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La Vita è bella – Una fiaba sull’assurdità dell’odio

Ciò che il difficile mestiere dello stare al mondo ci ha insegnato e continua ad insegnarci, è che la nostra vita ed ogni singolo evento che la costella seguono un’unica linearità temporale: si susseguono in maniera insensata, imprevedibile, si snodano di fronte ai nostri occhi impotenti, incuranti di ogni nostra volontà, di ogni moralità o di qualsivoglia logica aspettativa. C’è un modo, tuttavia, per sfuggire alla tragica ingiustizia del tempo, per liberare le nostre più intime sensazioni, dar luce a quella voce interiore che raramente trova spazio nel caotico tran-tran quotidiano; ovvero attraverso l’arte.

Vita

Superfluo soffermarsi su quante volte l’arte abbia posato lo sguardo sulla tragedia dell’olocausto, e continui a posarlo scovando nuovi occhi, nuove voci, nuove espressioni. Un odio talmente grande e al contempo talmente inglobante da lasciare difficilmente indifferenti. Ciò che Roberto Benigni compie vestendo i panni di Guido Orefice, modesto libraio toscano di origine ebraica, è un’ode alla vita, un tentativo perfettamente riuscito di raccontare l’assurda spietatezza del nazismo attraverso un ingrediente dal marchio tradizionalmente italiano: il riso, l’irriverenza, la mascherata che ridicolizza il male dando voce alla gioiosità ed alla semplicità, elementi da sempre caratterizzanti il talento di Benigni.

Difficile affermare quando il regista toscano dia per la prima volta luce a Guido Orefice: la sua carriera è costellata da innumerevoli volti candidi, scherzosi, spesso quasi circensi, dei quali il protagonista de La vita è bella non è che una delle massime espressioni. Eppure, c’è un momento, una parentesi specifica nella quale si scorgono i germogli del conclamato ed iconico protagonista della pluripremiata pellicola: è nel 1990, anno dell’ultimo film di Federico Fellini, La voce della luna.

Proprio Fellini, dunque, che più di tutti condivide con Benigni i tratti sognatori e infantilmente giocosi, e che nel suo ultimo lavoro gli affida la parte di Ivo, giovane bizzarro e lunatico, che vagabonda per la pianura padana inseguendo le sue più strambe visioni e poetizzando, in un certo senso, lo squallore che lo circonda. Ciò che poco più di sette anni dopo farà lo stesso Guido Orefice, trasformando l’insostenibile realtà del lager in un gioco a punti per proteggere gli innocenti occhi del figlio Giosuè.

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Atmosfera fiabesca che avvolge il film sin dalle prime scene, nelle quali è raccontato l’incontro e lo sbocciare dell’amore tra Guido e Dora, la principessa interpretata dalla moglie Nicoletta Braschi. Dal loro primo incontro, ogni singolo scambio, ogni situazione che li vede coinvolti assume tratti favolisticamente magici, quasi incantevoli: sguardi rubati sulle note dell’opera, apparizioni dal nulla di chiavi e cappelli, fughe improvvisate su automobili rubate e maestosi cavalli bianchi.

Dimensione dorata che va dunque a scontrarsi con l’inumanità dello sfondo sociale a cui il protagonista appartiene, già macchiato e deturpato dalle dilaganti discriminazioni razziali e dal conseguente insensato odio collettivo. E ci gioca, Guido, con questa insensatezza, attraverso pantomime e canzonate che svelano la realtà del nazismo in tutta la sua assurdità, come mostra l’iconica scena della scuola elementare. Con l’arrivo di Giosuè, quasi in concomitanza con l’emanazione delle leggi razziali, che segna il primo momento di svolta del film.

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-Perché i cani e gli ebrei non possono entrare, babbo?
-Eh loro gli ebrei e i cani non ce li vogliono, ognuno fa quello che gli pare, Giosuè. Là, per esempio, c’è un ferramenta, e loro non fanno entrare gli spagnoli e i cavalli. […]
-Ma noi in libreria ci facciamo entrare tutti?
-No, da domani ce lo scriviamo anche noi! Chi t’è antipatico a te?
-I ragni, e a te?
-A me…i visigoti, e da domani ce lo scriviamo: vietato l’ingresso ai ragni e ai visigoti, oh! E mi hanno rotto le scatole questi visigoti qua, basta.
(Guido e Giosuè dopo esser passati di fronte ad un negozio chiuso agli ebrei)

Non passa tanto che babbo e figlio, seguiti ovviamente da Dora, vengono deportati. Ciò di meraviglioso ed estremamente toccante di questa seconda parte del film sta nei dialoghi tra Giosuè ed il padre, nel commovente coraggio con il quale Guido dipinge l’inumana realtà che li circonda trasformandola in una favola, respingendo con tutte le forze ogni attacco al candore dello sguardo del bambino, votato alla vita e totalmente inconsapevole di cosa sia la crudeltà.

Così come gli stessi occhi dell’uomo, nonostante tutto, mantengono la gioiosità che da sempre li illumina. Occhi che sembrano rivolgersi direttamente a noi, spingendoci a chiederci come può un odio, una follia collettiva talmente accecante ed illogica non essere presa per scherzo? Come può tanta disumanità esser realmente esistita?

Guido prosegue la pantomima, imperterrito, temerario; non appena esplode la sommossa generale dei prigionieri del lager, nasconde Giosuè dentro ad una cassetta di metallo per andar poi in cerca dell’amata Dora, senza successo. E al momento della cattura, Benigni ci regala una delle immagini più belle e significative del film: dalla fessura della cassetta nella quale giace Giosuè, lo sguardo del bambino segue il babbo condotto alla fucilazione da un soldato tedesco. Accortosi, Guido gli ammicca, per poi canzonare il passo spedito del soldato come più volte fece all’inizio del film, mantenendo così puri, immacolati gli occhi del figlioletto. Persino al momento della morte.

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Il mattino dopo, quasi come se la poesia fiabesca disseminata da Guido si fosse magicamente liberata nell’aria al momento del trapasso, Giosuè esce dal suo nascondiglio e viene sovrastato dalla vista di un carro armato, lo stesso promessogli dal babbo in caso di vittoria finale del gioco a punti. Caricato in cima da un soldato americano, uscirà trionfale dal campo di lavoro ormai deserto, riabbracciando la vita in tutta la sua bellezza. Per poi lasciarsi andare tra i baci della madre, Dora, anch’ella sopravvissuta, e gridare di gioia per la loro vittoria.

Così come farà Benigni pochi mesi dopo, alla cerimonia degli Oscar, celebrando non solo la vittoria del miglior film straniero, annunciata da Sophia Loren, ma addirittura il miglior attore protagonista, rendendo così immortale un’opera che merita di divenire immortale.

 

E vorrei dedicare questo premio ai protagonisti del film, a coloro che non sono qui, a coloro che morirono e grazie ai quali noi oggi possiamo dire: la Vita è bella.

Leggi anche: Paolo Virzì – Il poeta della semplicità

 

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