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Django Unchained – Uno su diecimila

Il settimo film diretto da Quentin Tarantino si apre di notte; due schiavisti conducono un gruppo di uomini di colore incatenati solo per incontrare un tedesco, il Dottor King Schultz, dentista. Questo eccentrico uomo dalla giacca, barba e lingua d’argento inizia ad esaminare gli schiavi dei due uomini. Tutti, uno ad uno, lanciano un’occhiata atterrita verso il dottore per poi distogliere lo sguardo.

Solo uno non lo guarda: Django è probabilmente perso nei tremendi ricordi dei Brittle Brothers, fatti di frustate, sangue, marchi a fuoco e preghiere. Schultz lo riconosce perchè riconosce la rabbia che lo anima, che sovrasta la paura che accomuna gli altri poveri diavoli. Così Django viene liberato dalle sue catene.

Tarantino si è distinto nel nuovo millennio attraverso il capovolgimento e la fusione di generi nel raccontare storie di vendetta, ossia Kill Bill e Bastardi senza Gloria. Django Unchained lo vede approcciarsi al suo genere preferito, lo spaghetti Western, scegliendo però di narrare le avventure in Texas e Mississipi di uno schiavo liberato e del suo collega tedesco. Un matrimonio, quindi, tra Western e Blaxploitation tipica degli anni ’70.

Togliere le catene dai polsi di Django e dargli in mano un fucile è un’immagine carica di colori e sfumature contrastanti che si uniscono in un quadro vibrante.
Schultz descrive i mestieri dello schiavista e del cacciatore di taglie allo stesso modo, un business basato sul commercio di vite per denaro, e da al protagonista la possibilità di riscattarsi, dall’altra parte di un revolver, puntandolo contro chi lo vedeva solo come merce, come proprietà.

La prima metà del film è pensata per scolpire questo singolare cacciatore di taglio da un blocco grezzo di marmo nero, ripercorrendo una via di ingiustizie da vendicare: i flashback della sua prima vita da schiavo sono sgranati, i colori sono saturi e ad alto contrasto, dando l’impressione di ricordi che bruciano ancora nella memoria, specie quelli riguardo alle sue sofferenze e quelle della moglie, Broomhilda.
Anche la colonna sonora viene usata come strumento di ribellione, alternando classici del genere western composti dal maestro Morricone a gemme funk, rap e blues che rafforzano l’identità del pistolero e del film in generale.

Django viene nobilitato da Schultz, e indirettamente da Tarantino, attraverso il paragone con il leggendario Siegfried, come uomo disposto a scalare montagne e affrontare draghi, forgiato da queste intemperie e infine riscattato. Acquisita sufficiente confidenza in sé stesso, uccisi i suoi vecchi schiavisti e una banda di predecessori del Ku Klux Klan, Django è pronto nella seconda metà del film, e si dirige verso la montagna e il drago: Mississipi, Candyland, la piantagione di Calvin J. Candie.

Interpretato dal titano che è Leonardo di Caprio, Candie rappresenta uno dei personaggi meglio scritti nella carriera di Tarantino e forse il più odioso. Un uomo con la passione per i dolciumi e il francese, i cui vestiti sgargianti e palazzi lussuosi non nascondono i suoi denti marci, la sua ignoranza e la sua presunzione. Candie è un infido uomo d’affari, circondato da servitori e cortigiani che lo assecondano nei suoi desideri sin dall’infanzia, creando in lui un senso di superiorità ingiustificato.

E’ un uomo forgiato dalle sue contraddizioni: amante del francese, ma ignorante della razza di Alexandre Dumas; dolce di nome ma non di fatto; armato di un dolce accento del sud che si carica facilmente di bile e intensità quando si rivolta contro i suoi ospiti. Il percorso verso Candieland è lastricato di tensione, trasformando l’intero arco narrativo in una bomba ad orologeria pronta ad esplodere alla minima scintilla. Colui che però infiamma la miccia non è Candie, bensì il suo schiavo più fedele, Stephen.

Samuel L. Jackson interpreta il lacchè di Candie, un uomo che, dopo anni alla piantagione del padrone, è marcio dentro come il suo padrone, ma senza le sue pretensioni o la sua ingenuità. Scaltro come una volpe ma vigliacco come un topolino, Stephen è l’ultimo ostacolo per Django, il tradimento della propria razza: avendo ricostruito la propria vita da zero e affrontata l’ipocrisia di Calvin Candie, Stephen rappresenta colui che si è arreso davanti agli abusi e all’ingiustizia ed è stato ricompensato con un letto caldo e bei vestiti.

Django, simbolo della rivalsa di un popolo incatenato, è destinato ad eliminare nel climax del film quest’ultimo germe, guadagnando non solo la sua libertà e quella della moglie, ma anche il suo ruolo nell’immaginario sociale. Si definisce come “quel negro su diecimila”, un talento unico, impossibile da piegare, destinato a diventare una leggenda, “la pistola più veloce del Sud” secondo Schultz.

Django Unchained unisce l’amore per il Western romantico di Taratino con una  pastiche razziale nata dal rispetto del registra verso un’altra razza e il suo cinema, senza escludere il suo stile dinamico e grottesco dall’equazione.
Una leggenda afroamericana a cavallo tra rivalsa e sfacciata indulgenza, un film che viene una volta su diecimila.

Leggi Anche: La scena mai vista di Kill Bill

 

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Enrico Sciacovelli

Un altro di quei tipi che parla troppo di film e vorrebbe essere pagato per farlo, anzichè lamentarsi dell'ultimo Transformers senza successo.

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