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La Haine e l’incapacità di astrarsi dal solco dell’Odio

Odio per odio intensifica solo l’esistenza dell’odio e del male nell’universo. Se io ti colpisco e tu mi colpisci, e ti restituisco il colpo e tu mi restituisci il colpo, e così di seguito, è evidente che si continua all’infinito. Semplicemente non finisce mai. Da qualche parte, qualcuno deve avere un po’ di buon senso, e quella è la persona forte. La persona forte è la persona che è capace di spezzare la catena dell’odio, la catena del male

Eloquenti le parole di Martin Luther King Jr riguardo il contagio dell’odio… riguardo quella incapacità di andare oltre; non necessariamente sinonimo del porgere l’altra guancia dopo un colpo subìto sulla prima.


Si, la persona forte è proprio quella capace di rispondere all’odio con la calma. Chi si serve della violenza (o meglio, la serve) sia del corpo sia del verbo, è una vittima della catena dell’odio, non all’altezza di spezzarla, debole.
La forza, quella vera, invece risiede nell’impedire all’ego e ai sentimenti oscuri di affermarsi a scapito di altri, e viceversa.

Contestualizziamo:
Fatta questa premessa, nel film di cui ci apprestiamo a trattare osserveremo un atteggiamento diametralmente opposto.
Ne “L’odio”, La Haine originariamente, il contesto sociale è un crogiolo di Rabbia, Frustrazione, Umiliazione, Desolazione
Insieme ai personaggi potremo attraversare le strade e gli anfratti di una delle banlieue antistanti Parigi, precisamente del comune di Chanteloup-les-Vignes.
Vinz Hubert e Saïd ci porteranno a spasso trai bambini e i ragazzi che vivono la strada, tra attività ricreative “autorganizzate” e spesso contra legem, tra lo spaccio e l’arte del tirare a campare.
Non di scarsa importanza la precisazione che il tutto è immerso nel periodo storico degli scontri nelle periferie (banlieue) di Parigi, dei primi anni ‘90.
Quello della periferia è un tema che travalica le Alpi, ci riguarda molto da vicino, come del resto ogni agglomerato urbano sulla faccia della Terra.
La banlieue di Vinz Hubert e Saïd è un posto di emarginazione sociale, di delinquenza e di rassegnazione che vive però momentaneamente un tumulto d’orgoglio. Mediante la protesta verso la polizia, innescatasi causa il pestaggio di un giovane arabo. Protesta poi tramutatasi in vera e propria guerriglia urbana.


Nel film possiamo apprezzare i filmati di repertorio delle reali vicende riguardanti gli scontri con le forze dell’ordine e gli atti vandalici che a fine anni ‘80 e inizi ‘90 imperversarono nelle periferie parigine.
Tornando a noi, “ad un colpo inferto un altro ricambiato” direbbe Martin Luther King.
Chiaro. Ma altrettanto chiaro è che nella complessità della vita, e nello specifico, della vita in una banlieue non è sempre così facile. E la frase del saggio potrebbe sembrare vuota e distante.
Stiamo parlando di ragazzi che in vita loro difficilmente troveranno un “lavoro onesto”, che vivono in un quartiere-dormitorio apparentemente costruito apposta per delinquere: senza una vera e propria logica oppure, con la logica di non averne.
Lontani chilometri dalle distrazioni della città logicamente trovano sfogo nel fumare erba, nelle arti di strada (graffiti e breakdance) oppure in gang più o meno organizzate.
Di sicuro tutti questi ragazzi, tutti… sono accomunati dalla rabbia, dalla frustrazione di chi nella vita non ha prospettive. Di chi ogni giorno lotta per un tozzo di pane.
Per citare un altro martire degli ideali:

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.
Peppino Impastato

Svisceriamo:
I nostri tre ragazzi, i già citati, Vinz Hubert e Saïd sono tre giovani di periferia.

Tre diverse etnie e ciò è tutto fuorché un problema.

Hanno storie di vita travagliate, padri e fratelli in carcere, famiglia da sfamare e quella mentalità da banlieue che proprio non vuole scrollarsi di dosso.


Si, le periferie forgiano chi le abita: fanno venire un grugno, vitale per affrontare le difficoltà che quotidianamente sbarrano la strada, l’indole insofferente dell’animale ferito.
Attraverso il film li seguiamo durante la loro quotidianità: casa solo per cenare e dormire, per tutto il resto c’è la strada. Che li terrà occupati a fumare e a intavolare dialoghi senza capo né coda, a ciondolare trai ritrovi dei loro coetanei: i portici e gli anfratti nascosti dello scialbo quartiere, persino i terrazzi divengono luogo di aggregazione e “cazzeggio”… almeno fin quando la legge lo consente.
Ma solo quando andranno a Parigi per seguire un gratuito incontro di pugilato, noi potremo osservare l’apice della divergenza che caratterizza questa mentalità da banlieue.
Nella capitale dapprima ricevono un caloroso benvenuto, fatto di buone maniere e attrattive di vario tipo, poi la città invece si mostrerà insidiosa e spietata.
Subito il fermo della polizia, piombata su chiamata del vicinato in allarme per i modi insolenti di questi “ragazzacci”.
In caserma verranno portati soltanto in due, Vinz riuscirà a scappare. Per sua fortuna.
Ciò a cui assisteremo durante l’interrogatorio in caserma è un tema molto caldo oggi, ieri sottovalutato e giustificato, l’abuso di potere.


