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Eyes Wide Shut – L’intimo, perverso paradosso degli Occhi

“Eyes wide Shut”, ultimo capolavoro di Stanley Kubrick, consuma nel suo stesso titolo il suo intimo paradosso: il mantenersi ad occhi spalancati ma serrati, in uno stato che esaspera la veglia al punto tale da renderla una condizione di onirica trance, mossa dal gorgo della quotidianità, ma resa immobile da quell’inconoscibile e inspiegabile fondo insinuatosi nelle esperienze ordinarie.

OSSERVANDO LA TRAMA

Il punto di partenza da cui ha origine una climax ascendente di disastri inquietantemente collegati è una festa prenatalizia a casa di Victor Ziegler a cui partecipano Bill (Tom Cruise) e sua moglie Alice (Nicole Kidman). Da subito emerge lo squilibrio su cui si fonda l’equilibrio della coppia, tenuta insieme  dalla convenienza, dall’esigenza di una vita agiata e da un affetto tipico di chi vive da un decennio insieme, più che da un autentico slancio amoroso. I due alla prima occasione si separano alla festa, divenendo a distanza due ragazzini ubriachi e insopportabili: lei fa la svenevole con un un misterioso e affascinante uomo di nome Sandor che la spinge a tradire il marito riferendosi all’ “Ars amandi” di Ovidio e parlandole della futilità del matrimonio. Bill, invece, si pavoneggia con due modelle che affermano di volerlo condurre “ove finisce l’arcobaleno”.

Da subito comincia ad affacciarsi il contrasto tra gli occhi da tener ben aperti nell’ordinaria routine, fatta di falsi e insulsi colori arcobaleno ( i ricorrenti alberi di Natale aventi luci multicolore ne sono emblematici) e la realtà occulta di riti dionisiaci e messe nere. L’effetto domino irreversibile che si originerà è solo ritardato dalla chiamata che Bill, in quanto medico, riceve da parte del padrone di casa che lo fa accorrere presso la sua stanza per soccorrere una prostituta in overdose.

Se dunque, le falsità su cui si fondano i matrimoni sembrano essere le principali provocazioni lanciate dal film al suo avvio, presto si scopre come queste siano solo l’occasione per discutere in generale sull’inconsistenza delle illusioni degli uomini, troppo immersi in labirintiche, ma pur sempre prevedibili, realtà arcobaleno per pensare che vi sia qualcosa al di là.

occhi

La sera dopo Alice e Bill, coppia così perfetta per l’esterno, ma non troppo da vivere l’intimità senza un po’ di marijuana, discutono della festa e, parlando con toni ironici dei propri potenziali amanti lì, finiscono col litigare a proposito del concetto di “tradimento”. Il primo piano sul viso della bellissima Alice è il primo significativo di tutta la serie di focalizzazioni sui volti che attraverseranno il film: l’inquadratura pone in risalto i suoi occhi e le sue labbra mentre si inabissano nel desiderio insoddisfatto del giovane ufficiale di marina incontrato l’anno prima in vacanza. Il racconto di Alice del suo desiderio insinua in Bill un’idea fissa ruotante attorno  alla realizzazione della potenzialità di quella voglia, che si consuma in attimi finiti in una ciclicità infinita di immagini che si ripetono ossessivamente, fino al punto da non rendere distinguibili i confini entro i quali è quella fissazione a perseguitare Bill o viceversa.

Una telefonata dai parenti di un paziente appena deceduto rappresenta l’altro step, dopo la festa, che condurrà al progressivo diradarsi e disfarsi dei colori arcobaleno: Bill accorre presso una – ovviamente sfarzosissima- abitazione ove, prima che nella morte del paziente, si imbatte nella disperazione della figlia di quest’ultimo, Marion. Parlando del suo avvenire in un’altra città col suo futuro sposo, il terrore dello stare per cucirsi addosso una vita non voluta si impossessa del suo volto, messo ben in evidenza da un primo piano. L’assurda ineluttabilità di un futuro che sembra soverchiarla è spezzata da una tanto salvifica e liberatoria quanto folle dichiarazione di amore nei confronti del quasi sconosciuto Bill.

