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Gaara – L’importanza di amare, la necessità di capire la solitudine

Gaara.

Quando non si è sperimentato l’amore, quando la solitudine ìmpera nella vita di un bambino, quando dell’affetto di una madre non rimane che una parvenza nella sabbia, come si può crescere?

“Uccidendo i sicari che mio padre mandava ad ammazzarmi, ho trovato il mio equilibrio ed ho assaporato il gusto della vita. Sono riuscito a superare il timore di essere ucciso da un momento all’altro. Ho scelto di vivere solo per me stesso e amando solo me stesso. E se penso che le altre persone esistono solamente per darmi l’emozione di essere vivo, per me non c’è mondo più bello di questo. Finché incontrerò sulla mia strada persone da uccidere che mi facciano provare la gioia di vivere…la mia esistenza non verrà cancellata.” Gaara

Gaara, il figlio del Quarto Kazekage, è sempre stato un’arma per il suo popolo, per la sua famiglia, per tutti. Il bambino era accompagnato da un mostro sopito in lui, Shukaku il Tasso monocoda, che l’ha spinto sul baratro della follia, perché quando sei piccolo, solo e hai solo la sabbia a proteggerti dal mondo, la cattiveria, la follia, l’emarginazione sembrano l’unica soluzione; ma il piccolo della Sabbia non è un folle, tutto quello che fa segue una logica ed egli uccide ogni sicario, elimina ogni minaccia per pura difesa.

Privato della donna che l’ha messo al mondo, dello zio che gli professava amore ma che nel profondo provava nei suoi confronti un enorme rancore per la morte della sorella, tanto da tentare di uccidere il piccolo per ordine del Quarto, con un padre stratega anche negli affetti (che comprenderà solo alla fine) chi rimane al suo fianco? Un amico? No, Gaara non ha amici, Shukaku glielo impedisce.

Il piccolo rossiccio dagli occhioni chiari gironzola per il villaggio in cerca di amici, ma trova solo bambini spaventati e genitori restii, lo chiamano “mostro” ma allora non lo era, no, era solo un bambino che voleva giocare a palla, che voleva sentirsi compreso da qualcuno e facente parte di un qualcosa, anche se per poco.

Gaara

Gaara però ha i suoi fratelli maggiori, Temari e Kankuro. Loro gli vogliono bene e gli son sempre affianco ma il timore è sempre in agguato, hanno paura che possa perdere le staffe e spesso lo seguono più come un capo che come un fratello. Nella desertica vita di questo bambino, ormai divenuto adulto, ecco una luce, un bagliore.

Al Villaggio della Foglia conosce infatti un tipo interessante, un ninja molto forte e spericolato della sua età, un ragazzetto chiassoso di nome Naruto che subito lo individua come uno dei più forti dell’esame e vuole sfidarlo. Anch’egli è solo, è cresciuto sovvenzionato dal Terzo Hokage ed era figlio del Quarto: “era” poiché i suoi genitori sono morti in uno scontro per salvargli la vita. Anche lui vuole degli amici, vuole che la gente lo apprezzi e vorrebbe anche divenire il prossimo Hokage.

I suoi sogni sono grandi quasi quanto il suo stomaco (e la sua voglia di ramen), ma Naruto ha la ricetta giusta per non far indigestione di occhiatacce e presto o tardi diverrà l’eroe del villaggio per una dote innata che conserva e che sfoggia appena ne ha l’occasione: la capacità di infondere fiducia, di portare la pace, di credere in un mondo migliore in cui la guerra non sia una necessità ma diventi una tantum fino ad estinguersi. A differenza di Gaara, Naruto vorrebbe prendere tutto l’odio e il disprezzo di cui è stato vittima e di cui il mondo è pieno per trasformarli in serenità.

Gaara
Naruto e Gaara

Naruto:  “La sofferenza di sentirsi soli è veramente insopportabile, immagino quello che provi, non so spiegartelo ma capisco bene il dolore che ti tormenta. Io ho avuto la fortuna di incontrare persone che significano molto per me e adesso non intendo permettere che proprio a loro venga fatto del male […]”

Gaara:  “Ma perché? Perché ti ostini a fare così tanto per gli altri?”

Naruto:  “Perché i miei amici mi hanno salvato dal baratro in cui stavo cadendo […]”

Gaara:  “L’amore… ecco cosa gli dà tutta questa forza.”

 

Gaara è stranito da questa figura ma la trova affine a sé e infatti il biondino diventerà il suo primo amico e il ragazzo della Sabbia subirà una crescita repentina che lo porterà ad essere un ottimo Kazekage, nonché un fedele alleato della Foglia. Un sorriso amico è riuscito a scalfire e a penetrare la sabbia che perennemente lo circonda e lo protegge, a superare la follia di Shukaku che costringe anche all’insonnia il povero Gaara e a colpirlo dritto lì, al petto, al cuore, dove mai nessun sicario era arrivato. È sabbia la sua solitudine, il deserto dei suoi affetti è arido ma sicuramente percorribile, Naruto è un miraggio, un’oasi nel deserto di solitudine di Gaara. La sua aridità infatti derivava solo da questa mancanza, lui non è mai stato crudele, non ha mai desiderato divenire un’arma inscalfibile.

L’ideogramma rosso sulla sua fronte in realtà aveva sempre suggerito la risposta ma nessuno aveva ascoltato il grido di aiuto, la richiesta di un bambino che aveva sanguinato per la prima volta dopo essersi inciso a vita sulla fronte la parola di cui conosceva il suono ma di cui ricercava l’essenza: “Amore”, l’unica cosa di cui avesse davvero bisogno il “mostro”, l’unica emozione che trascende il tempo e lo spazio, che abita ogni essere umano. Il mostro desiderava solo sentirsi amato, ma nessuno ha sentito il suo sussurro perché erano tutti intenti ad ucciderlo. Nessuno, eccetto Naruto.

Leggi anche: Naruto – La guerra che separa, il pensiero filosofico che unisce

Leggi anche: Itachi Uchiha – Il Cavaliere Oscuro

 

Giorgia Fanelli
"Nel Foscolo è visibilissima quell'aria di irrequieto dolore, quel desiderio di pace e di oblio, che fu sì comune agli uomini e agli scrittori della generazione romantica, e che trovò forse la sua espressione artistica più intiera nel Renato di Chateaubriand. Questo lettore di Plutarco, questo che più volte si professa stoico, quando si scopre senza posa a sé e agli amici è un ammalato dei mali profondi delle età di transizione: non molto dissimile in ciò dal Petrarca, di cui perciò comprese così bene gli spiriti". Eugenio Donadoni (critico letterario)

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