Hubert e Saïd, seduti e ammanettati, divengono oggetto di percosse insulti vessazioni ed umiliazioni di ogni tipo. Ma “per fortuna” l’agente di polizia, regista ed interprete dello show, sostiene che in quei frangenti occorre mantenere la calma e controllare la rabbia. Così i due se la caveranno con delle contusioni e una profonda umiliazione.
Successivamente alla liberazione e riaggregatisi con Vinz, visiteranno una mostra d’arte moderna dove, una volta di più, tornerà ad urlare e scalpitare dentro di loro la profonda divergenza con il resto della società.
Maldestramente tentano un approccio a due ragazze, finisce tra gli insulti e la cacciata dall’esposizione non gliela toglie nessuno. Tutto ciò che capita loro sotto mano fa una brutta fine, in frantumi sul pavimento, come quotidianamente fa l’orgoglio: in pezzi davanti gli sguardi, obliqui, di quegli individui in doppio petto.
A conti fatti la condizione delle periferie degradate questo rappresenta, l’incapacità di trascorrere una tranquilla giornata nella capitale… e per la mentalità da periferia e per il pregiudizio che si trascina dietro chi le abita.
Tutta la narrazione, dall’inizio alla fine, rappresenta una caduta che si appresta a terminare nel finale in un tragico atterraggio.
Uno degli ultimi atti di questo inesorabile precipitare degli eventi è segnato dal momento in cui Vinz Hubert e Saïd apprendono la notizia che Abdel, il giovane arabo il cui pestaggio aveva innescato la scia di rivolta nella banlieue, è infine morto.

Proviamo a rispondere:
Il problema è rappresentato da questi ragazzi “difficili” oppure dal Sistema che li marginalizza all’interno delle banlieue?
C’è chi risponderebbe prontamente “la prima” ed anche chi metterebbe la mano sul fuoco per “la seconda”.
La caduta, metafora di tutto il film, sta ad indicare un destino già segnato. Farsi coraggio ripetendo a se’ stessi “fin qui tutto bene”, mentre la distanza dal suolo diminuisce a vista d’occhio.
Probabilmente la vita è stata più dura di quanto loro non siano stati… probabilmente per evitare lo schianto avrebbero potuto lottare più strenuamente. Ma non è facile quando hai imparato, sin dalla nascita, soltanto a precipitare.
Non lo è affatto se sei l’ultimo ingranaggio di un sistema che non ti fornisce nulla se non delle mostruosità di cemento in cui vivere.
Che oltre emarginato ti vorrebbe anche tranquillo e inoffensivo. E che in molti casi ti pungola sistematicamente sol perchè provieni da un certo ambiente.
In quest’ottica il tutto prende le dovute proporzioni, possiamo riconoscere la quotidiana guerra tra la legge e chi tenta di svicolare.
Come uno stupido cane che rincorre la propria coda, questo assurdo paradigma si alimenta d’odio e genera ancora odio.


Il film offre però anche delle note sarcastiche, come la ripresa solenne in cui Hubert sostituisce con la vernice spray la lettera “n” alla “v”, ottenendo la parola “nostro”, su di un cartellone pubblicitario che recita la frase “il mondo è vostro”.
Così, con dei flash come questo, la pellicola catapulta a tratti la riflessione verso il nucleo del conflitto.
Tralasciando quello sorvegliante-sorvegliato, spostandosi su quello tra coloro i quali possono dire (con un aiutino) “il mondo è nostro” e chi andando in giro per Parigi rischia l’osso del collo, tra abusi di potere e nazi-skin.
Alla luce di tutto questo, ci sentiamo ancora in grado di giudicare questi ragazzi colpevoli, pur riconoscendoli inconsapevoli protagonisti di una tragedia messa in scena da registi oscuri?
Tornando quindi alla catena dell’odio di cui parla Luther King. Abbiamo compreso che tutti: polizia, società piccolo-borghese, teppaglia delle banlieue, nel film, non fanno altro che precipitare, come da copione, senza riuscire ad imprimere alla vita quello sforzo necessario per astrarsi dal contesto di cui fanno parte.
Per riuscire a spezzare, o meglio, interrompere la catena dell’odio, praticamente bisogna diventare veri e propri eroi, seppur di tutti i giorni”.
Nella banlieue di Chanteloup-les-Vignes in “La Haine” eroi purtroppo non ve ne sono: al ritorno a casa dei tre giovani, un fermo da parte di un agente di polizia manderà tutto in malora e osserveremo infine l’atterraggio dell’annosa caduta.

 

 

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