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The Booth at the End – Chi si nasconde nei dettagli, il Diavolo o l’Uomo?

 

Il diavolo si nasconde nei dettagli”.

Una delle frasi più ambigue che siano mai state dette, emerge con elegante prepotenza nella miniserie tv The Booth at the End – alla quale si è ispirato Genovese per “The Place”. L’origine della frase è incerta – addirittura sembra che la citazione originaria fosse “Dio si nasconde nei dettagli” – ma quel che è certo è che, episodio dopo episodio, questa si insinua nella mente dello spettatore come il più assillante dei dubbi.

Nella più classica delle tavole calde americane si snodano le storie – e i pensieri – di personaggi in cerca di un aiuto in grado di migliorare la loro vita. Questo aiuto viene fornito da “colui che fa in modo che certe cose accadano”, un signore avvolto dal mistero, sempre seduto allo stesso tavolo, di cui non viene mai fatto il nome (interpretato da Xander Berkeley).

L’uomo aiuta le persone che vanno da lui a realizzare ciò che più desiderano, ma ciò ha ovviamente un prezzo. Ogni richiesta è infatti legata ad un azione che dovrà essere svolta affinché tale richiesta vada a buon fine, in quello che si prefigura come vero e proprio contratto.

Il misterioso uomo non solo si aspetta che l’azione da lui richiesta in cambio venga effettuata, ma vuole sapere anche i dettagli di come si evolve il compito e le sensazioni che, di volta in volta, questo suscita nei suoi “clienti”.

Particolare molto rilevante è che tutto ciò viene annotato nel suo libro, lo stesso libro dal quale ogni volta sceglie l’incarico da assegnare, anche se forse sarebbe più corretto dire che è il compito stesso a scegliere il suo fiduciario e l’innominato altro non sarebbe dunque che l’intermediario. Particolare altrettanto degno di nota è che ad ogni desiderio corrisponde biunivocamente una e soltanto una azione da svolgere.

Nel vortice di storie che si intersecano, c’è chi, per salvare la propria figlia dal cancro, deve rapire una bambina e ucciderla (James), chi, per un notte di passione con una donna che desidera, deve proteggerla quella bambina (Willem). C’è chi deve rapinare una banca per veder esaudito il suo desiderio di essere più bella (Jenny), o chi deve rimanere incinta per ritrovare la sua smarrita fede in Dio (Sister Caramel). Ancora, c’è chi è disposta a costruire e far esplodere una bomba affinché il proprio marito guarisca dall’Alzheimer (Mrs. Tyler), e chi, per far sì che il proprio figlio torni da lui, è disposto ad insabbiare una denuncia (Allen).

 

L’interpretazione allegorica

Inutile girarci intorno, la prima sensazione dello spettatore è quella di trovarsi di fronte alla personificazione del Diavolo. Troppi sono i particolari che fanno volgere lo sguardo in quella direzione.

C’è quello che sembra a tutti gli effetti un patto con il demonio, un accordo con il quale i personaggi, chi più chi meno, vendono un pezzo della loro anima in cambio della realizzazione del desiderio. Un patto che trova nel misterioso libro, distinguibile alla vista ma occulto all’intelletto, la sua forma simbolica. Un patto nel quale riecheggia la letteratura biblica e quella di faustiana memoria.

Sister Caramel: “Come faccio a sapere che lei non è il Diavolo?”

Lui: “Non può saperlo

Fin dall’inizio si nota un leitmotiv che ruota attorno ai dettagli, in modo da catalizzare l’attenzione dello spettatore sul senso di quella parola ripetuta così spesso. Non si parla solo di dettagli in senso stretto, riducibili al piano di azione di ogni personaggio, ma anche della loro connotazione emotiva: si dà risalto così ai pensieri più profondi, nascosti e terribili, ma anche ai dubbi, alla possibilità di scelta.

In questo modo i dettagli assumono una funzione quasi-espiatoria in un luogo che, al contrario, è inversamente catartico.

