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Wish You (Eternal Sunshine of the Spotless Mind) Were Here

So, so you think you can tell Heaven from Hell,
Blue skies from pain.
Can you tell a green field from a cold steel rail?
A smile from a veil?
Do you think you can tell?

And did they get you trade your heroes for ghosts? Hot ashes for trees? Hot air for a cool breeze?
Cold comfort for change? And did you exchange
A walk on part in the war for a lead role in a cage?

How I wish, how I wish you were here.
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl,
Year after year,
Running over the same old ground. What have we found?
The same old fears,
Wish you were here.

1975, nasce una poesia, una poesia che esprime la propria profondità, magicamente orchestrata, nella trascendente armonia dei Pink Floyd. La storia di questa canzone possiede tante vie, alcune tormentose altre soavi. Spesso si sostiene che il brano fosse dedicato a chi fu l’origine del gruppo, a colui che ne permise l’autentica manifestazione, a colui che, forse, si sacrificò perché la magia potesse illuminarsi. Si dice fosse dedicata al diamante pazzo, a Syd Barrett.

Quest’opera, però, oltrepassa i confini dell’ambito musicale, e diventando poesia, si immola ad essere universale. “Wish You Were Here”, in qualche modo, ci tocca tutti, in ogni eterno luogo e in ogni eterno tempo. La sua universalità è tale che permette un particolare incontro con ogni destinatario, un incontro che si esprime in perpetua interpretabilità. È quindi presente un tacito soggettivismo che interpreta queste parole, questo mondo, ed è condizione fondamentale per oltrepassare i confini di una realtà solo apparentemente in equilibrio.

In questo caso, l’interpretabile sfocia nel Cinema, e, passando da capolavoro in capolavoro, ci ritroviamo nel 2004 immersi nella mente del genio Charlie Kaufman, ci ritroviamo in Eternal Sunshine of the Spotless Mind.

Ed ecco che queste due magiche arti si intrecciano, si sfiorano e dialogano. Questo film, seppur originato da un’altra poesia (Eloisa to Abelard del poeta inglese Alexander Pope che traccia le linee guida della storia), è fortemente interconnesso con la via esistenziale intrapresa dai Pink Floyd.

Wish You Were Here ed Eternal Sunshine of the Spotless Mind si incontrano, si lambiscono e si allontanano costantemente, fino a giungere ad abbracciarsi radicalmente, e nascondersi nella loro simile identità. Esistono momenti in cui l’intera contingenza, che caratterizza l’esistere, è come se dovesse fermarsi un attimo, un solo attimo, per esperire l’assoluta necessità dell’incontro tra queste due opere. Opere che trascendono la propria natura quasi limitante, elevandosi a pura poesia.

Ripercorrendo le tappe della canzone si scoprono autentiche analogie con le vicende della storia. Kaufman descrive una strana coppia, una coppia umana con tutti i difetti, insensatezze e disordini, agiata nella propria stramberia. Joel e Clementine si incontrano, si scontrano, e poi si rincontrano ancora, costantemente.

I due si innamorano, sono veramente felici, soggetti a una felicità iniziale che permette di sentirsi finalmente giustificati di esistere. Ma quella felicità, effimera ma non per questo illusoria, svanisce nell’ombra della reale conoscenza con l’Altro, nel disvelamento della sua totalità. Joel scoprirà un’insopportabile volgarità e un’insostenibile ignoranza da parte di Clementine, mentre lei troverà in lui il classico personaggio dall’aria timida e indifesa che si ritrae dalla realtà.

Dopo essersi amati, i due, inevitabilmente, si smarriranno. Clementine decide di rimuovere dalla propria memoria, attraverso marchingegni scientifici, qualsiasi ricordo riguardante l’ormai ex amato. Così Joel decide di fare lo stesso, di smettere di soffrire per la donna amata, e di sacrificare ogni singolo e minimo dettaglio della loro storia: ogni sguardo, ogni bacio, ogni emozione. L’unica istanza che non viene persa nei meandri della deriva scientifica, nella modificazione della mera memoria fisica, è l’essenza di quel Joel, del Joel che esiste nella relazione di vero Amore.

Lo spettatore, così, compie un viaggio nella mente del protagonista, vagando, smarrendosi e ritrovandosi nella storia con Clementine. Vengono ripercorsi tutti i ricordi, dal primo all’ultimo, conferendo senso autentico alla loro relazione amorosa. Veniamo travolti da un’incessante onda di emozioni di una genuinità disarmante, dalla volontà di Joel di tornare indietro, e pentendosi della scelta, vuole mantenere almeno un ricordo. Qui, il Cinema si sveste ed indossa i panni di effettiva poesia.  L’irrazionale riesce a spezzare le catene che lo tenevano prigioniero, mostrando l’assurdità del tentativo di razionalizzazione e riduzione dell’Amore.

“So, so you think you can tell Heaven from Hell,
Blue skies from pain.”

Ed è proprio qui che avviene il magico incontro con il sublime pezzo dei Pink Floyd. Nel momento in cui Joel prende consapevolezza che, forse, non ha saputo distinguere il paradiso dall’inferno, i cieli azzurri dal dolore. Forse ha intrapreso la via più semplice, forse il cancellare sistematicamente una persona dalla propria memoria non ha avuto i risultati sperati, forse non ha saputo distinguere un sorriso da un pretesto.

“And did they get you trade your heroes for ghosts?

