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La Poetica Rivelatrice dell’Inizio – 3 film in cui la prima scena svela l’intero senso dell’opera

Che cosa rappresenta l’inizio, il primissimo momento per un film, un racconto, una storia… per la vita?

A volte esso sussiste come mera introduzione a qualcosa di altro, alla vicenda, al personaggio, al luogo. È il classico “C’era una volta” che incorpora la semplice, ma al tempo stesso magica, atmosfera del racconto. Oppure può porsi come uno straordinario inizio ad effetto, che immediatamente è in grado di trasportare lo spettatore in altra dimensione, al di là del tempo, dove dimenticare di sé. Noi, però, ci addentriamo con un altro tipo di inizio, uno di quelli consapevoli della propria non consapevolezza, uno di quelli che, pur essendo solo un’origine, ci sorprendono eternamente.

Spesso si concepisce l’inizio come premessa, come qualcosa che esista esclusivamente perché dipendente da altro. Il principio di cui parliamo, invece, ha un’esistenza a sé stante, tanto che nei suoi fugaci momenti riesce a racchiudere un’idea, un’essenza, un vero e proprio mondo.

Il prologo composto da immagini, movimenti, suoni, parole diviene tutto il necessario per narrare un racconto. Un inizio che può, e deve, porsi come un’autentica storia.

L’Inizio racchiude dentro di sé la presenza di un intero mondo pronto ad esplodere, a manifestarsi, a rendersi vivo. Ma al contempo esso mostra l’assenza di quest’ultimo, l’assenza della concretizzazione di queste possibilità che sussistono solo come tali. L’inizio esiste in potenza, presupponendo una storia pronta per divenire reale, e contemporaneamente la nega. Costudisce la paradossale contraddittorietà della presenza dell’assenza.

Questo articolo ha la pretenziosa finalità di porsi come un’autentica rivelazione, ossia rendere manifesti fatti che, pur essendo sempre stati sottesi sotto i nostri occhi, non siamo stati in grado di osservare. Forse perché questi non erano ancora illuminati a sufficienza, perché celavano tacitamente una delle tante verità, pur rivelando, al medesimo tempo, un barlume di realizzazione della propria possibilità.

Questo articolo cerca di trattare l’inizio di una storia, di un particolare inizio: quello che si mostra all’apparenza come ininfluente, come un espediente, seppur esteticamente seducente, non necessario ai fini della vicenda che verrà narrata. Questo inizio, però, ad una secondo visione, o a una successiva riflessione consapevole dell’opera, muterà di significato. Esso si disvela alla mente dello spettatore come una folgorante rivelazione, poiché si manifesta come la sottesa chiave interpretativa da sempre ricercata. Questo inizio racchiuderà in sé stesso tutto quello che accadrà nel film, svelando anticipatamente la trama, i passaggi, ed addirittura il finale.

Una volta preso coscienza della potenza interpretativa di quella prima scena, l’intera esperienza visiva dell’opera acquisirà nuovo senso. Si ottiene la consapevolezza del fatto che tutto il film è stato già vissuto nella sua primordiale essenza, nelle primissime battute, quando ancora si pensava ad altro, quando ancora si percepivano le poltrone e le persone nella sala cinematografica, quando ancora non si era immersi in quel magico mondo che è il Cinema. L’inizio è quindi rivelatore, rivelatore di una sottesa poetica sempre stata presente, ma mai veramente fatta propria.

Gli inizi dei film presi in esame, che racchiudono l’essenza stessa dell’opera, sono Her, Dogman e The Prestige.

Her – Quella Luce sei tu

“Prima di allora vivevo la mia vita pensando di sapere ogni cosa, e a un tratto è arrivata una luce abbagliante che mi ha svegliato. Quella luce eri tu.” 

Con queste parole inizia il film, con queste parole, espresse dalle dolci labbra di Theodore, inizia la magica esperienza che il regista Spike Jonze ci permette di vivere. Parole apparentemente ininfluenti ai fini del racconto, perché si rivelano funzionali alla presentazione del personaggio, rendono manifesto che il protagonista è un ghostwriter, scrive lettere personali d’amore per conto di terzi. Sempre queste parole saranno, però, la chiave di lettura di tutto il lungometraggio. Attraverso esse l’autore ci rivela qualcosa di più, qualcosa che si disvelerà, alla fine, ricolmo di significato.

Theodore si mostra al mondo come una persona che conosce cosa siano le vere emozioni, incapace però di esprimere le più importanti, le proprie. È molto depresso, sconsolato dalla vita, convinto che ormai essa gli abbia donato tutto quello che potesse offrire. Tanto che ripete a sé stesso ciò che sarà il punto di partenza della nostra storia, come nella frase d’apertura.

“Penso di aver provato tutti i sentimenti che potessi provare e che d’ora in poi non proverò più niente di nuovo, ma solo versioni inferiori di quello che ho già provato”.

Ma ecco che qualcosa cambia, che un piccolo accenno di luce inizia a risplendere. Theodore incontra Samantha, un sistema operativo dotato di intelligenza emotiva, reale, umana. Con il perpetuarsi della relazione, tra i due qualcosa cambia. L’Amore, umano o meno (poco importa), fa evolvere Samantha in modi inimmaginabili. La medesima cosa accade a Theodore che, attraverso l’Amore di Samantha, inizia a gridare “Sì” alla vita, comincia ad agire attivamente, a riscoprire la bellezza di un mondo sempre stata presente, è felice. Ecco la Luce.

