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2001: Odissea nello spazio – 50 anni dopo, cosa ci può ancora dare?

“Genio” è una parola spesso abusata nel linguaggio comune; la si sente dire, per ogni ragione e a ogni stormire di vento, in tutti i più autorevoli talk show televisivi, e così forse, quando una parola diviene “prezzemolo quotidiano”, perde inevitabilmente parte della sua efficacia.
Eclettico, poliedrico, innovativo sotto molteplici aspetti, colto più di quanto avesse mai apertamente detto (ma le opere parlano per lui, come fanno solo i più grandi); definendo qui Kubrick “genio” si tenga sempre presente il vero senso della parola dunque, di quelli che appaiono ogni tanto (ma proprio tanto) nella storia dell’uomo, non nell’accezione ormai largamente inflazionata.

Pur avendo donato al mondo del cinema un modesto numero di opere in confronto alla sua lunga carriera (tredici film nell’arco di quarantasei anni), tra queste ha lasciato pellicole di rara bellezza, come sanno fare solo gli autori che si spingono all’estremo nella loro indagine.
Ma nel corpus di ogni grande genio c’è quasi sempre un’opera più rappresentativa, che svetta sulle altre e si pone spesso a summa di un’intera carriera.
E così, sotto quest’ottica, non si può non tendere a vedere la rara bellezza delle opere di Kubrick come meravigliosi contrafforti di quella immane montagna che è 2001.

Parlare di 2001 è sempre un mettersi al passo con i tempi, parafrasando ancora la celebre introduzione a Moby Dick di Cesare Pavese.

 

È un’operazione difficile, a cui ci si avvicina con garbo e discrezione poiché, come solo i veri classici sanno fare, si presta a letture e interpretazioni di ogni genere (come volessero sfuggire alla mazzamaglia che tenta di ingabbiarli tra i freddi schemi della linguaggio verbale).
Ha ispirato, tacitamente o meno, intere generazioni di pellicole sulla fantascienza, ed è indubbio quanto rappresenti il vero anno domini, la vera rivoluzione copernicana del genere. E non è raro anche in tempi recenti constatare come chi debba mettere in atto un film di fantascienza torni sempre a 2001 come a un padre spirituale, scoprendo in lui sempre nuovi stimoli, gli enormi motivi e sempre rinnovati che lo permeano e che il genere stesso ha ridotto in mezzo secolo a una frequente volgarità di intenti e linguaggio.

Ma perché 2001 fa quest’effetto? Quali sono le ragioni dell’oscuro, controverso, inquietante fascino che ancora esercita di generazione in generazione, come – lo ripetiamo – solo i più grandi classici della storia dell’uomo sanno fare?

Una breve sinossi. 
Africa, Pleistocene: un branco di ominidi staziona in un veldt in preda a una terribile carestia. Nella natura selvaggia, si sa, sopravvive solo chi riesce ad accaparrarsi le migliori risorse, ma in periodi di magra questa legge spietata si fa più ferrea e selettiva: i nemici abbondano, i predatori sono sempre più audaci, e il capo branco Guarda-la-Luna sembra impotente di fronte allo sfacelo della sua tribù.
Poi accade qualcosa. Uno strano monolite – cristallino nel libro, nero pece nel film – appare dal nulla sulla Terra, e come una lucerna attrae le falene attira così ogni membro di quella razza del veldt, attraverso un segnale arcano e oscuro, come fosse un coro diabolico. Testa qualcosa in loro, cerca di metterli alla prova, e tra questi il maggior successo dell’esperimento è proprio lui: Guarda-la-Luna.

Spinto dal “programma” inculcatogli dal monolite, comincia a sfruttare il mondo intorno a lui, plasmandolo come suo fenotipo nell’accezione più dawkinsiana del termine, e così ne diventa signore incontrastato.
Fino al 2001, almeno; quando quel misterioso monolite si ripresenta sulla Luna, inviando un nuovo segnale ai “figli di Guarda-la-Luna”, ormai pronti a lasciarsi alle spalle la loro terra natia. Il monolite li spinge a compiere questo passaggio, a effettuare un nuovo balzo in avanti, un nuovo viaggio. Con direzione: l’ignoto.

Sfatiamo subito un cliché: 2001, con buona pace di tanti appassionati e speranzosi ufologi, non ha predetto il futuro.

Non scopriamo certo noi che ogni opera è sempre figlia del suo tempo, e il retroterra culturale in cui il film di fantascienza per eccellenza è venuto alla luce era quello delle prime esplorazioni extra-terrestri, culminate con l’Allunaggio (il primo ma non umano) del 3 febbraio del ’66. E non solo, anche sui primi interrogativi sulla possibile presenza di forme di vita intelligenti al di fuori della Terra; basti pensare che nel 1961 il radioastronomo Frank Drake aveva indetto un convegno multidisciplinare onde stabilire una stima probabilistica sulla presenza di specie intelligenti nella Via Lattea. Il risultato fu l’equazione di Drake, ancora oggi alla base di molti studi a sostegno della non unicità della specie umana come civiltà tecnologica della galassia.

