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Happiness e American Beauty – La Morte della Borghesia Americana

Attenzione: l’articolo contiene degli spoiler su entrambi i film

Siamo negli Stati Uniti, alla fine degli anni ’90: il decennio, il secolo e il millennio stanno per finire. Il comunismo è terminato, l’era di Reagan è finita, la tecnologia sta entrando nel mondo quotidiano grazie alla diffusione di Internet, si vive in un periodo di benessere economico, il presidente è il democratico Bill Clinton, che si concentra sui problemi interni alla nazione avviando la cosiddetta “New Economy”, il tasso di disoccupazione è basso e l’immigrazione sta crescendo, dando vita ad un mosaico di varie culture.

Se la vetrina degli Stati Uniti negli anni ’90 è florida e piacevole, un malessere sgradevole si annida sotto la brillante patina di molte famiglie borghesi benestanti o ricche. Molti ricorderanno il capolavoro di David Lynch, “Velluto blu” (1986): nella prima, straordinaria scena, osserviamo l’ordine e la pulizia di un quartiere dalla cittadina statunitense di Lamberton, composto da giardini perfetti, bellissimi fiori rossi e case curate perfettamente ma, Lynch ci mostra che nel sottosuolo sono presenti disgustosi insetti che infestano il terreno del luogo.

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Ecco che sul finire degli anni ’90 uscirono due film riguardanti il marcio dietro la facciata allegra della borghesia statunitense, ovvero “Happiness” del regista indie Todd Solondz e “American Beauty” dell’esordiente Sam Mendes, rispettivamente del 1998 e 1999. I due registi mostrano nei loro film dei personaggi appartenenti a famiglie di medio- alto ceto sociale e ne mostrano i vizi e i difetti che dall’esterno non si notano.

In “Happiness” (1998) assistiamo ad una vicenda corale tipicamente altmaniana ma, a differenza del rivoluzionario regista di “America Oggi” e “I protagonisti”, Solondz mostra il disgusto, i desideri e le pulsioni nascoste dei suoi personaggi, interpretati magnificamente da attori sconosciuti. La trama dell’opera ruota intorno alle vicende delle tre sorelle Jordan e delle rispettive famiglie. Ogni personaggio cova dentro di sé rancore, delusione e insicurezza, che in alcuni casi li porterà ad esplodere (o implodere).

Happiness

Joy, una delle sorelle Jordan, è l’emblema della delusione: lavora in uno squallido call center, sogna di fare la cantante e, dopo che il suo ragazzo si è suicidato, inizia ad insegnare in una classe di una scuola per immigrati dove non riuscirà però a farsi prendere sul serio. Quindi Joy, pur provando a cambiare, a diventare una persona migliore lasciandosi alle spalle il passato, finirà per trovarsi in una situazione uguale alla precedente, immersa in un baratro di solitudine e frustrazione.

L’altra sorella è Hellen, una scrittrice di successo che decide di avere un appuntamento con Allen, un molestatore telefonico (che ha il volto di un eccellente Philip Seymour Hoffman) ossessionato dal sesso. Lei rimane delusa e lui frequenta la vicina di casa Kristina, che nasconde un segreto orribile. L’ultima sorella è Trish, sposata e con due figli. Suo marito è Bill (un gigantesco Dylan Baker), uno stimato psicologo, che si rivela però un pedofilo. I genitori delle tre sorelle intanto, stanno per divorziare.

Happiness

La grandezza di Solondz è dipingere un affresco corale di persone sconfitte, vittime succubi della vita, profondamente insoddisfatte e incapaci di trovare uno spiraglio di felicità. Con “Happiness”, il regista distrugge il sogno americano, dipingendo una realtà ben diversa da quella idilliaca e pacifica che viene fatta spesso credere. Il suo sguardo è penetrante e indimenticabile, perché riesce come poche altre opere nella storia ad essere così crudo e spiazzante ma allo stesso tempo raffinato e delicato. Notevole è anche il lavoro di montaggio, che riesce a dare il giusto spazio a tutti i personaggi del film, incastrando benissimo ogni vicenda, formando così un mosaico equilibrato.

Solondz racconta infatti una storia di disagio umano con una regia sempre discreta e posata: niente movimenti di macchina inutili o virtuosismi fastidiosi, ma inquadrature ottimamente studiate ed efficaci. La sceneggiatura è straordinaria, con dialoghi taglienti e a dir poco brillanti. I personaggi sono tutti dei falliti, miserabili individui avversi alla vita, incapaci di trovare uno spiraglio di luce, ad eccezione del figlio di Bill e Trish, che nella scena finale riesce nel suo intento ed esplode in un sorriso soddisfatto.

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Il regista accompagna alcune scene del film con musiche dolci e melodiose, creando così un contrasto con il materiale raffigurato: questo riuscitissimo espediente crea una sensazione di disagio, di fastidio nello spettatore. La sottile ironia del film è sempre contestualizzata e assolutamente geniale. Il film riesce a suscitare un leggero riso nello spettatore, in molte occasioni a disgustare per i comportamenti dei personaggi o gli avvenimenti sconvenienti che succedono. In alcuni frangenti assistiamo anche a scene commoventi, come la struggente confessione di Bill al figlio, in cui ammettere di essere un pedofilo.

