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Matrix, Inception e Putnam – Tra realtà, sogno e finzione

Generalmente quando parliamo di realtà facciamo riferimento a come il mondo è, a tutto ciò che ne fa parte, alle infinite connessioni al suo interno. È talmente evidente che quel tavolo di fronte a me è reale, come la fruttiera che vi si poggia sopra, che non dobbiamo fare alcuno sforzo cognitivo per riconoscerla, la realtà.

In modo del tutto simmetrico riconosciamo la finzione e i sogni, li etichettiamo come non-reali, come fossero linee ontologiche incommensurabili rispetto a ciò che riteniamo tangibile. È come se la realtà fosse una linea retta e ciò che non ne fa parte – sogni e finzione, appunto – gli corresse accanto come la più parallela fra le rette.

Tuttavia questa geometria delle idee si fa più sfumata ogni volta che ne prendiamo atto consapevolmente, come se più ci si sforzasse di comprendere qualcosa e più quel qualcosa si allontanasse dalla nostra possibilità di comprensione. Un po’ come la vecchia storia di Achille e della tartaruga, per intenderci.

Prendiamo ad esempio il capolavoro di fantascienza Matrix dei fratelli Wachowski, sempre attuale al giorno d’oggi – oppure pionieristico 20 anni fa, se volete.

Thomas Anderson – pseudonimo, Neo – è un hacker che vive la sua vita “normalmente” ignaro di quello che gli sarebbe successo di lì a poco. In seguito ad un messaggio criptico si incontra con il misterioso Morpheus, che gli offre due possibilità alternative, simboleggiate da due pillole di diverso colore: ingerendo la pillola rossa, la vera realtà gli si sarebbe mostrata nella sua totalità, mentre ingerendo la pillola blu si sarebbe svegliato nel suo letto senza il ricordo delle ultime ore.

Queste le parole usate da Morpheus, “Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”.

Neo ingerisce la pillola rossa e scopre che quella che lui ha sempre considerato realtà altro non è che una neuro-simulazione costruita da macchine con intelligenza artificiale per dare agli esseri umani la percezione di vivere la loro vita, nonostante di fatto siano incubati al fine di fornire nutrimento biochimico alle macchine stesse.

L’aspetto più interessante del film – almeno dal mio punto di vista – è che finché non ci viene fornita una realtà alternativa con cui comparare la nostra, riteniamo che ciò che percepiamo sia reale, nel senso più stretto del termine. Certo, ci sono le sensazioni di Neo che qualcosa non quadra nel suo mondo, ci sono i déjà-vu – delle imperfezione del mondo simulato dalle intelligenze artificiali – ma ritengo che siano delle esigenze narrative piuttosto che argomenti cogenti contro la plausibilità di vivere in un mondo simulato senza accorgersene.

Semmai la domanda è un’altra: cambierebbe effettivamente qualcosa se ci trovassimo in un mondo simulato senza saperlo?

Il filosofo americano Hilary Putnam propone un esperimento mentale in proposito. Ci invita ad immaginare che uno scienziato malvagio abbia ridotto l’umanità a dei semplici cervelli in vasca, che ricevono impulsi bioelettrici da un sistema scientifico all’avanguardia in grado di far percepire agli essere umani la realtà del mondo pur non facendone parte.

Immaginate che un essere umano (potete immaginare di essere voi) sia stato sottoposto ad un’operazione da parte di uno scienziato malvagio. Il cervello di quella persona (il vostro cervello) è stato rimosso dal corpo e messo in un’ampolla piena di sostanze chimiche che lo tengono in vita. Le terminazioni nervose sono state connesse ad un computer superscientifico che fa sì che la persona a cui appartiene il cervello abbia l’illusione che tutto sia perfettamente normale. Sembra che ci siano persone, oggetti, il cielo ecc., ma in realtà l’esperienza della persona (la vostra esperienza) è in tutto e per tutto il risultato degli impulsi elettronici che viaggiano dal computer alle terminazioni nervose”.

Poco importa ai fini della nostra trattazione che Putnam riesca a mostrare che, dal punto di vista logico, questo argomento dello scetticismo si auto-confuti nel momento stesso in cui viene alla luce.

È invece rilevante il fatto che, ontologicamente parlando, senza un punto di vista esterno ai cervelli nella vasca probabilmente non riusciremmo a renderci conto di questa condizione. Per intenderci, se i personaggi di un libro (l’ontologia) prendessero coscienza improvvisamente, non saprebbero di essere in un libro – in una realtà inferiore – alla mercé di un entità ontologicamente superiore, il lettore.