Si può percepire allora il riferimento al Demonio, come entità che brama i particolari, dettagli in cui nascondersi appunto. Si ha come la sensazione che i dettagli siano il vero elemento a cui mira il misterioso signore e che le mansioni assegnate siano soltanto un mezzo per ottenerli. Da questa prospettiva sembra che a lui non interessi tanto dar vita al male, quanto dare sfogo a quello già presente nella natura umana, al fine di comprenderlo.

Suor Caramel: “Lei crede in Dio?

Lui: “A me interessano i dettagli

L’interpretazione meta-allegorica

Provando a non fermarsi a questo sguardo allegorico, in The Booth at the End è possibile scendere ancora in profondità nella comprensione di questa originalissima narrazione, ad un livello che – prendendomi qualche rischio e forse anche una licenza poetica – mi sento di chiamare meta-allegorico.

Ci sono almeno un paio di ragioni per dubitare dell’interpretazione allegorica. La prima è che la responsabilità delle azioni è solamente di coloro che le compiono. Un messaggio che viene marcato continuamente dall’uomo che, sentendosi addossare le colpe delle azioni indicibili che i clienti commettono, puntualizza sempre che lui non ha alcuna responsabilità, non ha svolto alcuna azione per veder realizzato il proprio desiderio.

Probabilmente un’entità diabolica non negherebbe le proprie responsabilità, anzi le vedrebbe come meriti e ne trarrebbe godimento.

Allen: “Che cosa hai fatto?

Lui: “Io nulla. Tu sì

La seconda ragione è che, a differenza di quanto probabilmente accadrebbe dopo aver stipulato un patto con il Diavolo, l’innominato lascia sempre una scelta ai suoi clienti, i quali possono tornare sui propri passi, rinunciando al desiderio e all’accordo. Ogni volta che i personaggi mostrano dubbi, rimorsi o quant’altro, lui sussurra loro che hanno sempre la scelta di non fare ciò che permetterebbe la realizzazione del loro desiderio, quasi come fosse la voce della loro coscienza piuttosto che quella della personificazione di Mefistofele.

Mrs. Tyler: “Come posso togliere la vita a delle persone solamente perché rivoglio mio marito?

Lui: “Beh, è ancora in tempo per decidere se andare avanti o no

Ora, provando a infrangere in un colpo solo il concetto di alterità e quello di identità, immaginiamo che quel posto, quella tavola calda, sia l’essere umano nella sua complessità e al suo interno lottino le sue due inclinazioni primordiali, il bene e il male.

Non solo, questa lotta interna è così sfumata che bene e male, personificati rispettivamente dal personaggio di turno e dall’innominato, sono un ammasso informe. Talvolta sembra quasi che il ruolo degli attori (della storia) in questione sia invertito e, come dicevamo prima, sia il misterioso signore a fornire un elemento coscienzioso in un caotico vortice di dolore nel quale i clienti potrebbero entrare.

Va così a definirsi una dialettica nella quale i concetti di bene e male vengono dilatati a tal punto che l’uno scompare nell’altro, e viceversa, dando vita alla complessità dell’animo umano.

Non è poi niente di esageratamente inverosimile se si pensa che Dio e il Diavolo sono antropomorfizzazioni del bene e del male, non nella misura in cui si metta in dubbio la loro esistenza (è una questione di fede, che non vuole toccare l’articolo in questione), ma cogliendo l’idea che la loro somiglianza di immagine con l’uomo sarebbe stata inevitabile.

Mi viene in mente la provocante frase che si fa risalire a Senofonte, storico nell’Antica Grecia.

Ma se i buoi, i cavalli e i leoni avessero le mani, o potessero disegnare con le mani, e fare opere come quelle degli uomini, raffigurerebbero gli dei, il cavallo simili ai cavalli, il bue ai buoi, e farebbero loro dei corpi come quelli che ha ciascuno di loro.

Il punto è che bene e male non si trovano nelle loro  rispettive antropomorfizzazioni, ma nella natura umana. E l’uomo deve convivere con la duplice natura del suo animo, cercando di creare il giusto equilibrio nel moto dialettico degli opposti. Il giusto mezzo aristotelico è come il nero, va su tutto.

 

Leggi anche: Taboo – Qual è il vero male?

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere. Aspirante giornalista. Nerd da prima che diventasse una moda. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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