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Medea, L’inquietudine, Il Cinema – da Von Trier a Pasolini

La storia dell’infanticida e vendicativa Medea presenta varie versioni: alcuni credono sia nipote di Circe, altri che ne sia sorella, ma tutti son concordi sulle sue facoltà magiche e sulla sua sete di sangue. Questo personaggio ha infiammato il mondo della letteratura, del teatro, della musica presentandone varie prospettive, alcuni narrano la sua storia dall’incontro con Giasone alla ricerca del vello d’oro con gli Argonauti (Apollonio Rodio, Valerio Flacco), altri si soffermano sulla loro travagliata storia d’amore (Salomon, Moreau, Waterhouse), altri ancora sulla tragica furia di una moglie tradita (Euripide, Ovidio, Niccolini, Wolf, Pasolini, Delacroix, Lars Von Trier).

Perché tanta attenzione? Cos’ha di speciale la storia di questa donna? È più umana di quanto possa apparire a primo acchito, la sua rabbia è viva, intensa, brucia. Medea per amore ha ucciso il fratello Apsirto, ha tradito la sua famiglia, la sua patria. Si è macchiata in eterno, per amore. Una volta salita sulla nave Argo la potente maga spera solo di trovare amore e riconoscenza ad attenderla e invece giunti a Jolco a Giasone vien rifiutato il trono e lei deve continuare a macchiarsi di sangue e sofferenza per aiutare l’amato nel proprio intento, che sarà raggiunto solo a Corinto. Creonte vuole infatti cedere sua figlia Glauce in sposa a Giasone, ecco coronato il sogno dell’impavido argonauta, ma a che prezzo?

Una donna tormentata, costretta a infliggere morte e sofferenza e a pagarne il duro prezzo uccidendo i propri figli, i suoi amatissimi figli. La vendetta è grande quanto lo è stata la follia che l’ha presa nella Colchide, la dolce follia derivante da un distruttivo amore in cui ella vedeva un riparo dai mali della vita, un porto sicuro in cui attraccare in cerca di riposo. Invece ha trovato ad attenderla l’onda violenta dell’indifferenza di Giasone, è stata travolta dalla sua voglia di potere. Era pronto a negare il suo amore, ad esiliarla, e tutto per egoismo, per diventare sovrano. Medea, travolta da questa onda, stupita e ferita, è stata trascinata dalla risacca della vendetta.

L’eredità raccolta da Lars Von Trier

La Medea che debuttò in televisione nel 1988 in Danimarca fu girata da von Trier, ma l’idea di rappresentare cinematograficamente quella tragedia non era stata sua. Il suo grande maestro spirituale, Dreyer, voleva girare un film proprio sull’eroina ma aveva lasciato incompiuto il proprio lavoro. Von Trier ha subito raccolto il materiale e ha apportato delle modifiche al lavoro “filologico” che il suo maestro voleva compiere della tragedia euripidea, alleggerendo la sceneggiatura con l’eliminazione del coro e sostituendo l’avvelenamento dei figli che Dreyer aveva inserito ritenendo le pugnalate troppo cruente (cosa che ovviamente non poteva che far sorridere Lars, che decise di sostituirle con l’impiccagione). La nota cupa, fobica e disturbata del regista trasuda da una cruda tragedia come quella della grande infanticida che macchierà indelebilmente la mente degli spettatori ma non la sua fama e il favore della critica.

La Medea di Von Trier è frutto di una venerazione, di un voler proseguire quello che il proprio maestro ha incominciato, è un lavoro malinconico che non ha alcun fine se non il completamento di un puzzle iniziato da un anziano padre e terminato con la passione e la foga di un figlio sognante, felice di contribuire ad un progetto non per il suo scopo, non per un motivo ben preciso ma per la pura voglia quasi infantile di volersi approcciare a qualcosa che appartiene “ai grandi” – e che poi aprirà le porte a Von Trier stesso per questo mondo dei “grandi”.

La denuncia sottesa di Pasolini

Quasi vent’anni prima, nel 1969, invece aveva visto la luce la Medea pasoliniana, con protagonista la splendida Maria Callas (che già aveva interpretato il ruolo nell’omonima opera di Cherubini nel 1953). Un film che fu ben visto dalla critica ma non ottenne il successo sperato. Pasolini, uomo dal grande fervore, contestatore, sempre critico e corrucciato con la vita ha molto in comune con la nostra antieroina e dunque non si limita a raccogliere un’eredità, come nel caso di Von Trier, egli necessita intimamente di mettere in scena l’eroina, Pasolini ha bisogno di Medea perché egli è Medea. La maga che egli svela ha ormai perso la ragione, vuole solo sofferenza attorno a sé, è un’esiliata, tradita dalla vita che ella stessa sperava di costruire. Pasolini, come Medea, è perseguitato da una colpa che deriva dall’amore, certamente entrambi i loro atteggiamenti son sbagliati, ma alla fine in amore cosa decreta il limite tra giusto e sbagliato? La rabbia di Pasolini deriva dall’inquietudine che gli si muove dentro e scava come un verme, dall’omosessualità in dualistica opposizione alla sua fede, dalla voglia di amare e dall’impotenza derivante dalle situazioni contingenti. I processi e le accuse dal 1950 non lo abbandonano e anche la sua stessa morte sarà segnata dalla sua omosessualità (e pederastia). Un amore tormentato che incontra le contingenze storiche e decide di rispondervi in maniera sbagliata, in maniera impulsiva e assolutamente contestabile, come le scelte di Medea d’altronde. Dunque, la scelta di Pasolini, quest’unica primadonna nella storia del suo cinema, è dettata dal forte legame viscerale che ancora conserva con sua madre o dalla voglia di denunciare il claustrofobico sistema storico-sociale che spinge ad atti insani?

Leggi anche: Pegasus e Achille – Superare la Gloria del Sè

Giorgia Fanelli
"Nel Foscolo è visibilissima quell'aria di irrequieto dolore, quel desiderio di pace e di oblio, che fu sì comune agli uomini e agli scrittori della generazione romantica, e che trovò forse la sua espressione artistica più intiera nel Renato di Chateaubriand. Questo lettore di Plutarco, questo che più volte si professa stoico, quando si scopre senza posa a sé e agli amici è un ammalato dei mali profondi delle età di transizione: non molto dissimile in ciò dal Petrarca, di cui perciò comprese così bene gli spiriti". Eugenio Donadoni (critico letterario)

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