Home Il Mondo tra Anime e Animazione Perché La Città Incantata rappresenta La Fiaba moderna?

Perché La Città Incantata rappresenta La Fiaba moderna?

La città incantata, capolavoro di Miyazaki, è forse una delle opere che rende più evidente il grande pregio dell’animazione giapponese: ha due chiavi di lettura e, per questo, è adatto ad essere visto sia dai bambini, che ne apprezzeranno la favola, sia da adulti, che invece saranno in grado di coglierne il significato nascosto e il messaggio più recondito.

E così, come il Piccolo Principe non è un libro per bambini, così La città incantata non è un semplice cartone animato, ma un’opera ricca di influssi mitologici e di significati tutt’altro che banali.

La prima volta che ho visto questo film ero una bambina, e ricordo che mi era piaciuto: una storia ricca di fantasia, capace di catapultarti in un mondo parallelo e straordinario.
La seconda volta che ho visto questo film è stata ieri, perché avrei dovuto scrivere la recensione e, purtroppo, essendo ormai passati più  di dieci anni, ricordavo poco e niente della trama e delle sensazioni che La città incantata mi aveva lasciato.

Confesso di aver iniziato la visione piuttosto scettica: noi occidentali non siamo abituati a vedere cartoni animati, se non quando ci facciamo prendere dalla nostalgia e riguardiamo quelle opere d’animazione che hanno accompagnato la nostra crescita. Ma, in questo caso, l’opera di Miyazaki che avevo visto un’unica volta mi si presentava quasi come una sconosciuta.

 

Ed è proprio per questo, forse, che è stato bellissimo.

Chihiro è in macchina con i suoi genitori, in pieno trasloco, triste per la sua vecchia vita che si sta lasciando alle spalle.

Il mio primo mazzo di fiori è stato un regalo d’addio – dice malinconicamente. E già qui lo spettatore si commuove.

Ma i tre, cercando di raggiungere quella che sarebbe stata la loro nuova casa, si smarriscono nel bosco, e si ritrovano davanti a uno strano tunnel.
I genitori, curiosi, scendono dalla macchina e decidono di andare ad esplorare, nonostante le continue rimostranze della paurosa Chihiro.
Si ritrovano così in un luogo che, agli occhi ingenui della bambina, pare incantato, e che ai genitori sembra invece un parco di divertimenti abbandonato.
Trovando una tavola imbandita i genitori affamati iniziano a mangiare con ingordigia.

Quando cala la notte e si accendono le lanterne, però, quella città che sembrava abbandonata prende improvvisamente vita e si scopre essere popolata non da esseri umani, bensì da spiriti.

Chihiro allora scopre che i suoi genitori si sono trasformati in maiali (il che ricorda molto la sorte dell’equipaggio di Ulisse che, dopo essere stato invitato a un banchetto da Circe, viene trasformato dalla maga proprio nello stesso animale).
La ragazzina cerca di fuggire, ma l’acqua che ha circondato la città incantata glielo impedisce.

Un ragazzo misterioso, Haku, le dice che, se vorrà salvare i suoi genitori e sopravvivere in quel mondo magico, avrebbe dovuto cercarsi un lavoro, perchè solo se avesse firmato un contratto Yubaba, la maga che governava la città, non avrebbe più potuto farle del male.

E così inizia l’avventura di Chihiro, un vero e proprio percorso di formazione che la porterà a trasformarsi progressivamente da bambina timorosa in ragazza forte e coraggiosa.

Ma ora cerchiamo di analizzare alcuni dei temi affrontati ne “La città incantata”.

La perdita del nome

Quando Chihiro incontra finalmente Yubaba e firma il contratto di lavoro che le avrebbe permesso di restare nella città incantata, la maga si appropria del suo nome, e le dice che da quel momento in poi si sarebbe fatta chiamare Sen.
Haku in seguito le rivelerà che, se mai si fosse dimenticata completamente il suo nome precedente, sarebbe rimasta vincolata per sempre alla città incantata, come era successo a lui.

Dunque, perchè il nome è così importante?

Da sempre, quando si vuole privare un uomo della propria individualità, per prima cosa lo si priva del nome.

             

Il nome che abbiamo ricevuto alla nostra nascita, che sembra a prima vista una cosa banale, è in realtà la cosa che più di tutte ci contraddistingue: sostituire il proprio nome con quello che ci da un’altra persona significa cambiare se stessi, e diventare dipendenti e succubi di chi quel nuovo nome ci ha dato. Dimenticare il nostro nome originario significa, conseguentemente, perdere definitivamente se stessi e ciò che eravamo.

Emblematico, poi, è il fatto che il nome si perda firmando un contratto di lavoro.

Possibile che Miyazaki volesse muovere una critica, che parrebbe assolutamente fuori posto in un cartone animato se esso fosse destinato esclusivamente a dei bambini, alla spersonalizzazione che spesso opera nel mondo del lavoro, dove l’uomo diviene strumento, e finisce per immedesimarsi totalmente nella propria mansione?

La risposta non può che essere affermativa, se si considera che in Giappone la cultura del lavoro è estremamente sentita, tanto che è stato addirittura coniato un termine per indicare la “morte per lavoro straordinario”: Karoshi.

Troviamo ulteriore conferma a questa tesi quando vediamo per la prima volta le palline di fuliggine, dotate di vita propria, che lavorano strenuamente trasportando pezzi di carbone più grandi di loro, per alimentare le caldaie delle terme.

