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La Terra dell’abbastanza – L’innocenza gettata nell’abisso

La Terra dell’abbastanza, Fratelli D’innocenzo.

Sono nati due autori.

Probabilmente, o meglio, sicuramente presto per etichettare i gemelli D’innocenzo come i nuovi Taviani, o i Coen italiani. Tuttavia, La Terra dell’abbastanza, loro esordio assoluto, ha già ottenuto plausi e consensi da gran parte delle giurie internazionali, tanto da lasciare più che sorpresi i giovani fratelli romani. E tanto da sollevare il nastro d’argento alla miglior direzione esordiente; ciò che appare ai nostri occhi è un film vero, che vuole dire e vuole mostrare, e nel quale la verve tecnica e creativa dei due registi cattura la nostra attenzione dall’inizio alla fine. E’ un tratto autentico, privo di manierismi, coraggioso.

La terra dell’abbastanza

Si fa subito protagonista lo scenario cupo della periferia romana, tanto caro ai nostri cineasti oggi come allora. Da Caligari a Garrone, passando per il favolistico Mainetti, i sobborghi della capitale hanno occupato più volte lo scenario cinematografico italiano degli ultimi anni, ispirando storie di cruda realtà e tragica deriva. Lo sguardo genuino dei gemelli registi, in questo caso, si posa sulle vicende di Mirko e Manolo, due adolescenti gettati d’improvviso negli antri della malavita romana. Rispettivi interpreti, due giovani dal talento cristallino: Matteo Olivetti e il leggermente più noto Andrea Carpenzano.

In un palcoscenico predisposto alla sconfitta, come più volte sottolineato dai fratelli D’innocenzo, i due amici investono accidentalmente un uomo, passando in pochi attimi dalla serenità delle loro modeste vite ad un vortice di panico e senso di colpa. La cinepresa dei fratelli registi esplora la soggettività dei due adolescenti sbattendoci davanti i loro stati d’animo, le loro angosce, l’effetto del loro errore sui loro occhi innocenti.

La terra dell'abbastanza, fratelli d'Innocenzo
La terra dell’abbastanza

Caso vuole che l’uomo da loro ucciso fosse anche un bersaglio della famiglia malavitosa dei Pantano; sospinti così dalla squallida ed avida figura del padre di Manolo, decidono di entrare nel giro della malavita romana che porterà ad entrambi denaro e protezione legale. I due ragazzi si ritrovano così in una spirale proiettata verso la via di un’inevitabile perdizione; in particolare Mirko, sul quale l’occhio dei registi si posa con maggior insistenza, vede la sua vita capovolgersi improvvisamente. Da un’esistenza modesta ma serena, con un buon rapporto con la madre ed il legame con la coetanea Alba, viene travolto in un vortice di possibilità economiche che distorce la sua giovane visione; frustrazione ed angoscia di fondo, tuttavia, non scompaiono. Il ragazzo entrerà così in una crisi che lo renderà incapace di rapportarsi con gli affetti, mentre l’insito ed irremovibile senso di colpa continua a roderlo dall’interno.

I due amici compiono per mano dei Pantano le azioni più deplorevoli, incapaci di rendersene conto. Ed è proprio quest’inconsapevolezza che, inizialmente, gli permette di muoversi alle soglie di un abisso immenso e oscuro, grande ed imponente quanto il loro ormai segnato futuro. Si motivano a vicenda, si convincono che sia questa la loro strada, consolandosi con l’abbondanza di beni materiali che soppianta, di fatto, l’abbastanza della loro vita prima dell’incidente, semplice ma genuina, modesta ma candida.

E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.

(Friedrich Nietzsche)

Citazione nietzscheana che, seppur abusata, incornicia al meglio il finale del film: i due ragazzi vengono incaricati di intrufolarsi a casa di un ex pugile per ucciderlo a sangue freddo; una volta entrati, un’inquadratura dall’alto ci mostra l’esterno dell’abitazione, senza condurci al suo interno. Sparo, pugile morto steso a terra, focus su un Manolo sorridente con la pistola in mano; passa un secondo, il ragazzo si punta la pistola alla testa e fa partire un colpo, morendo sotto gli occhi di un incredulo Mirko. Quest’ultimo sfoga fiumi di lacrime in una corsa in macchina dal travolgente impatto emotivo, prima di venir ucciso un secondo prima di entrare in commissariato, il mattino seguente.

La terra dell'abbastanza, fratelli d'innocenzo
La terra dell’abbastanza

La Terra dell’abbastanza è un film che si staglia nel panorama italiano come un fulmine nel mezzo della notte.

I fratelli D’innocenzo scavano la storia del nostro cinema sfoderando uno stile tecnico che si ricollega ai padri della nostra settima arte. Dall’indugiare su volti e campi fondi che ci rimanda al primo cinema di Antonioni, alla rosselliniana fulmineità dello sguardo che accompagna la morte di Manolo, o alla profondità di campo che ci immerge nello squallore dei paesaggi, tratto che trova parentele dal cinema di Visconti a quello di Sorrentino. Una pellicola che rompe con canoni e clichè, che al racconto romanzato di un’improbabile ascesa al crimine preferisce mostrarci il peso che eventi del genere possano esercitare sull’equilibrio di due ragazzi così giovani. Condotti al crollo come nella più nuda delle realtà.

Talento, spregiudicatezza e coraggio; così, Damiano e Fabio D’innocenzo alzano la voce in nome di una gioventù smaniosa di potersi esprimere. E se queste sono le premesse, il futuro si prospetta già denso di sorprese.

Leggi anche: Non essere cattivo – Il cinema italiano che racconta spaccati di vita.

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