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Dogville – Una Parabola Nichilista

“Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al: perché?”  Friedrich Nietzsche

Uno spettro riecheggia in quell’Occidente ormai divenuto globo. Lo spettro del nichilismo.

Nella storia del pensiero moderno si è imposta la necessità di un superamento dei valori e costumi tradizionali, un superamento tale da permettere di sfociare in quell’abisso manifestato come Nulla. Un assordante ed angosciante Nulla.

La filosofia nichilista trova in Nietzsche il suo massimo emblema, e forse in Lars Von Trier il suo successore nel mondo cinematografico. Il nichilismo si erge come un totale disancoramento da tutto ciò che fosse considerato ultimo o risolutivo, costringendo l’individuo ad abbandonare qualsiasi appiglio, a perdere qualsivoglia punto di riferimento, trovandosi così in un profondo e sconfinato deserto, direbbe Zarathustra. Ciò, è un approdo al Nulla in quando Nulla, ed obbliga a prendere coscienza che il senso dimora esclusivamente nel Nulla, che quindi non esiste una verità ultima, un’essenza universale, ma che ogni prospettiva sussiste come tale e non può imporsi gerarchicamente sulle altre.

Il nichilismo simboleggia quindi la trasvalutazione dei valori tradizionali, generando così la possibilità, e la successiva necessità, di una posizione di nuovi valori, caratterizzata, però, dalla consapevolezza della propria contingenza.

Secondo il filosofo tedesco, questo fenomeno culturale è un necessario storico e tocca qualsiasi comunità, anche quella più inconfessata. E dunque, inevitabilmente, anche Dogville.

Dogville è una piccola cittadina statunitense abitata dalla classica media borghesia, l’apparente equilibrio idilliaco viene infranto dall’arrivo di un’affascinante donna in fuga, Grace, che va a rappresentare lo straniero per eccellenza, perché di una diversa classe sociale, diversa bellezza e sconosciuto passato, capace di andare a minare l’identità comunitaria rivelando i difetti di ognuno. Grace viene accolta da Dogville, attraverso l’incoraggiamento di Tom, lo pseudofilosofo della comunità che cerca di elevarsi da essa. Ora, però, toccherà a Grace fare qualcosa per Dogville. Con il passare del tempo l’armonia si rompe, Grace sarà costretta ad immolarsi come capro espiatorio, facendo emergere il male e l’indifferenza presente in ogni cittadino di Dogville, fino a creare coesione sociale tra gli abitanti. A Dogville si possono commettere aberranti nefandezze, se accettate dalla comunità. Tutti contro uno.

Questa è la storia che Lars Von Trier cerca di raccontare con Dogville, rivelando poi un finale dalla disarmante potenza. Il regista, però, non vuole semplicemente narrare un racconto, si serve di Dogville per generalizzare le tematiche trattate. Trascende così il particolare della vicenda e tende all’universale, opera un passaggio dal microcosmo di Dogville al macrocosmo dell’esistenza umana in generale.

L’autore compie tutto ciò in un’unicità senza precedenti, riesce così a creare un connubio dai tratti spaesanti tra le arti più imponenti che l’uomo potesse creare. Oltrepassa i confini del cinema e richiama a sé altre prassi espressive che gli permettono di generare un autentico nuovo stile. L’opera presenta l’inconfondibile caratteristica della letteratura attraverso la voce narrante e la suddivisione in capitoli, la scenografia di stampo radicalmente minimalista di influenza teatrale, e poi il cinema, naturalmente, l’autentica arte di Lars Von Trier. Si erge subito manifesto il carattere fittizio ed irreale della vicenda, permettendoci di comprendere come il fine si richiama ad altro, in questo caso all’occidente capitalista e alla società contemporanea. Ed è così che, parafrasando Nietzsche, la favola finì per diventare mondo vero.

L’avvenimento di Grace permette il vero disvelamento di Dogville, si rende esplicito come nessuno in realtà si ama, sono rapporti inautentici e ognuno ha sé come mezzo e fine del proprio agire. Ad esempio, nell’unico negozio della comunità, gli oggetti, anche i più effimeri, sono molto costosi. Nessuno è veramente disposto all’accoglienza, ma tutto deve essere incentrato sul singolo. Soprattutto Tom, che inizialmente si presenta come il rappresentante della morale dell’accettazione, del perdono e dell’umiltà, rivelerà poi, in un momento di difficoltà, la sua vera natura. Svela così al mondo la sua maschera, scoprendosi in assoluta malafede, nell’accezione sartriana del termine. Tom non crede in ciò che professa, il messaggio di accoglienza si palesa utile ai suoi fini personali, non tiene veramente a Grace, ma tiene a sé stesso servendosi di lei. Tom è così il più egoista di tutti; Nietzsche ritroverebbe nella sua figura quella del prete cristiano, quella che promuove valori antivitali ai propri scopi personali, andando a creare una morale del gregge, ergendosi come inautentico signore.

La vicenda, poi, cambia radicalmente tono nel momento dell’incontro tra Grace e il padre gangster dal quale stava scappando.

Grace: Ma i cani obbediscono solo alla loro natura perciò perché non dovremmo perdonarli? 

