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Gian Maria Volonté – L’Estetica del/nel Conflitto

Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c’è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita.

Gian Maria Volonté

In Italia, nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli ’80, fare cinema è tutt’altro che semplice. Gira un aria da maccartismo: oppositori politici, intellettuali difformi, attori non allineati, avvocati e filosofi tutti sono papabili per cadere nella tela di ragno della giustizia, tesa su un baratro nero che inghiottirà centinaia di vite negli anni. Un vento di piombo tira per strada e nelle piazze: tra esecuzioni sommarie, carcerazioni molto preventive e gogne mediatiche, la stagione della caccia al capro espiatorio è aperta nel bel paese e non si risparmiano cartucce. Nonostante la paura strisciante, c’è ancora chi si alza in piedi e dice di no; come un attorucolo barbuto e mezzo straccione, che non perde occasione per urlare tutto il suo disprezzo in faccia a giudice giuria e boia, dentro e fuori dallo schermo, mentre interpreta il copione della sua vita.

Per il giovane Gian Maria, tra la vita da disgraziato figlio della via Gluk che conduce e quella di un povero messicano polveroso, non c’è molta differenza. Proprio per questo, le parti che lo consacreranno in cima all’olimpo del cinema italiano, contengono due caratteri essenziali della personalità e della storia di Volonté: la sete di rivalsa e l’impegno politico. Direttamente dai cactus della Mesa, emergono le figure di Ramon e Indio, protagonisti dei primi due capitoli della trilogia del dollaro di Sergio Leone: volti scavati dalla fame con occhi brucianti di desiderio, pronti a tutto pur di scampare alla miseria che li ha rincorsi da sempre; sono entrambi il ritratto di un adolescente ribelle, febbrile, che però non ha trovato la sua strada, vuole solo sfogare un mare di rabbia. Il volto della maturità per Gian Maria Volonté, invece, è quello del Chuncho in “Quien sabe?”: ha le sembianze del suo riso folle mentre getta al vento una ricchezza da far girare la testa, un malloppo che i due predoni hanno solo sognato, perché ha scoperto una nuova ragione di vita: la rivolta.

Dal Messico fino alle nuvole, dalle distese aride fino alle cime rocciose. Il cinema western è un trampolino ideale da cui tuffarsi per questo attore camaleontico e istrionico, e nuotare in una vasca piena di maschere da indossare. Sulle montagne del Carso nella prima guerra mondiale sulle tracce di Emilio Lussu, tra le strade dell’America degli anni ’20 tra emigranti e sindacalisti, nelle campagne siciliane tra banditi e aspiranti mafiosi, nell’Italia del sedicesimo secolo immerso nelle eresie dei grandi pensatori. Non esiste ruolo interpretato da Volonté che non abbia la sua impronta inconfondibile, quel confine labile tra genio e follia che porta nella dialettica di ogni personaggio. Si cimenta per sfidarsi Gian Maria, ma solo un confine pone a sé stesso e alle sue capacità, un fil rouge che accomuna ogni vicenda: l’amore  per le anime sovversive di ogni tempo, la voglia di raccontare la storia degli ultimi e dei reietti delle civiltà, quasi a voler mimare le mille e una svolte che la sua vita avrebbe potuto imboccare senza il cinema.

La sommossa dei contadini messicani, la disobbedienza dei soldati italiani, le battaglie operaie degli emigranti italiani; queste e molte altre sono solo i riflessi della sommossa dei dannati delle metropoli nel mondo reale, che infiamma l’alba degli anni ’70. Per l’attore ormai assurto alla cima dell’olimpo del cinema, il passaggio dal rappresentare le sparatorie tra i cactus, gli assalti alla baionetta o le battaglie in tribunale, al mettere in scena l’attualità è immediato. Volonté decide di non partecipare alla caccia alle streghe imbastita da stampa e autorità contro una generazione ribelle, per mostrare il lato oscuro della luna, quello nascosto agli sguardi distratti. La faccia oscura del cottimo, dei krumiri, delle violenze in questura; la realtà della fabbrica, delle morti bianche, degli stipendi da fame; la storia dei delitti impuniti e della violenza di stato avallata e giustificata.

Al fianco di Elio Petri, il camaleonte cinematografico attraversa la giungla di cemento, diventando di volta Lulù, un operaio metalmeccanico stakanovista, oppure un anonimo qualsiasi dirigente di polizia, figura che ricalca le orme del tristemente noto commissario Calabresi, o anche Paolo, insegnante siciliano poco avvezzo alla rassegnazione così diffusa in paese. Volti diversi per portare sulle scene un’epoca, maschere per rappresentare le ansie e le psicosi di generazioni intere di lavoratori e cittadini, in bilico tra il volersi liberare della schiavitù del lavoro salariato e la paura della repressione governativa. Gian Maria Volonté nelle sue interpretazioni non è mai apologetico né assolutorio; riesce a sviscerare fino in fondo le responsabilità individuali, i moventi sociali che spingono l’individuo nel vicolo cieco della follia; ma al tempo stesso illumina il brodo di coltura che dà vita alla mania, la radice di lavoro e potere, criminale e non, che favorisce e incentiva ognuno a perdersi tra le maglie del capitalismo.

Camaleontico, istrionico, imprevedibile, caratteristico, inconfondibile; gli aggettivi con un attore di questa levatura si sprecano, e sono tutti calzanti. Ma forse più di ogni altra cosa, Gian Maria Volonté è stato un attore coraggioso. In totale controtendenza rispetto all’ambiente circostante, Volonté non ha paura di raccontare i tempi che sta vivendo il paese; non teme ritorsioni nel rappresentare il periodo più buio per la democrazia, che la morte di Pinelli e la successiva persecuzione poliziesca e giornalistica nei confronti di tutte le voci dissonanti, e di condannarne le dinamiche auto assolutorie; al tempo stesso, però, non ha toni patetici o melodrammatici nei confronti dei perseguitati, anzi, non risparmia critiche all’eccesso di ideologia e di iperuranio. Gian Maria Volonté è stato il vero volto degli anni di piombo in Italia: cronista della lotta impari tra i Davide proletario e il Golia borghese, nell’avvento della fabbrica-metropoli o panopticon sociale; profeta del tramonto della democrazia occidentale nel silenzio ovattato delle questure, e sulle punte dei manganelli della celere; ma anche oracolo della caduta dei giganti e dei tiranni, nel baratro della dinamite.

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