A walk on part in the war for a lead role in a cage?”

Joel acquisisce coscienza che l’aver rimosso l’Amore dalla sua memoria non è stata la scelta adeguata per fuggire dal dolore. Riconosce di aver barattato i propri eroi per dei fantasmi, scambiato un ruolo di comparsa nella guerra con il ruolo da protagonista in una gabbia, preferendo rimuovere chirurgicamente la propria sofferenza con tutto il suo passato, preferendo un’esistenza di falsità rispetto all’autenticità. Decide di non affrontare il proprio dolore che, per quanto sofferente possa sembrare, è comunque fondamentale per essere umani, e negarlo significherebbe rigettare una parte essenziale di ciò che siamo. Joel deve imparare, e imparerà, ad accettare il proprio dolore e trasformarlo in Amore.

“How I wish, how I wish you were here.
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl,
Year after year,
Running over the same old ground. What have we found?
The same old fears”

I Pink Floyd riescono ad esprimere, con una singola metafora, l’intera esistenza amorosa di Joel e Clementine, definendoli come solo due anime sperdute che nuotano in una boccia di pesci. Due anime, appunto, che si sfuggono, ma fuggendo, quasi inconsapevolmente, tendono una mano verso l’altro per non abbandonarlo. Due anime che, anno dopo anno, si perdono, si ritrovano, si perdono ritrovandosi e si ritrovano perdendosi.

Anime che si guardano, che si baciano, anime che si allontanano, che sono nella stessa boccia di uomini… anime che si amano.

I due protagonisti, sullo stesso vecchio terreno, scoprono, ancora e per sempre, se stessi, l’uno di fianco all’altro, in un’avvolgente ed emozionante relazione. Ritroveranno le solite vecchie paure, gli stessi difetti, la volgarità di Clementine e l’ingenuità di Joel, allo stesso modo. Eppure, Vorrei che tu fossi qui. Eppure, pur sapendo tutto di te, conoscendoti perfettamente, acquisisco la consapevolezza che anche la negatività più infernale è stata necessaria perché io, anche per un solo istante, mi innamorai di te, perdutamente. Joel griderà a se stesso tutto ciò, nel tentativo di salvare almeno un ricordo.

Nella combinazione di queste due folgoranti opere emerge il vero tema centrale: l’Amore come ciò che è sopra tutto e tutti. Un Amore immenso, e per questo fragile, perché soggetto a paure ed incertezze. Nel viaggio mentale, Joel prova a conferire un ancoramento alla presenza di Clementine nella sua memoria, ma allo stesso tempo ricerca il principio primo che non può dimenticare: l’essenza umana, l’Amore, appunto. Poiché non è importante quanto Clementine possa apparire insopportabile o ricolma di difetti, non conta che non possa distinguere un campo verde da una fredda rotaia d’acciaio, l’importante è che vorrei che fosse qui.

Joel capirà che nonostante le solite vecchie paure, il fatto inevitabile che ci lasceremo, nonostante tutto… vorrei che tu fossi qui.

Wish You Were Here ed Eternal Sunshine of the Spotless Mind sono poesie dedicate a chi si è perso e fatica a ritrovarsi. Sono poesie che donano un ancoramento, un riparo, attraverso le più necessarie ed autentiche emozioni. La pellicola ci parla di una storia d’amore a partire dalla sua tragica fine. Il brano esprime la mancanza, la presenza dell’assenza. Sono poesie che, seppur consapevoli dell’angosciante irrazionalità che domina sulle emozioni, ci donano una possibile soluzione.

Alla fine del film, una volta cancellato qualsiasi residuo fisico dalla memoria, ma non per ciò la dimensione sentimentale metafisica, i due protagonisti si rincontreranno come apparenti sconosciuti. Scopriranno di essersi cancellati la memoria per dimenticare l’altro, scopriranno i motivi e che la loro relazione, prima o poi, necessariamente cesserà. Eppure, qualcosa li lega, qualcosa non permette di abbandonarsi, come se ci fosse una connessione emotiva troppo forte che li renda indivisibili.

Infatti, l’Amore, nella sua accezione più autentica, non deve necessariamente essere infinito, a volte è sufficiente un singolo attimo. Amare perché non ne possiamo farne a meno, amare anche di fronte alla consapevolezza della finitezza di ogni relazione, trasforma questa nostra condanna in emozione. Poiché, alla fine, ne vale sempre la pena, alla fine basta essere aperti alla poeticità del sentimento, alla fine, come nel dialogo conclusivo, basta accettare l’irrazionalità della situazione con un semplice e giusto “Okay”.

 – Aspetta!
– Che c’è?
– Non lo so!
– Che cosa vuoi?!
– Aspetta! Aspetta! Voglio soltanto che aspetti ..un po’.
– ..Va bene.
– Davvero?
– Io non sono un’idea, Joel, ma una ragazza incasinata che cerca la sua pace mentale, non sono perfetta.
– Non riesco a vedere niente che non mi piaccia in te, ora non ci riesco.
– Ma lo vedrai, ma lo vedrai! certo col tempo lo vedrai, e io invece mi annoierò con te, mi sentirò in trappola  perché è così che mi succede!
– Okay.
– Okay? …Okay?
– Okay.

Nonostante tutto, Wish You Were Here.

 

 

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Tommaso Paris

“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 22 anni, studio filosofia a Milano, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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