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Come un tuono – l’America di provincia tra ombre e destini ineluttabili

Regista: Derek Cianfrance

Durata: 140 minuti

Data uscita: 2012

Titolo originale: The place beyond the pines 

Tre atti, protagonisti diversi, lo stesso desiderio di ribellarsi al proprio passato e al proprio destino.

Dopo il sentimentale e spiazzante Blue Valentine, Derek Cianfrance torna a dirigere Ryan Gosling in Come un tuono, suo terzo lungometraggio.

Sovvertendo alcune delle regole non scritte del moderno cinema d’azione, il regista statunitense racconta vite diverse legate tra loro da un unico avvenimento, ma senza utilizzare flashback: la narrazione procede in ordine cronologico ed è divisa in tre parti, ognuna con interpreti diversi.

Protagonista del primo atto è Luke Glanton (Gosling), stuntman multi-tatuato e silenzioso, che gira il paese con un circo itinerante e con il suo formidabile spettacolo di motociclette, il “globo della morte”.

Quando il circo fa tappa a Schenectady, nella provincia dello stato di New York, viene raggiunto da Romina (Eva Mendes), dalla quale apprende di essere il padre di un bambino di pochi mesi, nato dalla loro breve relazione di un anno prima.

Deciso a garantire al figlio la presenza paterna che lui non ha mai avuto e a mantenere la sua nuova famiglia, Luke, che poco altro sa fare oltre a correre con la sua moto, inizia a rapinare piccole banche.

Anche durante la violenza delle rapine, è naturale per lo spettatore fare il tifo per lui: è uno sbandato, visto da tutti come un emarginato, ma ha un cuore puro. Cianfrance ce ne fa avvertire la paura prima di ogni colpo, e la felicità genuina quando spende il bottino per comprare un lettino di legno e dei giochi al figlio.

La carriera criminale di Glanton ad un certo punto si scontrerà con quella invece promettente e ambiziosa dell’agente di polizia Avery Cross (Bradley Cooper), in quella che è la scena chiave del film.

Da quel momento in poi la macchina da presa segue da vicino le vicende dell’agente di polizia, anche se il confronto con Luke continua e si avverte indirettamente: Cross è il suo opposto, dall’esterno viene visto da tutti come un eroe, proviene da un contesto sociale più che favorevole, ma i suoi comportamenti rivelano al contrario una morale ambigua e arrivista.

Dalla caratterizzazione delle due figure emerge una non troppo velata critica ad una società ben lontana da quella del “sogno americano”, che spera di tornare al passato e colmare la mancanza di valori cercando a tutti i costi eroi o esempi virtuosi anche dove non ce ne sono.

Il terzo atto chiude il cerchio e vede come protagonisti i loro figli, quindici anni dopo gli avvenimenti dei primi due atti. Come nella più classica delle tragedie greche, dove l’eredità e le colpe dei padri ricadono sui figli, anche qui la nemesi e la vendetta sembrano inevitabili.

“Perché mamma non mi parla mai di mio padre?”

“Sono affari suoi se vuole parlarne o meno”

“Nonna mi diceva qualcosa..”

“Ah si..e cosa ti diceva?”

“Diceva tipo che secondo lei era un fuorilegge”

Il ritmo rimane lo stesso per tutti e tre gli atti: non serrato o concitato come un tipico film d’azione vorrebbe, ma lento e con una tensione costante.

Sono numerosi i primi piani e lunghe le riprese in soggettiva, ma grazie alla convincente espressività degli attori (Gosling su tutti) nessuna scena è fine a sé stessa. È un tipo di montaggio che perde di velocità ma che dà un senso di maggiore intimità e vicinanza ai personaggi e alla loro storia.

Va detto che la scelta dell’interprete giusto è elemento essenziale per Cianfrance ed è ciò che rende intenso e vero ogni dialogo del film. Come svelato in seguito, è stato lo stesso Ryan Gosling a consigliare Ben Mendelsohn ed Eva Mendes per i rispettivi ruoli, in virtù di una chimica già avvertita con loro in precedenti collaborazioni, chi si ritrova anche in questo caso.

Per Bradley Cooper il discorso è stato diverso: Cianfrance, che aveva sceneggiato il personaggio già pensando a lui, ha dichiarato che non avrebbe girato il film senza l’attore e ha percorso cinque ore in macchina per raggiungerlo a Toronto, convincendolo ad accettare la parte.