Padre di Grace: Ai cani si possono insegnare molte cose utili, ma non se li perdoniamo ogni volta che obbediscono alla loro natura

Grace: E così sono arrogante, sono arrogante perché perdono le persone

Padre di Grace: Mio dio. Non vedi quanto, quanto sussiego c’è in te quando dici così. Tu hai questo preconcetto assurdo: che nessuno, ascolta, che nessuno possa assolutamente avere lo stesso alto livello etico che hai tu. Così esoneri tutti. Non riesco a pensare a un’altra cosa più arrogante di questa. Tu, la mia cara figlia, perdoni gli altri con delle scuse che poi mai al mondo permetteresti a te stessa

Grace: Perché non dovrei essere clemente? Perché?

Padre di Grace: No, no, no. Dovresti essere clemente quando è il momento di essere clemente. Devi mantenerti sul tuo livello. Devi questo alla gente. La pena che tu meriti per le tue trasgressioni loro la meritano per le loro trasgressioni

Grace: Sono esseri umani

Padre di Grace: No, no, no … certamente sai … Ogni essere umano deve rendere conto delle proprie azioni? Certamente. Ma non gliene dai neanche la possibilità. E questo è estremamente arrogante. Ti voglio bene da morire ma sei l’essere più arrogante che personalmente abbia mai conosciuto. E dici a me arrogante? Io non ho altro da aggiungere

Si rende manifesta in questo potentissimo dialogo qual è la vera finalità, la vera critica che ci dona Lars Von Trier. L’autore ci mostra innanzitutto un pessimismo antropologico: il male come condizione dell’uomo stesso, e poi un grande attacco nei confronti di una certa morale cristiana orientata al perdono totale, un perdono completamente irrazionale e ingiustificato, un perdono tale da far perdere il suo senso ed importanza nella sua accezione più originaria. Proprio qui sta l’arroganza di Grace che, dalla sua superiorità, tenta di giustificare qualsiasi male, anche quello che non perdonerebbe mai a sé stessa.

Il regista mostra questo tipo di perdono come un peccato, perché impedisce alcun tipo di miglioramento ed emancipazione, è anzi un contributo al male in quanto tale. Grace, qui, tenta di fare Cristo, di porgere l’altra guancia e giustificare qualsiasi tipo di nefandezza Dogville le causasse.

Grace nel finale, attraverso il colloquio con il padre, toglie le vesti di Cristo e riottiene l’umanità, torna ad essere l’umano troppo umano che tutti noi siamo.

Come poteva odiarli per ciò che in fondo era la loro debolezza? Probabilmente anche lei avrebbe fatto cose come quelle che aveva subito se avesse vissuto in una di queste case. (…) Grace si fermò e in quel mentre le nuvole si dissiparono e fecero passare il chiaro di luna. E Dogville subì un altro di quei piccoli cambiamenti di luce. (…) Adesso la luce rivelava ogni irregolarità e difetto delle costruzioni e … delle persone. All’improvviso Grace ebbe più che chiara la risposta alle proprie domande. Se si fosse comportata come loro non avrebbe potuto difendere neanche una sola delle sue azioni e non avrebbe potuto condannarle con sufficiente asprezza. Era come se la sua afflizione e il suo dolore avessero finalmente trovato la giusta collocazione. No. Quello che avevano fatto non era abbastanza buono e se qualcuno aveva il potere di rimettere a posto le cose era suo dovere farlo, per il bene delle altre città, per il bene dell’umanità e non ultimo per il bene dell’essere umano: che era Grace stessa.  (Narratore)

Grace prende coscienza che ognuno è responsabile delle proprie azioni, del proprio progetto di essere, poiché nessuno può essere esente da colpe in quanto condizionato dal proprio essere in situazione, direbbe Sartre. Grace può, e deve, giudicare chi le ha causato del male.

Grace comprende gli abitanti di Dogville, li ha conosciuti, si è sentita parte di essi per un poco, si rende conto del contesto sociale in cui vivono di cui ne sono fortemente condizionati, ma non per questo necessitati. Grace comprende Dogville quindi, ma questo non significa che la giustifica.

Ciò condurrà Grace a prendere una decisone, quella di vendicarsi e mettere fine all’esistenza di Dogville, per il bene dell’essere umano e di sé stessa. Vendicandosi, Grace si riscoprirà umana, si scoprirà vittima e carnefice. Come ultimo atto di folgorante volontà, Grace compirà la vera e propria trasvalutazione dei valori, radendo al suolo la città di Dogville. Non c’è nulla che giustifichi la sopravvivenza dei cittadini, non c’è dunque giudizio divino ed orientato a cui rifarsi. Grace va quindi al di là del Bene e del Male direbbe Nietzsche, che nel suo Zarathustra parlerà della compassione come l’abisso più profondo.

Nella carneficina di Dogville e dei suoi abitanti, Grace prova un’incontenibile sofferenza, la pietà, quindi, rimane un carattere eminentemente umano, che non possiamo tacitare, così però, come la vendetta. Bene e Male fanno parte dell’essere umano, è inevitabile. Dogville si erge quindi come una vera e propria parabola nichilista. Pura catarsi.

Che cosa ne resta di Dogville?

Nichilisticamente parlando… Nulla.

Leggi anche: Arancia Meccanica- La fenomenologia della violenza

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 22 anni, studio filosofia a Milano, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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