Tuttavia ciò che preme maggiormente a noi, tornando a parlare di 2001, è che buona parte degli studiosi presenti alla riunione di Drake furono, ovviamente, contattati da Kubrick.

E’ noto come Kubrick e Clarke avessero creato un documentario parallelo al film e al romanzo, dove erano riportate le interviste di Drake, Minsky, Oparin, Asimov, Dyson e molti altri, dove si svelavano le coerenze scientifiche dietro la creazione di 2001. Benché tali interviste siano giunte a noi solo attraverso le trascrizioni dei colloqui (le registrazioni sono disgraziatamente andate perdute), già queste ci consentono di avere il quadro nitido del movimento culturale di cui 2001, sotto certi aspetti, si faceva portavoce. E, forse tacitamente, ne diveniva il superamento – ma temporeggiamo un po’ su questo punto.
Su una cosa grossomodo concordavano tutti gli studiosi intervistati: che la Terra non fosse l’unico pianeta popolato da vita intelligente, e che nel giro di pochi anni se ne sarebbero trovate le prove.

Come sappiamo, avevano torto. E non solo, ma le missioni spaziali sono ancora un lontano miraggio, così lontano che probabilmente nessun uomo al momento in vita sulla Terra riuscirà mai a vederle in opera, nonostante i proclami sensazionalistici degli ultimi tempi sulle campagne marziane. A parte i tablet, i videotelefoni, e pochi altri elementi di contorno, 2001 ci mostra ben poco del ventunesimo secolo.

Ma, tornando allora alla domanda di partenza: perché ci affascina ancora? Perché è ancora di gran lunga il miglior film di fantascienza che sia mai stato concepito, non solo messo in atto?

A prescindere dalla immensa coerenza scientifica, sia del film che del romanzo (di coerenza bruta, sperimentale, tra le righe, non certo quella sensazionalistica ma di maggior impatto alla Interstellar), dagli effetti speciali innovativi e dall’impatto forse ancora difficilmente raggiungibile (seriamente, dopo cinquant’anni!) nelle scene dello spazio vuoto, dalla tecnica di ripresa a cui Kubrick ci ha sempre abituato.

A prescindere da tutte queste lodevoli proprietà da capolavoro, quello che turba, inquieta e affascina di 2001 ci viene subito detto nei primi fotogrammi.

Buio, assoluto. Silenzio, vuoto, lo Zarathustra di Strauss in sottofondo. È qualcosa di indicibile, di struggente e terrificante, una sensazione da Sublime romantico. È la domanda inespressa che l’uomo si porta dentro fin dalla sua alba, da quando alla mera lotta per la sopravvivenza si è pian piano succeduta una nuova e più lucida consapevolezza: perché tutto questo?

Guarda-la-Luna e il suo esplicito discendente Bowman, pur con modalità diverse, sono dei Titani, nell’accezione alla Macbeth, Achab, Faust.

Sono dei pionieri, personalità che paiono scelte da una legge divina (o, più semplicemente, causale) per rompere l’ordine costituito, fissare in faccia gli Dei e lanciarglisi contro. Quella lotta – che in ognuno di loro assume connotati spesso molto differenti – è più simile a un desiderio di conoscere, di trascendere, nel bene e nel male, il proprio limite. Di capire cosa lo abbia spinto a fare quello che fa, di capire quale sia il suo ruolo (e di riflesso il ruolo della sua specie) all’interno del cosmo.

E una volta capito come tutto il mondo di cui l’uomo è sovrano non è altro che un “minuscolo pallino blu, per dirla alla Carl Sagan, in una sconfinata arena cosmica. Compreso come, nonostante ogni pretesa umanista, all’esistenza di questo mondo il cosmo sia del tutto indifferente; di come questo viaggio, quest’avventura volta alla scoperta dell’ignoto, al desiderio di controllare l’imponderabile, al terrore del inspiegabile, sia importante a null’altro che a noi stessi; ecco che lì emerge lo Starchild.

Un uomo che è andato oltre, un vero Zarathustra. Sta qui, in fondo, il grande Titanismo di Bowman, quando con orrore afferma “è pieno di stelle! (nel libro, per forza di cose molto più esplicito ed esplicativo nelle tematiche).

Già, perché indubbiamente può angosciare rendersi conto di come, in fondo, tutta questa grande Odissea non abbia poi grande importanza.

Ma la risposta che sembra dare lo Starchild pare si trovi a Kalingrad, nell’angolo nord-est della cattedrale della città, in un piccolo mausoleo: “Due cose riempiono la mente con sempre nuova e crescente ammirazione e rispetto, tanto più spesso e con costanza la riflessione si sofferma su di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.”

Curioso come stiamo terminando questa discussione su un film di grandi influenze nietzscheane con l’explicit della Critica della Ragion Pratica (essendo Kant per Nietzsche uno dei suoi più grandi avversari a distanza… uno dei tanti, almeno).

Ciò per dire, che qualunque scoperta ci riserbi questo cielo stellato, qualunque risposta abbia in serbo, e a prescindere se questa esista o meno, siamo uomini.
E come tali, qualunque sia la Verità, non possiamo far altro che provare a raggiungerla.

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Giulio Gentile

Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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