Nell’unità di una notte si assiste al sempre più critico frammentarsi di pezzi di realtà che poi faticheranno a combaciare nuovamente nello stesso modo: Bill vaga per New York  e si imbatte in una prostituta, poi casualmente si reca in un locale dove si esibisce Nick Nightingale, un pianista amico di università, incontrato alla festa di Ziegler. La loro chiacchiera è un altro dei momenti clou del film: le inquadrature si focalizzano sui loro maliziosi scambi di sguardi e sulla luciferina curiosità di Bill non appena apprende che Nick è in procinto di suonare bendato in una location segreta. Quest’ultima gli è comunicata in quel momento per telefono, insieme alla parola d’ordine per entrare che è “Fidelio”, avente la valenza non solo di ” fedeltà” -perno attorno a cui ruota la storia- ma anche di un’opera scritta da Beethoven su una moglie che si sacrifica per liberare il marito dalla morte come prigioniero politico: in questa parola è dunque prefigurato quanto accadrà nel rituale, essa, pertanto, ha un valore performativo che risiede nel suo inconsapevole potere di preveggenza.

Inquietante è anche il luogo, ovviamente chiamato “Rainbow”, ove Bill prende in fitto il costume, trovandosi di fronte all’ennesima situazione tra il grottesco e l’inquietante: la figlia adolescente dello strambo proprietario slavo la quale si prostituisce con due giapponesi vestiti a maschera.

Il rito occulto a cui Nick suona e al quale Bill si reca clandestinamente si tiene in una sorta di castello ove tutti sono mascherati e una serie di donne sono in cerchio nude e si scambiano baci, mentre canti maschili accompagnati dal suono del pianoforte producono  un effetto a dir poco raccapricciante. Il brano eseguito è “Backwards Priests”, una liturgia rumena ortodossa cantata al contrario, come è tipico delle messe nere. Emblematico è l’inquietante primo piano sullo sguardo di una coppia con maschere veneziane che fissa Bill, dando l’idea di aver riconosciuto che sia estraneo alla setta: resta dubbio se siano il dottor Ziegler e la moglie.

Ogni donna di quel “cerchio magico” entro il quale vi è una sorta di sacerdote che conduce il rito sceglie un uomo tra i mascherati lì attorno per accoppiarsi con lui. Bill passeggia dunque incredulo per stanze in cui camminano nude bellissime donne mascherate e si consumano scene di sesso sfrenato sempre tra persone col volto coperto. Sembra a posteriori chiaro il collegamento con la stella di Ishtar, stella a otto punte rappresentata durante l’iniziale festa a casa del dottor Ziegler: Ishtar è infatti la dea babilonese della fertilità , dell’amore , della guerra e, soprattutto, della sessualità volta alla prostituzione sacra e atti rituali. Se, però, a casa di Ziegler questa stella è rappresentata come realizzata con lucine colorate che edulcorano il suo reale significato attraverso l’ingannevole significante, ora, invece, essa emerge nella sua intima essenza tramite la pratica stessa di questo rito, ai margini tra il dionisiaco e il satanico. 

Una donna cerca di avvertire Bill del pericolo che sta correndo in quanto intruso, invitandolo a fuggire quanto prima: qualcosa fa intuire che questa ragazza sia la stessa finita in overdose e soccorsa da Bill alla festa del giorno prima. I sospetti su di lui tra gli invitati si sommano fino a quando non è chiamato dal sacerdote che gli chiede (l’inesistente) parola d’ordine per partecipare, diversa da quella per entrare, in modo da comprendere se sia o meno un intruso. Il sacerdote, vista la dichiarata dimenticanza di Bill, capisce che è un infiltrato e gli ordina di togliersi la maschera e spogliarsi, ma la stessa ragazza di prima interviene affermando di volersi sacrificare al posto suo.

Bill, lasciato libero, è minacciato  nel caso in cui provi a reperire informazioni sul rito e su quelle persone: il terrore che terribili disgrazie possano abbattersi su di lui e sulla sua famiglia nel momento in cui riveli qualcosa a qualcuno di quanto visto o provi ad informarsi si fondono con l’insopprimibile senso di colpa per il fatto che la ragazza dovrà sacrificarsi al suo posto. Egli da subito intuisce che ella sarà sacrificata, visto che dal “sacerdote” è nominato una sorta di irreversibile patto che lega i componenti della setta per cui non si può venir meno ad ogni tipo di impegno preso.

