un’esplosione di rabbia inaspettata, specie da un uomo che ha mostrato una pazienza fuori dal comune, finora.

Dopo aver subito l’ennesimo pestaggio e avergli posto le scuse per il suo gesto, Marcello invita Simone alla toeletta quella sera stessa per un colpo facile, promettendogli in cambio della buona cocaina. Simone accetta e una volta arrivato viene invitato ad entrare in una grossa gabbia per cani per nascondersi e poi sorprendere dei pusher che sarebbero arrivati a breve.
Qui Marcello ha usato lo stesso procedimento che usa con i suoi cani: lo attira in gabbia con una promessa di un premio a lui gradito, per poi schernire e calmare l’animale rinchiuso. Il suo non è un gesto violento, però. Marcello cerca solo di ammaestrare il suo amico, per redimerlo e farsi finalmente amare, guidato dallo stesso sentimento coi cui ha redento e amato i suoi cani.

Tuttavia Simone non è un cane e quella gabbia non può trattenerlo per sempre.
La costante lotta tra il prigioniero e il suo custode degenera: Simone si libera, viene colpito alla testa e poi legato con un guinzaglio di metallo.
I due lottano di nuovo in una sequenza girata magistralmente, ma stavolta il prigioniero muore, soffocato dal suo collare.
Marcello ha perso il controllo della situazione e di se stesso ed entra quasi inconsapevolmente in un vortice di violenza che non aveva intenzione di generare.

A questo punto il nostro protagonista porta il corpo di Simone in un campo per disfarsene e in preda alla confusione data dalla droga e dalla consapevolezza di aver commesso qualcosa di deleterio, crede di vedere i suoi vecchi amici del quartiere giocare a calcetto. Conscio del fatto che essi desideravano la morte di Simoncino, va a recuperare il cadavere e cerca di mostrarlo a loro come trofeo e pegno per essere nuovamente accettato nella comunità.
Tuttavia egli è lì da solo, i suoi amici non sono lì, quella appena vissuta non era altro che una cruda allucinazione.  Il suo fallito gesto finale risulta vano e quello che rimane è un omicidio: niente di più, niente di meno, qualcosa di ingiustificabile.

Un uomo che ha vissuto in nome dell’amore per gli animali e quello guadagnatosi dal vicinato ora vaga per le strade desolate della città, con il cadavere del suo amico a fatica tenuto in spalla.
Il film a questo punto si chiude, mostrandoci una lunga inquadratura sul volto di Marcello, un volto che comincia a prendere consapevolezza dell’azione compiuta; il volto di un uomo che ha cercato di addomesticare un uomo malvagio con le sue cure, ma è andato invece incontro al disastro e al fallimento.
Marcello paga le conseguenza di una certezza assoluta, una certezza che non ha ignorato, ma che in cuor suo cercava di smentire: gli uomini sono animali ben diversi dai suoi amati cani. Alcuni di loro non possono essere addolciti, ma possono passare allo stesso modo la loro rabbia, la loro malattia.

Il film stesso, che fino alla morte di Simone si era mosso con un ritmo forsennato, ora si ferma, reso docile dagli eventi del film, come un cane prima morde le sbarre della sua gabbia e ora si riposa.
Anche lo spettatore avverte un senso di calma, ma inquieta.
L’espressione finale di Marcello e la scena che ci mostra la desolazione cittadina che lo circonda è un pugno nello stomaco di tutti noi, spettatori che abbiamo assistito alla rovina rapida di un uomo dal cuore buono, un uomo che a causa del suo smisurato anelito d’amore ha finito per condannarsi alla vergogna eterna di un assassino.

Leggi anche: Suburra – La serie: Padri contro Figli

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