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Il Cacciatore – Cosa accade quando guardiamo dentro l’Abisso?

 

Per parlare di un film quale il Cacciatore, forse vale la pena soffermarci un attimo a parlare della sua storia.

Correva l’anno 1978 quando Il regista Michael Cimino, quasi esordiente decide di dirigere questa pellicola. Per intenderci, l’altro film più iconico sulla guerra del Vietnam, Apocalypse Now, verrà girato l’anno successivo. Michael dirige un cast stellare che comprende Robert DeNiro e Christopher Walken, nonché la prima apparizione sul grande schermo di una giovanissima Meryl Streep, al suo esordio nel grande cinema. Sarà invece l’ultimo film per John Cazale, malato di tumore ai polmoni, che non vedrà mai il film realizzato. Dopo soli 5 giorni di riprese, il budget previsto è già stato sforato – e mancano ancora le scene della guerra nel Vietnam. Ma non importa, gli sforzi saranno presto ricompensati: all’uscita nelle sale, il Cacciatore si rivela campione di incassi e vince be 5 premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia.

Subito dopo averci regalato uno dei massimi capolavori della storia del cinema, Michael Cimino realizza uno dei più grandi flop della storia del cinema. I Cancelli del Cielo sarà un fallimento talmente fragoroso da causare la fine di una intera epoca cinematografica, segnando la fine della cosiddetta “Nuova Hollywood” e portando ad un riassetto totale dei rapporti vigenti fra case di produzione e artisti. In un solo colpo Cimino si gioca tutta la fama e il prestigio conquistati, interrompendo la sua carriera in modo drammatico.

La sua ascesa e caduta è stata tanto rapida ed estrema da ricordare la sorte di un eroe omerico. La sua irripetibilità non fa che accrescere la sua mitologia. Ma non serve un aedo per cantarla: è essa stessa il suo canto.

L’apparizione de Il Cacciatore nella storia del cinema è simile a quella di un cervo che si manifesta in una radura luminosa per qualche secondo, prima di scomparire di nuovo alla vista nel fitto del bosco.

Quello che resta è la sensazione di aver visto una immagine di sogno – “ Fled is that music; do I wake or sleep?” , direbbe John Keats – o di essere stati testimoni della fugace apparizione di un dio dell’Olimpo, per rimanere in ambito greco.

L’unica consapevolezza è che pochissimi film hanno raccontato le conseguenze della guerra, la dissoluzione della nostra personalità, e l’amicizia virile in modo tanto profondo.

One shot, un solo colpo. Non è solo l’unico che Michael Cimino ha sparato nel firmamento del cinema, ma è il mantra che il protagonista, Michael, ripete incessantemente ai suoi amici durante la caccia. Il cervo non può difendersi, perciò affinché la sfida tra cacciatore e preda sia leale, il cacciatore ha diritto ad un solo colpo.

Michael ed i suoi migliori amici, Nick e Steven, sono operai di una acciaieria della Pennsylvania, che trascorrono le loro serate a bere al pub e le domeniche sulle montagne con il fucile in spalla. Persone semplici, ragazzi come tanti, almeno finché il loro equilibrio non viene spezzato dalla chiamata fatale, che li invita ad arruolarsi e partire. La scelta è precisa: l’inferno della guerra non viene raccontato attraverso i fucili e i carri armati – la guerra vera e propria occupa una breve parte della pellicola, anche se centrale – ma attraverso l’inferno interiore di chi l‘ha vissuta, attraverso le cicatrici indelebili che lascia dentro l’anima.

Al tempo stesso gli eventi del fronte vengono riuniti in un unico grande simbolo, una scena destinata ad imprimersi nella memoria collettiva del cinema: quella della roulette russa. I tre amici vengono presi prigionieri insieme ad altri soldati americani e costretti a sfidarsi a turno in un gioco mortale, mentre i loro aguzzini scommettono se le loro teste salteranno o meno. Dalle fresche sorgenti della montagna – che vale la pena ricordare, rappresenta nella mitologia il luogo della rivelazione, dove ad esempio Mosè riceve le tavole del Decalogo – ci si inabissa nelle acque paludose del fiume Mekong, nelle gabbie di canne in cui vengono tenuti i prigionieri in attesa del loro turno.

Qui il simbolo dell’unico proiettile cambia completamente di significato. Quello che nel rituale della caccia rappresentava un legame fra cacciatore e preda – la consapevolezza della loro profonda interconnessione nella prospettiva di una vita universale che eternamente si riafferma solo sacrificando se stessa a se stessa – perde nella roulette russa ogni significato possibile, diventando strumento che confina la vita umana nel limbo della assoluta mancanza di senso.

