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Mario Brenta- Il cinema e la poetica delle cose

Il 4 ottobre 2018 è stato ospite, della Palestra del cinema, Mario Brenta regista, sceneggiatore e direttore della fotografia italiano. Appena arrivo alla conferenza Brenta è seduto in un angolo della sala. Gli chiedo con un po’ di imbarazzo se posso rivolgergli qualche domanda e lui con molta gentilezza acconsente. Dopo aver tenuto una lezione sulla sceneggiatura, io e Brenta andiamo un attimo in disparte per parlare in privato. Questo è quanto mi ha detto.

Brenta

 

Signor Brenta, come si è avvicinato al cinema?

Ho sempre amato il cinema. In particolare mi piaceva l’odore della pellicola, quando da negativa diventava positiva. Quell’odore era molto buono. Poi quando ero bambino vidi girare un film davanti alle finestre di casa. Ero estasiato. Mi affascinava vedere la macchina da presa: un enorme macchinario con un piccolo omino dietro i proiettori accesi. Ero daltonico, quindi non potevo fare l’operatore. Così mi balenò l’idea di fare il regista, anche se era solo un’idea e non una vera intenzione. A quel tempo andavo molto al cinema. Quando avevo sedici anni andai al cinema convinto di vedere un giallo, poi però mi accorsi che quel giallo era stato sostituito da un altro film. Mi trovavo lì, quindi andai in sala…

Che film vide?

Il Settimo sigillo. Uscii dalla sala impietrito. Non immaginavo che si potesse fare qualcosa del genere, era stupefacente. Così capì che poteva esistere un altro genere di cinema, fatto di sensazioni e non di storie. La cosa più divertente è che anche Peter Greenway ebbe la stessa epifania guardando il Settimo sigillo. Mi ha confidato che decise di fare il regista dopo aver visto il film. Entrambi abbiamo avuto la stessa chiamata.

 

E dopo questa epifania cosa fece?

Iniziai a studiare ingegneria nucleare a Milano per volontà di mio padre. Ero compagno di corso di Gadda. Dopo essermi laureato diventai grafico pubblicitario. Tuttavia continuavo a pensare al cinema così un bel giorno dissi a mio padre che ero stanco di fare locandine e che volevo fare il regista. Mio padre non ne fu contento, ma alla fine acconsentì. Lui conosceva il direttore della RAI di Milano. Un giorno ci andai a parlare e il direttore mi disse:

ci sono due strade: o il centro sperimentale di Roma oppure un regista in Lombardia che sta lavorando a un suo progetto.

Scelsi di rimanere in Lombardia e così feci la conoscenza di Ermanno Olmi.

 

Conobbe Olmi?

Certo! Gli feci vedere alcuni miei lavori e lui mi disse:

Bravo continua così e va’ a vedere molti film.

Fu lui a farmi conoscere Eriprando Visconti. Nel 1962 fui il suo aiuto regia per Una Storia Milanese, prodotto dallo stesso Ermanno. Poi feci anche aiuto regia per Ermanno in Camminacammina.

Brenta
Mario Brenta (al centro) insieme a Ermanno Olmi (a destra)

Cosa ha imparato da Olmi?

Molto di quello che so sul cinema. Quando feci un mio film, l’impronta di Ermanno si fece sentire. Non ho mai usato attori professionisti, perché credo che gli attori debbano essere persone e non debbano interpretare dei personaggi. Olmi mi ha insegnato a condividere un esperienza nel realizzare dei progetti. Devi metterti nei panni di chi lavora con te e per te, senza condizionare nessuno, perché gli altri conoscono meglio di te il loro lavoro; perciò devi rispettarli. Olmi è stato un maestro e mi ha portato alla crescita verso un cinema libero e onesto. Il cinema è semplice bisogna solo capire cosa si prova, chi si è e cosa si vuole.

 

Ma quindi secondo lei cos’è il cinema?

Il Cinema è un percorso in divenire. Il cinema si misura con la materia vivente e con il cambiamento. Pur con continuità e autenticità, ci sono differenze fra i vari film e vanno viste.

 

Quindi il cinema non è teoria?

Assolutamente no! Platone sbagliò tutto. Non si parla di idee o concetti, ma di realtà quotidiane. Più si fanno esperienze e si scoprono cose, più ci si adatta alla realtà fenomenica del mondo. Perciò bisogna avere flessibilità.

 

Come si può fare cinema?

Bisogna ricordare che il cinema è linguaggio. I più pensano che il cinema abbia mutuato il suo linguaggio dalle altre arti: fotografia, pittura, teatro, musica, letteratura. Niente di più falso! Il cinema è il linguaggio più antico che l’uomo possieda. Purtroppo però, perché diventasse un vero e proprio mezzo comunicativo, è servita la tecnologia più recente.

 

In che senso?

