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Paolo Virzì – Il Poeta della Semplicità

Virzì

 

Mostrarci le contraddizioni della realtà moderna, i disagi della quotidianità, l’incompatibilità tra sfondo sociale ed individuo comune; la Commedia all’italiana, storicamente, fonda su queste tematiche la sua infinita influenza sul cinema nostrano. Germi, Monicelli, Risi, Scola, pittori delle più celebri maschere della frustrazione che hanno reso grandi i nomi di Alberto Sordi, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman.

E poi c’è Paolo Virzì.

Virzì

Dagli anni ’90, uno dei pochi registi che mantiene saldo e con orgoglio il legame con la tradizione della Commedia. L’ampio uso di accenti e dialetti regionali (dal toscano al siciliano, dal romano al brianzolo), il vasto utilizzo di attori feticcio dall’enorme potenza espressiva (dalla moglie Micaela Ramazzotti a Valerio Mastandrea, da Sabrina Ferilli a Paola Tiziana Cruciani, senza dimenticare le performance singole di attori come Sergio Castellitto, Elio Germano, Luca Marinelli e Fabrizio Bentivoglio) e, spostandoci sul lato tecnico, una regia essenziale, spontanea, che raramente ricorre a spettacolarizzazioni stilistiche; elementi, questi, ricollegabili al nostro cinema degli anni ’70-’80.

Evidente, tuttavia, il tratto d’artista prettamente personale del regista livornese: Virzì ci coinvolge nella scena, ci rende partecipi, ci fa rapportare direttamente al travaglio interiore dei protagonisti. Un cinema che ci invita, ci spinge a guardare oltre le difficoltà del quotidiano per riportarci ad una dimensione di semplicità ed umanità.

Pellicole di estrema profondità, commoventi, dal sapore nostalgico e malinconico. In generale, difficilmente si finisce un film di Virzì con gli occhi completamente asciutti. Immergiamoci, dunque, nella sua ricerca, nel suo esplorare con ironia un’Italia confusa e disillusa, ma al contempo genuina e speranzosa.

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Uno sguardo corale

L’Italia, per l’appunto. Esclusivo palcoscenico dei suoi racconti (escludendo Ella e John, sua ultima fatica), e degna cornice di vicende che, pur partendo spesso da questioni sociali esterne all’interiorità dei protagonisti, ci portano per mano nel profondo dei loro sguardi, mostrandoci la loro natura e la loro umanità. Gli anni ’90, in questo senso, ci regalano pellicole ritraenti un’Italia che incespica, un’Italia che fatica a trovare un’identità, e nella quale i confusi protagonisti si rispecchiano alla perfezione.

La scuola del filone della Commedia, di fatto, è ben visibile lungo tutta la sua produzione. Paolo Virzì punta i riflettori sulla gente comune, sui protagonisti del quotidiano, che si azzuffano, si arrampicano, inciampano nel tentativo di adattarsi ed identificarsi in una collettività alla quale non sentono di appartenere. Il suo esordio, La bella vita (1994), racconta i travagli amorosi di una coppia di Piombino, nel bel mezzo delle proteste operaie per la dismissione delle acciaierie.

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Ma la pellicola corale che ha più inciso la sua carriera negli anni ’90 è senza dubbio Ferie d’agosto, del 1996. Tra gli altri, Sabrina Ferilli, Silvio Orlando, Ennio Fantastichini e Paola Tiziana Cruciani ci accompagnano nel mezzo delle schermaglie verbali tra due famiglie di opposte visioni politiche, entrambe in vacanza a Ventotene. La famiglia è dipinta in questo film come un castello di cartapesta eroso all’interno da pulsioni soffocate, desideri inespressi e rancori seppelliti. Come Maurizio Grande la definì in relazione al cinema di Pietro Germi, una cornice sconquassata dei valori morali.

Lo sguardo del regista livornese, tuttavia, non ci tiene a condannare o a sentenziare; come accade in numerose delle sue commedie corali a sfondo familiare, ciò che Virzì ci spinge ad osservare è il dramma personale di ciascuno dei protagonisti, il loro percorso minato da ipocrisie e meschinità. Ferie d’agosto è un circo di visi afflitti dalle difficoltà relazionali e da un’inesorabile sensazione d’inadeguatezza. Si stagliano i volti di Francesca (Antonella Ponziani) e di Marcello (Piero Natoli), anime candide che si tendono la mano tra nubi di acidità e malesseri; volti liberi nella leggerezza e nella limpidezza del pensiero.

Le favole di formazione

Da fine anni ’90 ad inoltrati anni 2000, Virzì ci regala una galleria di espressioni della più innocente gioventù, gettata negli antri di una vita adulta angusta e deprimente: Ovosodo (1997), My name is Tanino (2002), Caterina va in città (2003), Tutta la vita davanti (2008). Quattro splendide pellicole che posano lo sguardo sul percorso formativo di altrettanti giovani di età differente, ma accomunati dalla stessa sopracitata innocenza ed ingenuità. In favole che si ricollegano ai più celebri romanzi di formazione, i protagonisti abbandonano le loro umili terre alla volta delle illusioni della grande metropoli, in cerca di amore e fortuna.