Quando Chihiro cerca di aiutarli viene subito ripresa da Kamaji, il vecchio delle caldaie, che le dice:

Non puoi togliere così il lavoro agli altri. Se non lavorano, l’incantesimo si rompe e tornano nella fuliggine!

Dunque v’è una totale immedesimazione tra la vita delle palline di fuliggine e il loro essere lavoratori: l’una non potrebbe mai esistere senza l’altro.
Eppure c’è anche un’accezione positiva del lavoro, che ci mostra Miyazaki, e che probabilmente affonda le radici nella tradizione giapponese: Haku, per impedire che Yubaba facesse del male a Chihiro, le consiglia di trovare un lavoro.

Una volta diventata una lavoratrice, parte integrante della società della città incantata, Chihiro necessariamente sarebbe stata accolta.

E’ l’idea di comunità, e di lavoro al servizio della comunità, che deriva dal Confucianesimo ed è molto sentita nel paese del Sol Levante, dalla quale, forse, dovremmo imparare anche noi occidentali.

Il cibo del loro mondo

Appena cala la notte sulla città incantata Chihiro, che a quel mondo non apparteneva, inizia lentamente a dissolversi divenendo inconsistente, come l’aria.

E’ di nuovo Haku a salvarla, porgendole delle bacche e dicendole che, se non avesse mangiato del cibo di quel mondo, sarebbe sparita.
La vicenda ricorda ancora una volta il mito greco, quando Persefone, giunta nell’Ade, mangia i frutti degli inferi e, per questo, è condannata a non poterli più abbandonare. Ma, mentre Persefone non avrebbe mai voluto restare nell’Ade, Chihiro, per salvare i suoi genitori tramutati in maiali, desiderava invece rimanere nella città incantata.

E così Haku, a differenza di Ade che aveva ingannato Persefone per poterla tenere con se, dona a Chihiro le bacche per assecondare i desideri della ragazza.

Lo spirito del fiume

Giunge alle terme un mostro puzzolente e ricoperto di fango, e a Chihiro, l’ultima arrivata, viene affidato il compito di ripulirlo.  Nonostante sembrasse un’impresa impossibile, la ragazza non si arrende, e a un certo punto nota un manubrio conficcato all’interno dell’ospite.

Quel manubrio altro non era che la punta dell’iceberg: tirando e tirando dall’ammasso di fango e poltiglia, oltre a un’intera bicicletta, fuoriesce un ammasso di immondizia, e il mostro puzzolente si scopre essere lo spirito del fiume, distrutto dagli umani e dalla loro inciviltà.

Il senza volto

Chihiro, durante la sua grande avventura, stringe grandi e sinceri legami di amicizia.

Impossibile non farsi conquistare dalla sua purezza e dalla sua determinazione che, da germoglio che era, pian piano sboccia nel corso del film, divenendo uno splendido fiore.

Emblematico è il caso del senza volto: un’ombra nera che indossa una maschera bianca. Credendolo un cliente Chihiro lo invita a entrare nelle terme, ma egli si scopre essere in realtà un mostro.

Capace di generare oro, viene subito idolatrato dal resto del personale, che lo riepie di leccornie e prelibatezze, ma poi la sua ingordigia lo porta a volere sempre di più, sinchè non inizia a divorare gli stessi lavoratori delle terme. Eppure il mostro senza volto aveva conservato per Chihiro, colei che l’aveva lasciato entrare, una sorta di venerazione: è lei l’unica a non temerlo, è lei l’unica a non genuflettersi ai suoi piedi elemosinando oro, ma anzi a respingere quello che le era stato ripetutamente offerto.

Sarà lei, poi, a salvarlo.
E così anche il mostro senza volto  mostra di avere un volto gentile: colui che da tutti era temuto, e tollerato solo in virtù della sua ricchezza, dopo un incontro con Chihiro diviene improvvisamente umano.

Il tema d’amore

La storia tra Chihiro e Haku cresce lentamente, con una delicatezza estrema, ma nonostante ciò non potrebbe essere più intensa.
All’inizio lui vuole proteggerla, quella ragazza di cui ricorda il nome, nonostante Haku si sia scordato persino il suo, e che sente di conoscere da sempre.

Non v’è spazio per smania o bramosia, ma solo per la tenerezza, e Chihiro, candida com’è, non può restare impassibile a tanta discreta devozione.
Ed è così che scopriamo l’amore in un rapporto che inizialmente ci pareva essere di semplice, stretta, amicizia.

Dov’è il confine, tra amore e normale attaccamento? Tra eros e filìa? Tra eros e àgape?

Difficile discernerli… ma alla fine, commossi, non possiamo che trovare la risposta: proteggersi a ogni costo, nonostante i rischi, nonostante tutto.

 

 

E (allerta spoiler) quando Chihiro rivela ad Haku di aver ricordato il suo vero nome, arriviamo addirittura a svelare un significato ancora più profondo.

Ricordate quanto ho detto prima del nome? Che è ciò che più esprime chi siamo, e la nostra individualità?

Bene, Haku aveva perso quel nome, e con esso se stesso, e per questo era rimasto mutilato, destinato ad essere controllato da Yubaba per il resto della vita.

Eppure, grazie a Chihiro e alla forza del suo amore, ritrova quel nome, ritrova se stesso, e si ricongiunge con la sua essenza.

E, rievocando il mito di platonica memoria, forse è vero che gli uomini nascono incompleti, e per ritrovare i loro pezzi mancanti non possano proprio fare a meno di innamorarsi.

 

LEGGI ANCHE: Il castello errante di Howl – Miyazaki e la poetica dell’umanità

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