Un’ulteriore spinta in questa direzione può essere colta “dietro le quinte” del film Inception, di C. Nolan.

Leonardo di Caprio – alias Dominic Cobb – è un ladro che riesce a rubare i segreti delle persone entrando nei loro sogni con un apparecchio speciale di sua proprietà. Tutto il film ruota ad un duplice livello ontologico: la realtà come la conosciamo e la realtà onirica.

Va sottolineato en passant che i sogni possono essere considerati una forma di finzione del nostro cervello e differiscono quindi dalla finzione di cui abbiamo parlato sino ad ora solamente per la loro portata ristretta: soggettiva piuttosto che intersoggettiva.

I sogni sembrano reali finché ci siamo dentro, non ti pare? Solo quando ci svegliamo ci rendiamo conto che c’era qualcosa di strano”.

Il problema nasce quando non si è più in grado di distinguere i due livelli, come accade alla moglie di Cobb, che dopo aver vissuto troppo nella realtà onirica – dove non si può morire – si butta dal palazzo del suo appartamento, non riuscendo ad afferrare che quella è la vera realtà e che sarebbe dunque morta realmente.

C’è un aiuto che può essere vitale per i viaggiatori dei sogni: si tratta del totem, un oggetto in grado di discernere la realtà dal sogno. Nel caso di Cobb è una trottola che, quando si trova nella dimensione onirica, gira all’infinito, mentre quando si trova nella realtà ovviamente cessa di girare.

Su questo particolare è costruito il finale di Inception che, come buona parte della filmografia di Nolan, è oggetto di diverse interpretazioni. Nella scena conclusiva infatti Cobb fa girare la trottola, ma il film finisce con la trottola in movimento, senza sapere se continuerà a girare oppure si fermerà.

Il focus sul quale mi pongo è lo stesso: cosa cambierebbe effettivamente se Cobb vivesse in un sogno con una struttura ontologica così identica alla realtà da appiattirsi su di essa?

Non me ne vogliate, ma no, non ho una risposta. Come insegna Nolan, meglio lasciare punti di domanda che essere incatenati dalle risposte.

Tuttavia voglio concludere scomodando una teoria interessante per i temi sin qui affrontati: quella dei sense-data. È una teoria la cui genealogia è rintracciabile nell’empirismo inglese ma che passa anche per importanti pensatori del secolo scorso come Bertrand Russell e Alfred J. Ayer.

Il nucleo filosofico di questo paradigma è che i contenuti delle nostre esperienze non abbiano a che fare con oggetti reali ma con dati di senso. Quando io percepisco una mela, non entro in relazione con l’oggetto che sto osservando ma con tutte quelle caratteristiche che la mia mente raccoglie e traduce, ovvero il suo colore, la sua forma, il modo in cui riflette la luce, le ombreggiature, l’inclinazione etc. I dati di senso sono dunque ciò che ci permette di conoscere indirettamente l’oggetto.

Dunque, se il metro di misura delle esperienze percettive non fosse più l’oggetto in quanto tale, ma la nostra “traduzione mentale” di questo, allora, che ci si trovi in un mondo neuro-simulato, in un sogno oppure nella realtà, i propri contenuti esperienziali sarebbero i medesimi.

Il Mito della caverna di Platone, il dubbio iperbolico cartesiano, il Noumeno kantiano, il velo di Maya di Schopenhauer, etc. Tutta la storia della filosofia può essere riletta attraverso la tensione perenne fra due livelli ontologici differenti: quello che simboleggia la condizione umana – limitata – e quello verso il quale tendere.

Si può speculare all’infinito sulla questione – arte, letteratura, cinema – ma la verità è che la nostra realtà è un unico piano, dal quale si costruiscono congetture ed ipotesi su eventuali piani superiori ma che, senza il nostro – e senza noi – non potrebbero neanche essere concettualizzati.

Tuttavia se così non fosse, se cioè, semplicemente, non avessimo ancora i mezzi per comprendere la totalità della realtà, la scelta sarebbe fra una vita ingenua e tendente alla (ricerca della) felicità oppure uno sforzo concettuale così inimmaginabile da rischiare il collasso della nostra capacità cognitiva. Quello che mi chiedo, dunqnue, è se la nostra mente sopporterebbe una tale (ri)comprensione del mondo.

Vi lascio con un ultima domanda: pillola rossa o pillola blu?

Leggi ancheNolan ed il Metacinema – Che significato hanno i finali per lo spettatore?

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere. Aspirante giornalista. Nerd da prima che diventasse una moda. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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