Le ultime due, Caterina va in città e Tutta la vita davanti, entrambe ambientate a Roma, ci mostrano le difficoltà delle due protagoniste (Caterina, per l’appunto, e Marta) di fronte alle pressioni di una società elitaria, senza fondamenti morali. Nei loro percorsi differenti ma paralleli, Virzì disegna una Roma depersonalizzata, cinica, alla quale le due ragazze (Alice Teghil nel primo, Isabella Ragonese nel secondo), impattano con violenza, abituate alla semplicità e al calore delle loro cittadine d’origine.

Sono due affreschi resi alla perfezione dall’ambiente e dai volti che circondano Marta e Caterina. Tra tutti, il padre arrivista di quest’ultima; un uomo incompleto, sopraffatto dall’impossibilità di raggiungere un’identità, che si scontra quotidianamente con le delusioni e le negazioni della grande città. Un meraviglioso Sergio Castellitto, dall’espressione a tratti aggressiva e prestante alla Alberto Sordi, a tratti imbrattata e burattinizzata alla Ugo Tognazzi. Così come splendida è l’interpretazione di Elio Germano in Tutta la vita davanti, condotto al crollo dalle ipocrisie del precariato romano.

Lo sfogo finale di Sergio Castellitto in Caterina va in città, dopo esser stato risucchiato e violentemente risputato dall'elitarismo dell'alta società romana.

Tuttavia, è senza dubbio Ovosodo il racconto di formazione che più ha segnato la produzione di Virzì. La storia di Piero, che vaga nei meandri di una Livorno pittoresca, che perde la madre, che vede il padre venire arrestato a più riprese e che convive con il grave ritardo del fratello maggiore. Il cammino della sua crescita lo porta ad incontrare Tommaso, un ragazzo ribelle, votato all’austerità, ma alla fin fine incapace di voltare le spalle alle sue ricche radici. Dall’incontro con Tommaso, Piero dà finalmente inizio al suo percorso di scoperta: verrà inglobato nelle lotte della giovane sinistra dell’epoca, inseguirà un impossibile amore con una ragazza romana, conoscerà la solitudine e la malinconia; il tutto diretto magistralmente, con ironia e profondità, del regista livornese.

Un film che alla fine ci mostra un Piero avvilito, arrivato al capolinea di un’adolescenza ingrata, costellata da difficoltà e disavventure, ma della quale  alla fine riconoscerà l’intrinseco ed inestimabile valore formativo; tanto da provare gratitudine per lo scapestrato Tommaso, nel frattempo volato negli Stati Uniti. E a conclusione del suo percorso, riscopre la semplicità di Susi, sua vecchia compagna di scuola di lui da sempre innamorata. Una scena finale estremamente commovente ci fa vedere un Piero inserito nel mondo, felice, finalmente conscio di cosa conti veramente.

Il messaggio delle favole di formazione di Virzì si svela ai nostri occhi nella sua poesia, limpido e visibile come una viola tra ettari di rocce: perché per quanto la vita si frapponga tra noi e la felicità, noi la ritroviamo, la riscopriamo nelle piccole cose, nella genuinità, in quell’insita dolcezza nascosta in una dichiarazione d’amore, in un bacio rubato o in un abbraccio con un’anziana sconosciuta. Nel candore al di là di tutto.

Tutte le mattine, prima di portare Giovanna al nido, e poi andare a lavorare in ospedale, Susi mi accompagna al lavoro in macchina. E tutte le mattine, che piova o ci sia il sole, lei mi dice la stessa identica cosa: “sei sempre più bello”. E io vado a lavorare contento.
Chi lo sa, forse sono rincorbellito del tutto, o forse sono felice… a parte quella specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico.

(finale di Ovosodo)

I volti della purezza

Come preservarlo, dunque? Come proteggere quella fiammella di purezza dall’avvilente quotidianità della vita adulta? Virzì prova a darci la risposta negli anni 2010, regalandoci altre due perle di assoluto splendore: La prima cosa bella (2010) e Tutti i santi giorni (2012). Due film nei quali si stagliano due espressioni, due simboli, se vogliamo, della poetica virziniana: Micaela Ramazzotti, che interpreta Anna nel primo film, e Luca Marinelli, interprete di Guido nel secondo.

La prima cosa bella ci riporta nei vicoli livornesi, terra natia del regista, e racconta la storia di Anna, una bellissima donna estremamente fraintesa dal mondo. Gli occhi di Bruno, il burbero figlio interpretato dall’ottimo Valerio Mastandrea, ci accompagnano nel loro percorso familiare costellato da maltrattamenti, soprusi e rapimenti. Un’infanzia talmente complicata da spingere l’uomo ad abbandonare tutto e trasferirsi a Milano.