La scena della roulette russa, comunque, non è l’unica destinata a fare parte dell’immaginario collettivo: vogliamo citare anche la lunghissima sequenza del matrimonio ortodosso, che nel culmine della gioia lascia presagire la caduta futura; la scena finale, in cui uomini che pure hanno sacrificato una parte di loro stessi all’America ne cantano la benedizione; e la scena al pub, in cui i bagordi improvvisamente si interrompono e Steven suona un notturno di Chopin, che nella leggerezza delle sue note contiene già prefigurato tutto il dolore che sta per travolgerli.

La storia è suddivisa in tre grandi atti, proprio come i movimenti di una sinfonia. Una tesi lunghissima, in cui le vite dei personaggi non vengono solo presentate, ma ne veniamo trascinati dentro. Una antitesi che è il passaggio attraverso la contraddizione più esasperata dello stare al mondo. E una sintesi mancata, impossibile da raggiungere.

Infatti, anche se Michael è riuscito a tirare fuori i suoi amici dalla gabbia lungo il fiume grazie alla pura forza di volontà – e quasi contro la loro volontà – la sua è una gioia effimera, perché si rende presto conto che nulla potrà mai più essere come prima. Non solo per Steven, che perde le sue gambe, ma anche per lui e Nick, che escono integri fisicamente ma perdono una parte non calcolabile della loro anima.

Non combattere troppo a lungo i mostri, o diventerai tu stesso un mostro. E non guardare troppo a lungo dentro l’abisso, o anche l’abisso guarderà dentro di te.”

ammoniva Friedrich Nietzsche.

Nick era un ragazzo che amava gli alberi, si meravigliava per le loro forme così diverse, in cui la natura manifestava la sua potenza creatrice. Ma una volta guardato l’abisso in faccia, non riesce più a staccarsene. La memoria di quella visione acceca ogni forma e colore. Da quel momento in poi la sua vita diventa una danza sul ciglio di un precipizio che non può che finire con l’inghiottirlo. Perché quando squarci il velo della realtà e scorgi il vuoto dionisiaco, la mancanza di senso che sottende a tutte le cose, ripristinare l’illusione diventa impossibile. Nick ha perduto l’amore per la natura e le sue diverse forme. La luce nel suo sguardo si è spenta per sempre. L’abisso ha guardato dentro di lui.

Per questo rifiuta di tornare indietro per restare a Saigon, dove nei locali clandestini continua a giocare con la morte, puntando ogni sera una pistola alla sua testa e premendo il grilletto. Giocando a dadi con una morte che, come sempre accade, sfugge a chi più insistentemente la cerca.

E così nell’ultima parte passiamo dal fuoco delle acciaierie al fuoco delle strade malfamate di Saigon, dove Michael si avventura portando sulle spalle il peso di una promessa stipulata una notte sotto al chiarore della luna, quando ancora la vita sembrava avere almeno la possibilità di un senso e i legami sembravano poter durare per sempre. Per trovare Nick, Michael percorrerà oltre 11 mila chilometri. Ma è tutto inutile, perché Nick non è disperso nello spazio, ma nel tempo. E lui sta inseguendo un fantasma, una persona che non esiste più.

Il disperato tentativo di Michael di salvare il suo migliore amico da se stesso ci regala un finale dalla potenza emotiva difficilmente eguagliabile. 

Perché l’unico modo per provare a cercare una anima perduta nelle profondità di se stessa è accettare di scendere con lei nell’abisso, ancora una volta. Sedersi al tavolo e partecipare ad una danza mortale con un unico proiettile, in cui cade ogni distinzione fra cacciatore e preda – ancora una volta. Ascoltare il suo silenzio, cercare di interpretarlo – il silenzio di chi è consapevole che nessuna parola può testimoniare quello che ha visto laggiù: perché le parole sono solo increspature sulla superficie dell’acqua, che nulla sanno di quello che accade in profondità. Mettere la tua stessa vita sul piatto della bilancia per salvare quella della persona che più ti sta a cuore al mondo, e che per tutta risposta ti sputa in faccia. Rendersi conto improvvisamente che forse è stata la guerra, o forse sei stato tu a renderlo così. Forse se lo avessi lasciato morire in quella capanna sarebbe stato diverso. Tu pensavi di averlo salvato, e invece lo hai ucciso lo stesso. Lo hai trasformato in qualcosa di altro. Che in definitiva è la stessa cosa. 

Ed imparare infine sulla propria pelle la lezione più dolorosa: che è vano ogni tentativo di salvare una persona da se stessa, per quanto la si possa amare.

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