Il linguaggio umano è biologico e organico: la nostra conoscenza della realtà avviene attraverso uno scambio sensoriale fra gli stimoli che provengono dall’esterno e i nostri sensi. Certo, i sensi non sono tutti uguali: alcuni sono prioritari, come la vista e l’udito, tuttavia siamo sempre in relazione col mondo tramite sensazioni e percezioni. Le informazioni che ci arrivano possono essere elaborate anche direttamente. Infatti nel rapporto col mondo, c’è sempre un’ intenzione da parte nostra. L’attenzione ci focalizza verso ciò che vogliamo conoscere. Ciò rompe un equilibrio di passività e ci porta a conoscere quelle informazione che noi privilegiamo, secondo una grammatica precisa. Questa grammatica costituisce un linguaggio ben definito. Il cinema si limita a riprodurre quel linguaggio che abbiamo dentro. Serve solo un po’ di ricettività.Brenta

Perché dunque questo linguaggio risulta così complesso?

Le prime tracce di questo linguaggio sono visive e uditive. Solo dopo diventano psicologiche. Purtroppo ce la dimentichiamo e siamo impositivi, ma le tracce parlano anche di noi stessi! Sono forme primordiali che poi noi astraiamo per trovare elementi diversi che abbiano qualcosa in comune. Per fare cinema bisogna tornare alle lingue naturali. Un’ immagine infatti è univoca e particolare, le lingue invece sono ambigue perché ricercano concetti universali. Se io leggo in un libro:

la signora si alzò dal letto e andò ad aprire…

devo immaginarmi psicologicamente tutta la scena, perché viene descritta attraverso dei concetti che io devo categorizzare. Se io invece vedo in un film una signora che si alza da un letto e va ad aprire una porta, percepisco delle immagini e dei suoni che sono inequivocabili. Non devo fare alcuno sforzo per figurarmi quanto accade, perché mi viene mostrato nella sua singolarità. E mi sembra incredibilmente vero. Ecco perché i bambini guardano i film con molta più facilità con cui leggano i libri…

 

Il suo pensiero mi ricorda molto quello di Pasolini, conobbe anche lui?

Sì, lo conoscevo! Anzi avevo pensato proprio a Pasolini come protagonista del mio primo Film. Purtroppo poi fece la fine che tutti noi conosciamo ma era un uomo autentico, genuino. Ho sempre amato il Vangelo secondo Matteo. Ogni volta che vedo quel film mi sembra di vedere la vera storia di Gesù. Tutti i suoi dubbi, le sue incertezze, è tutto vero!

 

Cosa intende per “vero”?

Un tipo di cinema autentico! Un film che non si ispiri semplicemente alla vita ma che la documenti. Purtroppo il cinema di oggi è molto artefatto.

 

Perché?

Perché tutto è verosimile, non vero! Vengono messe in scena delle storie incredibili dove tutto avviene senza la benché minima incertezza o esitazione e si perde completamente il legame con la realtà. Gli attori recitano seguendo un copione in cui tutto è stato scritto per avvenire in una determinata maniera. Non sono credibili, si vede che recitano. Perciò si perde il legame con la realtà e sembra di assistere a una farsa. Prendiamo Tarantino per esempio. Tarantino mostra qualsiasi cosa gli venga in mente, senza pensare a quale effetto potrebbe avere all’interno del film. Tutto quel sangue, quelle morti, quelle battute impensabili non hanno senso, non sono reali!

 

Non le piace Tarantino?

A me no, ma il mondo ha espresso la sua opinione. Nel 1994 eravamo entrambi in competizione per la Palma d’Oro a Cannes: lui con Pulp Fiction e io con Barnabo delle Montagne. Alla fine, la Palma d’oro però l’ha vinta lui…

E cosa fece dopo?

Dopo i film narrativi, mi sono preso una pausa in cui ho insegnato all’università di Padova. Poi da qualche anno, sono andato oltre il cinema di finzione. Nonostante la paura iniziale, ho trovato un cinema più autentico nel documentario, anche grazie alle nuove tecnologie.

 

Un film uscito da poco che le è piaciuto?

Ho amato particolarmente Dogman. Garrone è un gran regista.

 

Uno che non le è piaciuto?

La grande Bellezza! Sorrentino si ispira troppo a Fellini: per questo il suo cinema risulta molto artefatto. Sembra più una copia di Fellini e non un omaggio.

 

Purtroppo a causa di altri impegni sono costretto ad andarmene dalla Palestra del Cinema. Questa è l’ultima domanda che rivolgo a Brenta anche se avrei voluto chiedergli molte altre cose. La sua concezione di cinema è molto audace e rispecchia un mondo lontano che ricorda il grande cinema del Novecento. Quello che mi ha detto Brenta mi sembra preziosissimo e per certi versi rimpiango di non averlo potuto conoscere prima. Soprattutto per quelli che oggi si interessano di film e sceneggiature, consiglio di rifarsi alle sue parole, perché il suo approccio mi sembra quello più genuino e autentico! Il suo cinema è un legame con la natura, un occhio che osserva la realtà. Un occhio che cerca di comprendere la realtà senza la pretesa di dominarla. Un cinema più vero, legato sempre di più alla natura delle cose e all’autenticità dei sentimenti. Ma purtroppo un cinema che fa sempre più difficoltà a trovare il suo spazio nel mondo.

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