Ormai malata terminale, l’anziana Anna (interpretata da Stefania Sandrelli, la cui performance richiama in maniera stupefacente le sue apparizioni nei film di Pietrangeli e Scola, negli anni ’60-’70), riunisce al suo capezzale Bruno e la figlia più piccola, Valeria (Claudia Pandolfi), riassaporando così una giovinezza ancora presente nella leggerezza e nell’infantile gioiosità del suo sguardo.

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Uno sguardo che sembra tenderti la mano, invitandoti a seguirlo, rassicurandoti su quanta bellezza e gioia la semplicità possa regalarci. In una delle scene più belle, l’anziana Anna porta il figlio a ballare, stringendo tra le sue braccia gli ultimi atti di tenerezza ed innocenza della sua bistrattata vita, prima di crollare svenuta sotto gli occhi di Bruno. Un manifesto, La prima cosa bella, della poesia della semplicità di Paolo Virzì.

Sulla stessa onda, Tutti i santi giorni, che racconta le vicende della coppia Guido (toscano) e Antonia (siciliana), proiettati nel caotico microcosmo della Roma dei giorni nostri. Nuovamente, Virzì punta i riflettori sul quotidiano, e nella fattispecie sulle lotte quotidiane dei protagonisti, che tra mille umiliazioni e delusioni continuano ad arrampicarsi inseguendo l’immagine di una vita normale.

L’equilibrio sembra crollare definitivamente dopo che la coppia si rende conto di non poter avere bambini. Un’amareggiata Antonia si rifugia nella trasandatezza di uno sbandato musicista con il quale conviveva, uno stremato Guido la insegue disperato. Ritrovandosi fuori dal frustrante palcoscenico della vita quotidiana, dove da un semplice sguardo tutto ebbe inizio, la coppia abbraccia la consapevolezza dell’impossibilità di conformarsi, di quanto senza significato sia in realtà quella scalata alla normalità che li ha portati a dubitare del loro amore. L’amore che infrange le barriere della normalità; oltre il quotidiano, oltre tutti i santi giorni.

Le ultime fatiche

Una tendenza alla novità e alla sperimentazione hanno caratterizzato gli ultimi lavori di Virzì, seppur preservando gli elementi chiave della sua precedente produzione. Il capitale umano, in questo senso, ne è il maggior esempio: un noir, un thriller a tinte sospese ispirato al romanzo di Stephen Amidon. L’ironia persiste, ma è un’ironia estremamente amara, quasi angosciante.

I destini di due famiglie di diverso ceto sociale vengono intrecciati da un incidente che causa la morte di un ciclista; due famiglie simili, con figli coetanei e frequentanti la stessa scuola, ma nelle quali ogni singolo componente convive con frustrazioni e malcelati malesseri. Come nel 17 anni precedente Ferie d’agosto, Virzì parte dall’evento generale e scatenante per stringere la prospettiva dello spettatore sui disagi e i drammi dei singoli personaggi. Un meraviglioso affresco sul cinismo e la disumanità della moderna borghesia italiana, i cui (non)principi ruotano intorno al puro monetizzare, valutare e catalogare qualsiasi cosa. Compreso l’essere umano.

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Memorabili le interpretazioni degli attori, a partire da un meschino ed ingenuo Fabrizio Bentivoglio per arrivare ad una disillusa ed insoddisfatta Valeria Bruni-tedeschi. Quest’ultima che si toglie la maschera da conviviale e frustrata gentildonna borghese per riapparire in vesti folli nell’ultimo film girato in Italia dal regista: La pazza gioia, in coppia con Micaela Ramazzotti

Un road-movie dal sapore amaro, che racconta la fuga da un istituto psichiatrico di due donne estremamente provate dalla vita. La fuga, dunque (elemento portante anche del suo ultimo film, Ella e John, girato in lingua inglese), da un’esistenza che ha portato entrambe sulla strada della depressione e dell’isolamento. E in scene che rimandano al celebre road americano Thelma e Louise, le due protagoniste liberano la loro follia, lontano da una realtà che le insegue e minaccia di rinchiuderle nuovamente. Il dilatare le loro espressioni e i loro atteggiamenti, spesso ridicoli, spesso infantili, ci porta a provare empatia per le due donne e i loro travagli, al di là del loro evidente squilibrio psichico.

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Virzì ci offre un cinema, come accennato nell’introduzione, che scava l’interiorità dei personaggi, offrendoci gallerie di volti reali, a noi vicini. Se ai giorni nostri la Commedia italiana continua a sopravvivere, sopravvive grazie e soprattutto alla camera del regista livornese. Perché attraverso il riso si abbattono le superfici, si oltrepassano le convenzioni, si svelano le contraddizioni e le debolezze dell’essere umano e della società che lo circonda. E infine si accede alla profondità, al lato nascosto dell’animo umano, confuso, debole, ma meraviglioso nella sua autenticità e semplicità.

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