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I colori dell’anima, Modigliani – Come il cinema scruta negli occhi di un artista

Modigliani, grandissimo pittore livornese, facilmente riconoscibile per i ritratti femminili da lui esasperatamente slanciati, per i colli lunghi, per gli occhi vacuiCome rendere la drammaticità della sua vita e la poesia dei suoi quadri? Mick Davis, scrittore e regista, si è interrogato a lungo e alla fine, nel 2004, ha diretto il più commovente film biografico che si potesse mai immaginare (I colori dell’anima, Modigliani) con un Modigliani interpretato da un grande Andy Garcia in perenne lotta con Picasso, la malattia, la povertà, i vizi e la sua dolce Jeanne. Un film che scava nella biografia disperatamente, cogliendone i rapporti tormentati e le vicissitudini più patetiche (nell’accezione greca del termine, s’intende).

Amedeo Modigliani è un pittore giunto a Parigi per trovar fortuna, ma sarà esattamente l’ultima cosa che quella splendida città gli riserverà, il bacio d’addio tanto anelato che il pittore non avrà la fortuna di sentire impresso sulle sue labbra. Una vita di ristrettezze compensate da un portafoglio abbastanza pieno per una bottiglia di vino o dell’hashish, dei meravigliosi quadri invenduti, una malattia (la tubercolosi) che stenta ad abbandonarlo, tanto da inseguirlo fin da bambino come un’ombra.

A tutto ciò Modigliani rispondeva con la sua esuberanza, la sua simpatia, quella teatralità malata di chi non sa arrendersi alla realtà, ma neanche reagirvi. Eccolo saltellare e ballare attorno la statua di Balzac, canzonare Picasso (ho già detto che i due erano in perenne lotta?) con i suoi amici ed uscire di scena sulle note di uno scroscio di applausi, far alzare un cagnolino sulle zampe posteriori ad una lezione di pittura, proprio lì dove per la prima volta incrociò lo sguardo di Jeanne (una giovanissima pittrice in erba, estremamente bella e ammaliata da quell’uomo, tanto da seguirlo fin da subito). Jeanne si innamorerà perdutamente di Modigliani, tanto da lottare con la sua famiglia e rinunciare alla sua bambina.

Ma Modigliani sarà altrettanto disposto a tutto per lei? Inizialmente no. Lui vivrà la sua vita di eccessi, la sua “vita da artista” e scapestrato com’è non è fatto per interpretare il ruolo di padre di famiglia, no, lui è uno spirito libero, lui è il grande Modì in perenne lotta con Picasso (la percepite l’ossessione?), il suo avversario per antonomasia: ricco, riesce a vendere molti quadri e a riservare intere mostre solo per sé, si nutre della sua grandezza quanto della sua pomposità, è sfacciatamente arrogante e non perde occasione per mettere in imbarazzo Modigliani.

La vita di Amedeo subirà una brusca sterzata a causa del riaffacciarsi della tubercolosi, latente come la depressione e letale come il vero amore, e di una gita a casa del grande maestro Renoir fatta proprio con Picasso per risvegliare la passione e la competizione nell’italiano. Rivelazioni che lo porteranno a stabilizzare la relazione con Jeanne, ad assumersi le responsabilità di padre, a fronteggiare il padre di lei sempre pronto a disconoscerlo e a tacciarlo come ebreo (da buon cristiano cattolico), a riavere sua figlia e a partecipare ad una competizione che gli frutterà ben 5000 franchi. Ma la storia di Amedeo Modigliani non è una storia a lieto fine: egli non vedrà mai l’esito della gara, non riuscirà mai a rivedere sua figlia, a conoscere il suo secondogenito e a sposare Jeanne, nonostante avesse il certificato proprio lì, nella tasca del panciotto, pronto per renderli una famiglia, unita, per sempre. No.

Modì morirà in ospedale di tubercolosi, circondato dai suoi amici più cari e Jeanne non riuscirà a tollerare il dolore di quella perdita, dopo un breve colloquio proprio con Picasso sull’immortalità che egli aveva giurato di darle con il suo ritratto amaramente contestata da lei che vede la propria immortalità solo nei dipinti di Modigliani poiché erano davvero riusciti a catturare la sua anima, tornerà a casa, guarderà fuori dalla finestra affranta, si volterà e pian piano, avvicinandosi di spalle alla finestra, compirà il grande salto nel vuoto della sua disperazione. Una storia densa di magone che alla fine riuscirà anche a sgretolare il duro cuore di Picasso e a strappare uno sguardo grigio e intristito come la notte parigina persino a lui, il grande Pablo Picasso (non so cosa avrebbe dato Modigliani per vederlo!).

Una frase, detta quasi per caso a Jeanne, tornerà ridondante alla fine: “quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi”. Una vita fatta di volti privi di occhi, una fortuna post-mortem derivante anche da questa particolarità, un pianto disperato che scoppia quando, alla gara finale, egli deciderà di esporre un ritratto di Jeanne con uno splendido vestito di velluto blu, morbido sulle sue forme, che farà applaudire tutti e commuovere i più cari per una particolarità: il disegno dei chiarissimi occhi di Jeanne, meravigliosi e vivi.

Una danza umoristica quella di Amedeo, sempre a un passo dalla malinconia e a due dall’allegria; un tango ballato con la propria malattia sulla pista della sua anima; un eroe montaliano, immerso nell’arsura del mal di vivere, a cui si presenta un’occasione che egli tenta di cogliere ma alla cui presa scivola via, inconsistente.

I colori dell’anima, meraviglioso film dal titolo eloquente che riverbera le sfumature della vita di un pittore che vive di colori netti (il rosso vivo della passionalità e del vino, il verde scuro dell’hashish, i colori del whisky, il nero della malattia) e che quando finalmente deciderà di mettere in campo colori più tenuti e candidi (l’azzurro degli occhi di Jeanne, il bianco del matrimonio, il rosa della sua primogenita e il verde della speranza di una vittoria, di cambiare finalmente la sua situazione e di riscattarsi) ecco che la tela della sua vita si frantumerà e di lui non resterà che la sua arte, gli occhi delle sue modelle, gli occhi di Jeanne.

Giorgia Fanelli
"Nel Foscolo è visibilissima quell'aria di irrequieto dolore, quel desiderio di pace e di oblio, che fu sì comune agli uomini e agli scrittori della generazione romantica, e che trovò forse la sua espressione artistica più intiera nel Renato di Chateaubriand. Questo lettore di Plutarco, questo che più volte si professa stoico, quando si scopre senza posa a sé e agli amici è un ammalato dei mali profondi delle età di transizione: non molto dissimile in ciò dal Petrarca, di cui perciò comprese così bene gli spiriti". Eugenio Donadoni (critico letterario)

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