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Settimana Biografica – Il Giovane Favoloso – Leopardi, l’Infinito reso reale

… e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

La creazione di un film attorno a una figura realmente esistita richiede sempre un lavoro critico da parte del regista e sceneggiatore che si divide in tre obiettivi fondamentali: rappresentare correttamente le sue azioni, le sue idee e le circostanze attorno ad esso. Non si tratta di una normale riproposizione degli eventi della vita di un uomo, ma della simpatetica imposizione del suo punto di vista sul mondo, cercando di tradurre in linguaggio filmico ciò che la persona incarnava ed esprimeva.

Un lavoro che a prima vista può sembrare semplice, quasi ovvio, ma che invece richiede un occhio molto attento per poter essere abbastanza fedeli al soggetto del biopic. Nel caso di Giacomo Leopardi, autore e poeta italiano la cui fama e la cui filosofia segna indelebilmente il primo Ottocento letterario , quell’occhio non può permettersi sguardi lascivi. Fortunatamente, Mario Martone ed Elio Germano sono molto più premurosi verso il loro Giovane Favoloso.

Il film segue Leopardi attraverso la sua breve e tormentata vita, dalla prima adolescenza segnata dalla voglia di scappare dal nido ostile di Recanati, fino alla maturità a Firenze, Roma e Napoli, attraverso amori non corrisposti, desideri delusi e dolori inconsolabili. Ovviamente, Leopardi è noto principalmente come il poeta del Pessimismo, tuttavia vederlo esclusivamente come un perenne scorbutico sarebbe un errore imperdonabile.

Fortunatamente, non è così per Martone e compagnia: Elio Germano interpreta un uomo, prima ancora di un poeta, la cui ambizione, la cui voglia di vivere eccede quanto concesso dalla sua famiglia prima e dal suo corpo poi. Gli occhi dell’attore emanano una dolcezza e fermezza d’animo che comunicano sì tristezza ma anche desiderio, di liberarsi di quella malinconica infelicità e raggiungere una serenità utopica; tutto ciò non viene espresso solo con lo sguardo.
Germano reinterpreta innumerevoli scritti del poeta, tra scambi epistolari a cuore aperto e i versi che lo hanno reso famoso, con un pathos terribilmente onesto.
L’approccio qui usato spoglia il linguaggio del poeta di ogni velleità teatrale o scolastica, mostrando come quelle parole possono essere solo frutto della sua lingua e intelletto, dando una dimensione tangibile ad esse e allo stesso Leopardi.

Tuttavia, se Germano come attore umanizza Leopardi, è quindi compito del regista comunicare le diverse sfumature del sublime a cui il poeta fa riferimento.
Una trasposizione del lavoro di un artista richiede anche di tradurre quelle parole in linguaggio filmico, e Martone sceglie meticolosamente cosa mostrare: La sera al dì di festa viene scritta con gli occhi rivolti verso la luna piena; L’infinito su quell’ermo colle che sempre fu caro, in un singolo piano sequenza; La Ginestra, con un occhio al cielo, al Vesuvio in eruzione, al cosmo in costante evoluzione e rivoluzione.

Leopardi così viene non solo perfettamente rappresentato come artista del suo tempo, ma lo estrapola dal tempo stesso, portandolo prima a una dimensione postmoderna e poi universale: questo “giovane favoloso” descrive il suo malessere con le lettere che inviava speranzoso a Pietro Giordani, ma con in sottofondo le note di “Goodbye” di Apparat, un contrasto anacronistico che lo porta a passeggiare come un ragazzo del ventunesimo secolo, pensieroso e osservante, tra le strade della sua prigione natale; parla della sua Italia con lo stesso scontento e la stessa malinconia di un odierno deluso dalla posizione della propria Nazione;  descrive il suo sguardo sul mondo accompagnato da dolci stridii del canadese Doug van Nort, che si sposano perfettamente con l’inquietudine che caratterizza le sue poesie.
E’ un’operazione effettuata con minuzia e ingegno, che cerca di superare i limiti delle aspettative per un biopic simile, senza scivolare nel pacchiano o nel cattivo gusto.

Il Giovane Favoloso prende a piene mani le opere di Leopardi per arrivare a definire una silhouette della sua mente, evocando lo spettro del suo pensiero e dandogli una forma tangibile e palpabile, quella di un fantastico Elio Germano, che colpisce per la sua autorità e la sua innata arguzia, nello stesso modo in cui stupiva l’autore stesso nei circoli sociali che era solito frequentare al suo tempo. Un ritratto capace di mostrare l’inchiostro sulla penna dell’autore, il mare delle sue idee, nel quale è dolce naufragar.

Leggi anche: Garrone e Sorrentino: le due facce del cinema italiano

Enrico Sciacovelli

Un altro di quei tipi che parla troppo di film e vorrebbe essere pagato per farlo, anzichè lamentarsi dell'ultimo Transformers senza successo.

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