Il ritorno a casa di Bill prosegue il suo incubo: parla con la moglie che si sveglia spaventata dopo aver sognato di trovarsi in una situazione analoga a quella vissuta da Bill quella notte. Lui non le racconta nulla, terrorizzato dalle minacce, lasciando all’inquadratura sul suo sguardo il potere di fotografare l’orrore per forze troppo più grandi della statura umana per uscire dal dominio dell’inspiegabile.

OSSERVANDO IL PERCORSO

La festa iniziale di Ziegler ha costituito quindi il primo cerchio da cui in modo concentrico si sono originati altri cerchi sempre più grandi e disastrosi che sono culminati momentaneamente nella partecipazione di Bill alla messa nera che, infatti, non sarebbe stata possibile se all’origine non fosse andato a quel party. Quest’ultimo, infatti,  è stato il casus belli con la moglie, essendo la miccia per far emergere tensioni e segreti che probabilmente sarebbero rimasti latenti o del tutto nascosti e gli ha dato la possibilità di rivedere quel suo ex collega universitario pianista dopo molti anni : questi poi,  incontrato nuovamente, gli ha parlato di quei misteriosi rituali esclusivi a cui è tenuto a suonare bendato.

Dalla partecipazione al rituale satanico poi si sono originati sempre come cerchi concentrici eventi strani apparentemente scollegati: tutto sembra scomporsi in un modo così graduale da risultare rapidissimo, in una sorta di processo entropico per cui i frammenti del reale sembrano esplodere al punto tale da restare cocci non più componibili insieme, se non alla luce di nuove, inquietanti e inaccettabili spiegazioni. Tra questi ultimi il non più inquietante è il ritrovamento della maschera presa da Bill in fitto la sera del rituale: quest’ultima, scomparsa al momento della restituzione al negozio, riappare sul cuscino del letto di Bill, riconducendo la finzione di quella sera alla realtà.

L’immagine della maschera al posto del volto di Bill, a fianco alla moglie, è infatti emblematica dell’impossibilità di ritornare alla propria ordinaria personalità e abitudini relegando la verità di una notte ad una pura messa in scena, come il dottor Ziegler cerca di convincere Bill in un loro dialogo successivo al rituale. Il dottore, affermando di essere stato presente a quel rito, lo definisce una “sciarada”, un puro gioco di ruoli in cui nessuna promessa o sacrificio è vero, ma è tutto inscenato da chi si diverte a calarsi nei panni di un personaggio “altro da sè”. Ma è ben chiaro come la visione della maschera e in generale la decomposizione entropica del reale, o meglio di fatti esplicitamente o implicitamente collegati alla messa nera, confutino queste parole.

Volendo esplicare questo parallelismo tra le parole di Ziegler e la smentita del reale credo sia portante riferirsi alle inquadrature: il volto di sfida incredula di Bill dopo che il dottore definisce una finzione quel rituale va a fondersi con quello di qualche inquadratura dopo in cui Bill, entrando in camera, vede la maschera. Nella prima inquadratura l’incredulità  e la certezza di essere a conoscenza di pratiche terribili che gli stanno venendo nascoste dal dottore si mescolano all’illusa speranza di poter relegare il tutto ad una parentesi onirica, ad una mera sciarada. Questa scissione tra il non poter credere alle parole di Ziegler e il voler farsi illudere da queste, beandosi della loro apparente credibilità, è consumata completamente dalla inspiegabile visione della maschera: gli occhi di sfida si fanno quindi occhi di orrore per l’impossibilità di comprendere.

L’ultimo momento di verità è rappresento dal discorso tra Bill e Alice in cui lui, disperato dopo aver visto la maschera, comincia a piangere a dirotto dichiarando di volerle raccontare tutto. L’ultimo primo piano significativo è quindi sul volto piangente e sfatto di Alice, dopo che ha finito di ascoltare la terrificante storia. Lo scambio di sguardi al negozio di giocattoli tra Bill ed Alice è volto alla ricostituzione posticcia di una normalità che non sarà mai più tale, ma sfocerà – come detto all’inizio- nel vivere in una condizione di onirica trance, nella consapevolezza – come Alice afferma- che “una sola notte corrisponde alla verità”.

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