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Room – La tragicità delle conseguenze

Emma Donoghue nel 2010 scrisse un romanzo: Stanza, letto, armadio, specchio. La donna aveva tratto ispirazione dal noto e tragico evento di cronaca nera consumatosi in una cittadina austriaca, il famoso caso Fritzl, nel quale un padre aveva tenuto prigioniera la figlia per 24 anni, abusando di lei e rendendola genitore per 7 volte. Sempre dalla penna della Donoghue nasce, nel 2015, Room. Il film di Lenny Abrahamson è l’adattamento cinematografico del romanzo della donna, e segue le vicende di Joy e Jack (rispettivamente madre e figlio), prigionieri in una stanza prima e nel mondo reale dopo.

Sette anni prima dell’inizio delle vicende mostrate nel film, la diciassettenne Joy Newsome (Brie Larson) viene rapita da un uomo di cui non conosciamo il nome, ma che la ragazza chiama Old Nick, e rinchiusa nel capanno nel giardino dell’uomo. Per sette anni, l’uomo abusa di lei, e da queste spregevoli azioni nasce Jack, che ha 5 anni quando il film inizia. Joy ha fatto una scelta: proteggerà Jack ad ogni costo.

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Lo fa dormire nell’armadio quando Old Nick le fa visita, non vuole che il bambino veda o venga visto dal suo padre biologico. Ma soprattutto, Joy decide di proteggere Jack crescendolo nella convinzione che il mondo sia solo e soltanto La Stanza: tutto ciò che c’è fuori, invece, sarebbe lo Spazio. Le uniche cose reali sono quelle presenti nella Stanza; ma perchè una scelta così drastica? Joy ritiene che scappare sia impossibile: infatti il capanno è chiuso con una porta di cui solo Old Nick conosce il codice di apertura, dunque colpirlo o ucciderlo sarebbe controproducente. Ma arriva una svolta.

Il bambino inizia a fare delle domande sul mondo e Joy coglie l’occasione per spiegargli la verità: inizialmente confuso, Jack rifiuta quella realtà ma il giorno dopo inizia ad avere più chiare le tante e nuove informazioni ricevute da Joy, e si trasforma sempre più in complice di Ma (è così, infatti, che il bambino appella sua madre). Sarà Jack a salvare Ma: fingendosi morto, Old Nick sarà costretto a portarlo fuori per seppellirlo e, liberandosi, riesce a raggiungere un uomo che chiama la polizia. Jack e Joy vengono portati in salvo: ma è qui che inizia il film.

Room, infatti, non è un film sulla tragedia del rapimento e degli abusi. Room è un film sul reinserimento nella società di due soggetti che hanno subito scelleratezze simili: Joy, strappata dalla vita in cui stava crescendo; Jack, invece, completamente nuovo al vero mondo.

Un geniale espediente narrativo, infatti, è quello di rendere il bambino l’indiretto narratore del film: indiretto perchè la forma espressiva è quella di una lettera a Ma, in cui scopriamo le tappe evolutive e conoscitive di Jack da quando inizia il film fino alla fine. Uscito da Room, Jack dice:

“Prima nella Stanza non conoscevo niente. Adesso, che sono nel Mondo, conosco tutto!”.

Noi spettatori siamo turbati dalla vicenda e dal contesto in cui Joy e Jack hanno vissuto, ma il film ci fa capire presto che il suo vero punto di interesse è raccontare la difficoltà che può assumere la parola libertà per chi ne è stato privato per molti anni. Per questo, quando Joy e Jack vanno a vivere dalla madre della donna e dal suo nuovo compagno Leo, questo concetto è riassunto nella disperata frase di Joy:

“I’m supposed to be happy!”.

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Ma Joy non è felice. Brie Larson fa un lavoro eccelso per rendere i sentimenti contrastanti di questa povera ragazza: non a caso vince l’Oscar alla migliore attrice alla sua prima candidatura. Ma è un personaggio che quasi rappresenta l’alter ego di Joy. La ragazza lo dice chiaramente a Jack quando cerca di spiegargli la verità riguardo il mondo:

“Prima di essere Ma, io ero una piccola ragazza di nome Joy”.

Ma è il simbolo della protezione, dell’amore materno, puro e incondizionato nei confronti del proprio figlio, visto (giustamente) come una creatura indifesa in quel contesto abominevole. L’obiettivo della ragazza, si badi, non è far prevalere Ma su Joy, ma è fare incontrare queste sue parti di sè.

Nella fase centrale del film, Joy crede di essere quella meno bisognosa di aiuto, ma presto si renderà conto che non è così: la disabitudine alla libertà, la separazione dei suoi e la preoccupazione che Jack possa non essere normale la rendono istericamente depressa. La goccia che fa traboccare il vaso è la domanda della giornalista durante l’intervista in casa: perchè, quando è nato Jack, non ha chiesto al suo carceriere di portarlo via, di lasciarlo in un ospedale?

Joy è sconvolta da questa domanda; la sua risposta immediata e istintiva è:

“Perchè avrei dovuto?”.

La giornalista incalza e le spiega che tenere il bambino probabilmente è stata la migliore scelta per lei, ma è stata una buona scelta per Jack? Joy non sa rispondere. Anzi, in un certo modo risponde: la notte seguente tenta il suicidio. Sarà Jack a chiamare la nonna e a salvare, ancora una volta, la ragazza.

Del resto, è Jack l’eroe di Room. Jacob Tremblay (a soli otto anni) fornisce un’ interpretazione a dir poco magistrale: sa essere dolce, risoluto, disperato e tenero ogni volta che la scena lo richiede. A differenza di Joy, Jack non odia Stanza: essendoci nato e vissuto, per anni quello è stato il suo concetto di mondo. Perciò, approcciarsi al mondo reale, rappresenta inevitabilmente un trauma.

Ma da bambino forte qual è, la sua ripresa è esponenziale e, alla lunga, lui sta bene, mentre Ma peggiora. I mesi in cui Joy è ricoverata dopo aver tentato il suicidio sono quelli in cui Jack cresce maggiormente: non avendo più la madre a cui chiedere ogni cosa, si relaziona con Leo, con la nonna e col cane di Leo, fa addirittura amicizia con un altro bambino. Ma c’è un momento particolare che inquadra la crescita di Jack.

Caratteristica fisica del bambino è avere i capelli molto lunghi, come una bambina. Quando la nonna, nella loro prima conversazione, si offre di tagliarglieli, Jack dice alla mamma di rispondere che non può perchè:

“I capelli sono la mia forza”.

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Ma quando Joy è ricoverata, e Jack è sempre più forte, decide di chiedere alla nonna di farsi tagliare i capelli, in modo da mandare il ciuffo a Ma, affinchè lei possa usufruire della forza di cui lui non ha più bisogno. Ma si salva: “Mi hai salvata, ancora“, dice a Jack dopo essere tornata a casa. In lacrime, la ragazza confessa al figlio:

“I’m not good enough as Ma”.

Ma la risposta di Jack è definitiva, dolce e emotivamente struggente allo stesso tempo:

“But you’re Ma”.

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Sei Ma, è questo che conta, non provare più a fare quello che hai fatto, perchè tu sei tutto per me. L’emotività e l’empatia trasmesse da Room sono uniche, persino quando madre e figlio tornano a visitare Stanza per l’ultima volta: “Addio, Stanza”, sono le ultime parole di Ma e Jack, finalmente pronti a godere del prossimo capitolo della loro vita.

Leggi anche: Captain Marvel – Il trailer del film con Brie Larson e Samuel L. Jackson

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