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Lincoln – L’indomita lotta per la Libertà

Una sanguinosa guerra pervade nel Paese. Una guerra che porta via uomini, donne e bambini. Una guerra assurda, come tutte le guerre del resto. Un terribile scontro che vede schierati americani contro altri americani.

E’ la guerra di secessione, che si protrae oramai da quattro anni. Il presidente Lincoln è stato appena rieletto per il suo secondo mandato. Nonostante le terribili tragedie che sconvolgono il Paese, si respira nell’aria la pace che è alle porte. I secessionisti sono sull’orlo della rovina, malnutriti e poco equipaggiati rispetto all’esercito dell’Unione.

Eppure c’è un’altra grave questione su cui si interroga la nazione. Il tredicesimo emendamento fortemente promosso dal presidente Lincoln. L’emendamento che segnerà la fine della schiavitù in America. L’inizio della ricostruzione del paese della libertà.

Daniel Day-Lewis in Lincoln (2012)

Con l’approvazione dell’emendamento la guerra finirà. Così il presidente cerca di convincere alleati ed oppositori. La guerra, principale argomento della politica americana, terminerà con la liberazione delle persone di colore, perché, in fondo, è per questo che si combatte da anni.

In realtà le cose non stanno esattamente così. La guerra è sul punto di finire comunque. I delegati della Confederazione sono già pronti per trattare la resa e la riapertura dei rapporti commerciali. Ma allora perché tutta questa pressione su un emendamento che, di fatto, non risolverebbe nulla in merito alla travagliata politica statunitense? Perché il presidente protrae inutilmente una guerra che causa migliaia di morti inutili ogni giorno?

Questi sono gli interrogativi ai quali cerca di rispondere il capolavoro di Steven Spielberg, che dipinge un ritratto del presidente più importante della storia americana abbastanza inusuale. Chi temeva un’opera agiografica, una pellicola che esplorasse la vita di Abraham Lincoln con timore reverenziale si è dovuto fortemente ricredere.

Daniel Day-Lewis and David Strathairn in Lincoln (2012)

Niente di tutto ciò è Lincoln diretto dal maestro Steven Spielberg e scritto dal fidato Tony Kushner (già autore di Munich). Abraham Lincoln non è una persona perfetta. Ha un rapporto difficile con sua moglie, sconvolta dalla perdita di un figlio, è un padre distante per l’altro suo figlio Robert, che vorrebbe arruolarsi nell’esercito; è, inoltre, un grande politico, e non sempre questo appellativo è sinonimo di correttezza.

Pur di far passare l’emendamento, infatti, lui è disposto a tutto. A protrarre la guerra, mantenendo all’oscuro i suoi stessi collaboratori del fatto che una delegazione di secessionisti è pronta a negoziare la pace; ma soprattutto, è disposto a corrompere l’ala più estrema del suo partito (il Partito Repubblicano) e alcuni indecisi del Partito Democratico con quelli che oggi chiamiamo “voti di scambio”, pur di far passare l’emendamento.

Daniel Day-Lewis in Lincoln (2012)

Questo è il grande dilemma che affligge la sua mente. E’ giusto tradire i valori della democrazia, pur cercando di fare qualcosa di giusto per il proprio paese? E’ giusto che migliaia di innocenti, appartenenti ad entrambi gli schieramenti, periscano quando la guerra potrebbe finire immediatamente?

Se la guerra finisse prima, tuttavia, l’emendamento non passerebbe mai. Perché è con la “scusa” della pace che molti uomini di razza bianca accettano, loro malgrado, di liberare persone di colore.

Il volto camaleontico di Daniel Day-Lewis, che interpreta il presidente Lincoln, ci comunica fragilità e mal nascosta sicurezza. Può un uomo della sua importanza tradire tutti valori di cui si è proclamato difensore? Il tredicesimo emendamento è una riforma giusta per il paese?

La risposta, per Spielberg, non è affatto scontata. Lo stesso presidente sta per cedere, quando, durante una conversazione notturna con due operatori delle comunicazioni, ecco che viene citato l’assioma di Euclide, secondo cui “due elementi che sono uguali ad un terzo, sono uguali tra loro”. Una semplice legge matematica, consolidata nella conoscenza da secoli, dimostra un concetto che molti, neanche oggi a dir la verità, sembrano non capire.

Daniel Day-Lewis, David Strathairn, and Hal Holbrook in Lincoln (2012)

Il veterano del Partito Repubblicano Thaddeus Stevens, burbero e di lingua tagliente, interpretato dal grandioso Tommy Lee Jones, vorrebbe di più. Oltre alla libertà, il diritto di voto e la piena uguaglianza tra bianchi e neri. Però questa è un’utopia, almeno in quei tempi. La differenza tra Lincoln e Stevens non è tanto nei principi o nelle idee. Lincoln è consapevole che i cambiamenti, specialmente in una nazione vasta e multietnica come gli Stati Uniti, debbano essere graduali per poter essere accettati da tutti.

E quindi, dopo corruzione, ripensamenti e spettacolari scontri dialettici, alla fine l’emendamento passa con due voti di scarto. Il destino delle persone dell’epoca, nonché di quelle che verranno dopo, cambia per sempre. L’uomo più puro d’America riesce, grazie a mezzi abbastanza scorretti, a far passare la legge più importante della storia degli Stati Uniti.

Giunge, infine, il tempo della pace. Non dovranno esserci ripercussioni sugli sconfitti, perché è tempo di ricostruire un paese in ginocchio, e ci sarà bisogno dell’aiuto di tutti.

Sono passati solamente pochi mesi dalla rielezione di Lincoln come presidente. C’è ancora tanto tempo per lavorare. C’è ancora tanto da fare. Magari il voto per le persone di colore. Probabilmente il presidente Lincoln avrebbe vinto anche quest’altra battaglia, magari utilizzando gli stessi metodi con cui ha fatto passare l’emendamento. Ma il suo attentatore, un simpatizzante sudista, l’ha fermato troppo presto.

Chi era dunque Abraham Lincoln? Non tutti sono studiosi della storia. Possiamo dunque fidarci della versione raccontata da Steven Spielberg? Un genio politico? Un santo troppo avanti per il suo tempo? Un uomo senza scrupoli, disposto a tutto pur di vincere? Probabilmente è inutile cercare di rispondere.

Sta di fatto che quel che rimane a noi spettatori, dopo la visione di questo grande capolavoro, è il ritratto di un uomo semplice, tutto sommato. Un uomo che ama raccontare storie bizzarre, un uomo che parla direttamente con i soldati semplici, scherzando sulla propria altezza (era alto più di 1 metro e 90), un uomo che ama sua moglie e la sua famiglia, nonostante per un politico la famiglia rappresenti quasi sempre un ostacolo.

In definitiva, un presidente amato dalle persone, forse il più amato di tutti. Un politico in grado di accorciare sempre di più la distanza che c’è tra governanti e governati. Un uomo del popolo che ha lavorato per il popolo, sacrificando la sua stessa vita nel nome di un ideale: la libertà.

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