L’America delle illusioni, in cui la famiglia felice nasconde malcontenti, pulsioni represse e risentimenti pericolosi è presente anche in “American Beauty” di Sam Mendes. Nel film, Lester – interpretato da un magistrale Kevin Spacey – è un quarantenne frustrato e insoddisfatto, intrappolato in un matrimonio infelice con Carolyn, che ha il volto di un’ottima Annette Bening. La figlia Jane (Thora Birch) lo detesta e lui si infatua di una sua amica, la conturbante e bellissima Angela (Mena Suvari). Intanto stringe un’amicizia particolare con il vicino coetaneo della figlia, Ricky (Wes Bentley), figlio dell’ex Marines violento e omofobo Frank Fitts, un bravissimo Chris Cooper.

Il protagonista di “American Beauty” si sente rinchiuso in una prigione: è legato ad un lavoro che non gli da’ alcuna soddisfazione, il matrimonio è un disastro, il rapporto con la figlia si è rotto da tempo. Per sollevare Lester dalla sua condizione di depressione e rifiuto della vita è necessario qualcosa che sconvolga la stessa: quando conosce Angela, l’amica della figlia, lui torna a vivere. La prima volta che Lester incontra Angela è ad uno spettacolo serale nella palestra della scuola: lì, il protagonista, si riaccende di entusiasmo e rimane incantato dalla bellezza della ragazza, protagonista della celebre scena onirica in cui dei petali di rose le escono dal petto e avvolgono Lester.

American Beauty

L’uomo inizia poi a frequentare il giovane vicino di casa Ricky, che gli fornisce la droga, mentre Jane intrattiene un rapporto particolare con lo stesso Ricky. Quest’ultimo è un personaggio con dei veri ideali e sembra essere l’unico a capire e apprezzare realmente la bellezza presente nel mondo. Dopo che Lester inizia ad allenarsi per fare colpo su Angela, lascia il lavoro e frequenta il vicino di casa, la moglie Carolyn diventa sempre più acida, scontrosa e si incupisce.

Elemento centrale nel film è la sessualità: Lester e Carolyn sono entrambi frustrati e infelici e si tradiscono a vicenda, Angela si dimostra molto provocante agli occhi di Lester, mentre il colonnello Fitts rappresenta la crisi della mascolinità e dimostrerà la sua omosessualità repressa davanti agli occhi di Lester, in una scena incredibile riguardo ad intensità. Due personaggi estranei alla sessualità sono Ricky e Jane: la loro coppia vive di un amore platonico, vero e sincero, capace di andare oltre l’apparenza per concentrarsi sull’essenza.

American Beauty

Alla fine, la rabbia repressa del colonnello Fitts esplode in violenza, uccidendo Lester con un colpo di pistola. L’epilogo è tragico e tutti sono tristi per l’accaduto, tranne lo stesso Lester che, in un bellissimo e commovente monologo, afferma di aver trovato finalmente la pace, di essere grato della vita che ha avuto e di aver amato persone splendide come la figlia e la moglie. L’uomo sostiene di aver colto inoltre tutta la bellezza che si trova nel mondo in enorme quantità, cosa che, fino a poco prima, solo il giovane Ricky era stato in grado fare.

Grazie alla magnifica fotografia di Conrad Hall riusciamo a capire il ruolo fondamentale del colore nel film: il grigio domina la vita borghese spenta e triste della famiglia di Lester, mentre il rosso – specialmente delle rose nelle scene oniriche con Angela – rappresenta l’accesa passione percepita dal protagonista dopo il suo cambiamento di atteggiamento e di vita. Mendes, al suo primo film, si dimostra a suo perfetto agio dietro la macchina da presa, costruendo benissimo inquadrature studiate nei minimi dettagli che vanno a formare sequenze incisive ed appassionanti.

Happiness

Abbiamo quindi “Happiness” di Todd Solondz, un’opera  cinica e disincantata sul degrado morale della borghesia americana, un film che distrugge l’ideale dell’American Dream rappresentando un’umanità alla deriva.  E Sam Mendes che, con il suo “American Beauty” parla di una famiglia benestante in profonda crisi; un gruppo di persone infelici e insoddisfatte che cercano una luce per uscire dal tunnel.

La prima è certamente un’opera destinata al circuito indie, al Cinema di nicchia, mentre la seconda è una pellicola per un pubblico più ampio che, visto il grandissimo incasso e i numerosi premi ricevuti, ha senza dubbio conquistato. Questo perché i due registi hanno due personalità ben diverse, ma ciò che conta è il loro talento, che gli ha permesso di produrre due Capolavori che si sono guadagnati un posto nella storia del Cinema moderno. Entrambi sono film che portano avanti dei messaggi positivi raccontati al meglio, entrambi parlano di una realtà in maniera appassionante, interessante, personale e indimenticabile.

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