Il destino

È un film complesso. In quasi due ore e mezza di pellicola sono tanti i temi che vengono affrontati e sviscerati, dalla paternità all’idea di giustizia. Uno degli aspetti più interessanti però è la visione deterministica della realtà che ci mostra il regista.

In un contesto culturale come quello americano che da sempre ci insegna, anche attraverso il cinema, che chiunque può scegliere più o meno liberamente chi vuole essere, sfruttando al meglio le proprie possibilità, Cianfrance sembra andare controcorrente. I protagonisti dei suoi film lottano contro le gabbie del loro destino e nella maggior parte dei casi falliscono. 

Il messaggio forse non è così cinico come può apparire: a volte il proprio carattere, contesto sociale o il passato tracciano una strada che siamo portati a seguire, istintivamente o meno, e prenderne un’altra non è così semplice come ci hanno sempre raccontato. Tuttavia, se è una strada che ci sta stretta, bisogna provarci e lottare contro ogni ostacolo per cambiarla. In questo i vari personaggi del film sono simili e dimostrano una forza e un coraggio ammirevole.

Il finale sembra andare in questa direzione e lanciare una sorta di messaggio di speranza, nonostante sia aperto a diverse interpretazioni.

 Il sogno americano

Anche se non completamente sviluppato come tema, per lasciare spazio a quello più ideale del destino e alle dinamiche interne dei personaggi, merita un’analisi a parte anche il contesto sociale nel quale si muovono i personaggi: quello della provincia.

Non più vista come portatrice dei veri valori americani e dell’immagine del self made man, è qui invece presentata come una gabbia, specchio del profondo cambiamento della cultura del paese.

La terra delle opportunità è ora una macchina cinica e spietata, sia nei confronti di chi ne è escluso e ne vorrebbe diventare un ingranaggio (Glanton), sia nei confronti di chi ne fa parte ma non ne vuole rispettare i meccanismi (Cross).

Luke cerca un lavoro che gli permetta di garantire un futuro alla nuova famiglia, è mosso dalle migliori intenzioni. E in realtà un lavoro seppur piccolo lo trova, ma non basta. Presto si rende conto che uno che parte dal basso come lui per fare soldi non può che darsi alla criminalità.

Anche Cross all’inizio sembra mosso dalle migliori intenzioni, quando si rende conto della corruzione che dilaga nel suo dipartimento. Col tempo lo si vede però sfruttare al massimo la situazione e le circostanze in cui si è trovato, che lo vogliono a tutti i costi erigere ad eroe della comunità, per migliorare la propria condizione, ponendo la carriera prima del suo matrimonio e prima di suo figlio, diventando egli stesso un ingranaggio di quella società distorta.

Non c’è più ascensore sociale, non viene premiato il merito ma chi ha meno scrupoli.

“Ne voglio fare due in un giorno, voglio fare la Trustco Bank sulla Brandywine e prima che quei porci se ne rendano conto mi butto sulla Rotterdam e vado a ripulire anche la First National”                       

Sai una cosa Luke, se corri come un fulmine, ti schianti come un tuono”

È difficile, in definitiva, inquadrare Come un tuono nelle strette cornici di un unico genere. Si passa spesso dal dramma al poliziesco, dal poliziesco al racconto di formazione, senza attenersi troppo ai canoni artistici di questi generi.

Basti pensare che il momento più coinvolgente lo si raggiunge probabilmente non durante le scene di azione, seppure ben girate e avvincenti, ma quando, con l’accompagnamento dalla colonna sonora toccante curata da Mike Patton, lo spettatore si accorge che il figlio ormai grande di Luke sta percorrendo la stessa strada che percorreva il padre con la sua moto, quella che passa dietro la città, attraverso la foresta di pini (The place beyond the pines, titolo originale della pellicola), simbolo di un’eredità che in qualche modo porterà sempre con se.

Se ci si scorda delle categorie e delle regole a cui siamo stati abituati, è un film in grado di travolgere, che sicuramente porta a chiedersi cosa lasceremmo oggi di noi stessi in eredità e quanto quella che ci hanno lasciato condizioni le nostre vite.

Con il profilo di un film indipendente, Come un tuono si ispira a tanti film del passato, da Sergio Leone a Francis Ford Coppola, che raccontano storie senza paura di andare oltre il minutaggio standard e attraverso intere generazioni.

A costo di sembrare troppo dilatati, certo, ma che forse sono in grado di lasciare i ricordi e le emozioni più indelebili.  

Leggi anche: Molly’s Game – Cosa rimane del sogno americano?

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