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Arya Stark – L’identità è una menzogna?

Arya Stark

Dal 2010 in poi, Game of Thrones ci ha sempre presentato personaggi sfumati, mai totalmente buoni o cattivi, sempre alla ricerca del proprio posto nel mondo. In questo universo, Arya Stark spicca non solo perché la sua crescita è una delle evoluzioni più profonde dello show, ma anche perché si accompagna ad una questione intima, esistenziale: chi sono io? Cos’è l’identità?

La sua vivace determinazione è la caratteristica che sin dall’inizio della prima stagione possiamo notare, così come il suo vigoroso rifiuto di tutto ciò che riguarda l’educazione femminile tipica del Medioevo; diversamente dalla sorella Sansa, l’interesse di Arya non è diventare una graziosa, passiva Lady, ma lanciarsi all’attacco in epiche battaglie come quelle narrate dai suoi Maestri, storie che accompagnano i suoi sonni a Grande Inverno.

Tutto quello che la ragazza sa è ciò che non è: “non sono una Lady“, ripete agli sconosciuti, “non sono un ragazzo“, ripete al suo maestro di danza Syrio; Arya è un esempio vivente del paradosso dell’identità e dell’identità di genere che la pressione sociale e culturale esercita sugli individui.

Conosci te stesso: limite o vantaggio?

Arya stark

Il problema di Arya Stark è quello del riconoscimento: la piccola, com’è normale che sia, non è ancora un personaggio completamente sviluppato e definito, ma un carattere dinamico e plastico, potenzialmente illimitato.

Durante la prima stagione questo problema sembra quasi un gioco: Arya Stark è destinata a sposare un Lord e a diventare una Lady, ma fino a quel momento può divertirsi incarnando antiche guerriere del passato ed esercitandosi con archi e spade nel cortile di casa. Il tipico, innocente gioco di finzione simbolica è il suo passatempo preferito.

L’approvazione dei nobili genitori e dei fratelli non le importa, quello che Arya vuole è soltanto mettersi alla prova, capire fin dove può spingersi e trovare il suo posto nel mondo. Non possiamo dimenticare che la società di cui stiamo parlando è quella storicamente rigida fondata sui titoli, che non lascia posto ad alcun tipo di eccezione.

Il gioco di finzione diventa drammatica realtà quando la ragazza assiste alle prepotenze che il principe Joffrey esercita sul suo amico, l’umile assistente di un macellaio: è in quel momento che qualcosa si attiva definitivamente nella ragazza, qualcosa che le impone di superare il limite della conoscenza di sé.

Arya capisce che non sarà mai una ragazza normale, che il suo sentiero è un altro, lontano dalle ricchezze della Corte e dalle delicatezze delle eleganti tenute regali; la capacità di trasformare la sua unicità in una forza incontrollabile è il passo successivo, che la spingerà verso cambiamenti drastici.

Essere nessuno: La relatività del Sé

Arya stark

Se un individuo non può fare a meno di identificarsi, categorizzarsi, fin dove è possibile rendere fluida questa forma di definizione? L’incontro di Arya con Jaqen H’ghar, il maestro che la allena dopo Syrio Forel, sembra rispondere proprio a questa esigenza.

Nella casa del Dio dai Mille Volti di Braavos la piccola Arya Stark apprende le infinite sfaccettature che ogni Io può assumere, imparando a dissimulare emozioni, azioni, pensieri. Quello che a Grande Inverno era il suo limite principale in questo luogo è libero di esprimersi in tutta la sua potenza, come un vessillo di anarchica ribellione verso ogni etichetta esistente.

L’oggetto del suo cambiamento non è più soltanto il esteriore, riguardante ruoli sociali ed apparenze, ma il interiore, quello che continuamente si confronta con gli aspetti più profondi dell’individualità.

Stagione dopo stagione Arya diventa l’emblema di una problematica tanto attuale quanto storica, che sfugge ad ogni tentativo di comprensione: non possiamo mai davvero cristallizzare fino in fondo la nostra identità. C’è sempre qualcosa che sfugge.