Spike Jonze, nei primissimi momenti, ci rivela ciò che accadrà attraverso la trasformazione di uomo, la bellezza delle emozioni, le conseguenze di un autentico Amore.

Leggi anche: Her – Gli effetti dell’Amore, qualunque esso sia

Dogman – A me qua vogliono tutti bene

La prima scena dell’ultimo grande lavoro di Garrone si rivela densa di un significato disarmante, se accompagnata da una riflessione complessiva sull’opera. Il regista ci mostra nella prima inquadratura la figura di un cane feroce, rabbioso, fuori controllo, che però necessita di un aiuto (in questo caso inteso come una tolettatura). Questo inizio sembra, di primo impatto, possedere la mera finalità di introdurre il personaggio, Marcello, un amante dei cani, che è riuscito a trasformare la sua passione in un’attività lavorativa.

Viene però mostrato l’incontro del protagonista con un cane specifico, non uno qualsiasi. Se l’intento fosse la semplice esibizione della vita di Marcello, allora la scelta della razza sarebbe stata del tutto contingente. Non era assolutamente necessario che la prima scena del film rappresentasse un Pitbull. Eppure, così è stato. Questo particolare, insieme alla relazione che ebbe il protagonista con esso, custodisce in sé l’essenza di Marcello, e ciò che accadrà nel suo affrontare l’angosciante realtà. Quest’ultima si figura nel nome di Simone, ex prigioniero con una spiccata abilità per causare violenza, temuto da tutto il quartiere. Simone è la perfetta personificazione del Pitbull iniziale, e di conseguenza Marcello si comporta al medesimo modo.

Come con i cani, Marcello cerca di aiutare l’amico, o presunto tale, gli regala una seconda possibilità, lo accudisce. Ma quando la situazione comincia ad essere esagerata, cercherà di ingannarlo, di promettergli qualcosa in vista di un’ulteriore finalità, come per il cane la ricompensa-biscotto. Così accade nella scena iniziale con il Pitbull, così accade con Simone.

Dopo aver incassato l’ennesima umiliazione, dopo tradimenti, pestaggi ed oltraggi, la situazione diventa decisamente esasperante. Marcello, così, conduce Simone al suo negozio invitandolo a prendere parte ad un colpo molto proficuo. Perché il tutto abbia successo, Simone dovette nascondersi in una gabbia per animali. Ed ecco che, come per un cane, il soggetto, attirato in trappola attraverso una promessa, si ritrova completamente imprigionato. 

Marcello vuole solo domare il suo amico, accudirlo e ammaestrarlo, far sì che tutti gli vogliano bene nel quartiere, esattamente come opera con i cani. Marcello, esortato dalla sua natura, cercherà solo di farsi amare dagli animali, così come da Simone. Poi, però, lui stesso diventa un feroce Pitbull.

Leggi anche: Dogman – Nella violenza ci dimentichiamo chi siamo

The Prestige – Voi volete essere ingannati

“Osserva attentamente”

Cappelli neri a cilindro in un bosco e due singole parole. Ecco il trucco per un buon numero. Svelare tutti gli indizi necessari occultando la verità in bella vista, lasciando così lo spettatore immerso nello stupore fino all’ultimo fotogramma. Christopher Nolan ci rivela immediatamente il segreto, addirittura ci sussurra di prestare attenzione nell’immagine che raffigura il Prestigio, l’ultimo atto, la parte più ardua del numero, dove si manifesta la vera Magia.

Il regista, paradossalmente, ci spiega esattamente cosa accadrà durante il film, ma noi non ci accorgiamo delle preziose informazioni che ci sta donando. Cerchiamo il segreto, ma non lo troveremo, perché in realtà non stiamo veramente guardando. Non vogliamo saperlo, vogliamo essere ingannati.

Nelle battute appena seguenti un personaggio spiegherà qual è la struttura di un gioco di magia attraverso un trucco con degli uccellini. La scelta di questo particolare non ha assolutamente una natura casuale, anzi si pone come l’allegoria emblematica dell’intera storia. E così, nel metaforico numero degli uccellini viene racchiusa la chiave per un buon numero, la totale abnegazione di Borden, le sue scelte, le sue rinunce, la sua completa esistenza. Mentre nell’immagine iniziale dei cappelli traspare l’immenso sacrificio di Angier, le sue perdite, la sua alienazione.

La magia del trucco di Borden, l’autentica verità, l’obiettivo ultimo dei due prestigiatori, il reale orizzonte da perseguire viene totalmente esplicato all’inizio dell’opera.

Forse non eravamo pronti per incorporare tale verità, o forse veramente non volevamo saperlo. Perché, alla fine, il segreto non fa colpo su nessuno. Il trucco che c’è dietro, invece, è ciò che conta.

Leggi anche: The Prestige – il Manifesto della Poetica Nolaniana

 

 

Tre film, tre inizi, tre esperienze indimenticabili, tre possibilità perpetuamente interpretabili.

Non ci resta che guardare e riguardare ciò che amiamo, c’è sempre qualche altra bellezza da scoprire.

Non ci resta che… Osservare Attentamente.

Leggi anche la rubrica: Il Merito di una Sceneggiatura

Tommaso Paris

“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 22 anni, studio filosofia a Milano, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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