Per fare un confronto all’interno dello stesso universo, Arya si oppone completamente ad un personaggio come Daenerys, che trae forza dal suo nome, dai suoi titoli, dal suo ruolo nel mondo.

Mentre la Madre dei Draghi cerca un riconoscimento universale, quello che Arya Stark desidera è sfuggire da questo universale, aspirando ad una relatività estrema e radicale.

Il dolore dei legami passati: la storia che ritorna

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Questo cammino sarebbe semplice e diretto per Arya, se non fosse per il fatto che la ragazza non è ancora del tutto disposta a lasciar andare la sua identità. Perché accogliere la relatività totale che Essere Nessuno comporta significherebbe lasciar andare per sempre il proprio passato e ogni legame familiare.

Ma Arya aveva intrapreso questo cammino proprio per portare vendetta per se stessa e per gli Stark, quindi rinunciare al proprio ruolo iniziale sarebbe per lei troppo doloroso.

Ecco quindi una nuova aporia che oscilla tra passato e futuro, tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere: in questa decisiva altalena si collocano tutti i dubbi di Arya; la scelta finale della ragazza è in ogni caso parzialmente soddisfacente, perché inevitabilmente comporta una rinuncia in un senso o nell’altro.

Il compromesso è la soluzione che spera di ottenere: mantenere la sua fluida “non-identità” e al tempo stesso tornare a Westeros, ricongiungersi con i suoi familiari e combattere i nemici che hanno distrutto il suo passato. Si tratta di una soluzione fittizia, che non fa che confermare una volta di più quanto il problema di Arya sia intrinsecamente irriducibile e indefinibile.

Come nel Fu Mattia Pascal di Pirandello, anche nella sua storia Arya Stark si trova a fare i conti con il passato, che ritorna inevitabilmente, chiedendole di scegliere.

In conclusione possiamo riflettere sul fatto che l’aristotelico gioco di identità e non-contraddizione con il quale la figlia di Ned Stark si confronta la obbliga a perdersi per poi, forse, ritrovarsi. Ma la menzogna-verità della sua identità non è forse frutto della catena di eventi al di sopra di lei, che la risucchia senza via d’uscita? Rispondere a questa domanda richiederebbe di passare dal paradosso individuale a quello collettivo e sociale, che pone il singolo davanti al contesto, più o meno sano, che lo circonda.

La fiducia e la sua mancanza

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Tra i tanti psicologi che si sono occupati d’identità, uno in particolare, Erik Erikson, ha approfondito il rapporto tra questa istanza e il contesto sociale; concentrandosi sullo sviluppo di bambini e adolescenti, egli arriva a formulare l’esistenza di diversi dilemmi psicosociali con i quali i ragazzi si confrontano quando crescono.

Questi dilemmi corrispondono a particolari fasi della vita, e nel caso dell’epoca della pubertà e dell’adolescenza il conflitto è tra l’integrazione dell’identità e la diffusione dell’identità. Ciò sta a significare che un buon rapporto col contesto sociale favorisce l’acquisizione dell’identità, viceversa sperimentare esperienze negative, carenze affettive e mancanze ripetute provoca uno stato di incertezza, di frammentazione identitaria.

La facoltà principale che si acquisisce durante questa fase è la fiducia nel mondo circostante. Volendo allora provare a rileggere la storia di Arya Stark attraverso le lenti della psicologia, potremmo arrivare a ipotizzare che la sua vita è stata fortemente segnata dalla capacità e dalla mancata capacità di provare fiducia verso il prossimo, anche verso i propri cari.

La menzogna dell’identità di Arya, dunque, che è la menzogna dell’identità di ognuno di noi, non è un problema nè isolato nè individuale; è qualcosa di comune, un perpetuo appello all’ambiente nel quale ciascuno di noi vive e opera. In quanto problema comune, quindi, non possiamo che accettarlo e provare a trasformarlo in un fardello collettivo, più leggero perché distribuito tra una pluralità di singoli.

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Gianluca Colella

Ho 24 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa del cinema. Un po' la Forza di Star Wars.

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