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12 anni schiavo – Continuare ad essere, ovunque

Quando la libera identità di un uomo viene ingannata e trasportata con la forza in un contesto ostile, resistere al drastico cambiamento è un’impresa quasi impossibile12 anni schiavo è un capolavoro di Steve McQueen non soltanto perché il film mostra in tutta la sua forza gli eventi drammatici che costellano una vita simile, ma anche e soprattutto perché è tratto da un’autobiografia. Non a caso nel 2014 ha vinto il Premio Oscar come Miglior Film.

12 anni schiavo: è un titolo, un’etichetta che Solomon Northup attribuisce alla tragica parentesi della sua vita che lo ha costretto a passare dalle sue condizioni libere e felici nello Stato di New York alle piantagioni di cotone nello Stato della Louisiana, tra il 1841 e il 1853. Passa da Saratoga, dove viveva felicemente con la moglie e i figli, all’area del Red River, dove i neri sono trattati come animali.

Egli stesso, nel libro come nel film, sembra retrospettivamente incredulo rispetto alle assurde e disgustose circostanze che hanno stravolto la sua esistenza. Un’esistenza che si inscrive a pieno diritto nella nostra settimana a tema per le rappresentazioni di odio, xenofobia e segregazione che nel film sono mostrate con rara intensità.

La notte in cui tutto cambiò

12 anni schiavo

Solomon Northup è un ottimo violinista, e un giorno ha la (s)fortuna di essere ascoltato mentre suona da due uomini, che attraggono il suo interesse con promesse di gloria nel mondo dello spettacolo.

Cenando insieme e offrendogli molto vino, i due uomini riescono a ottenere ciò che volevano: il corpo di Solomon; non il suo talento, non il suo denaro. Un corpo, spogliato del nome, dei titoli e delle ricchezze, da vendere al mercato degli schiavi.

Nel momento in cui si risveglia incatenato in una nuda cella, a sconvolgerlo non è tanto l’impatto con il nuovo ambiente quanto l’imprevedibilità di tale situazione. Grazie alla magnifica recitazione di Chiweftel Ejiofor percepiamo la pura incapacità di farsi una ragione dello stato attuale delle cose.

Catapultato nella nuova, cruda realtà, Solomon viene privato della sua identità e trasportato come carne al macello insieme ad altri neri, per poi esser venduto al miglior offerente. Insieme a lui a soffrire è in particolare Patsey (Lupita Nyong’o), che viene separata dai figli e venduta alla piantagione del brutale Edwin Epps (Michael Fassbender).

Il momento in cui Epps prende possesso dei suoi neri è il momento in cui il periodo  da 12 anni schiavo di Solomon comincia per davvero: mentre il suo primo padrone lo trattava con gentilezza, Epps e i suoi sottoposti non hanno il minimo scrupolo.

Una differenza inesistente

12 anni schiavo

Un uomo fa quel che più gli piace con quel che gli appartiene.

La differenza tra uomini spesso è misurabile in termini di differenza di opinioni. Pur essendo tutti simili, infatti, non è difficile trovare qualcuno che la pensi differentemente rispetto ad un argomento più o meno importante.

Edwin Epps è il tipico uomo americano che, nel periodo della guerra di secessione, avrebbe appoggiato lo schiavismo sulla base della sua personale ideologia. Un indirizzo di vita, un vestito scelto per presentarsi al mondo in un determinato modo.

Nella “normalità” dello schiavismo americano dell’epoca, Epps si distingue per il trattamento particolarmente sprezzante che riserva a Platt (Solomon), Patsey (che prende come sua amante) e a qualsiasi africano intorno a lui; egli è violento oltre misura ed esercita una “non-considerazione” dell’Alterità: la differenza di cui i suoi schiavi sono portatori è di un ordine inferiore a quello tra esseri umani.

Come potremmo porci rispetto al malvagio Edwin? Se è vero che il film e il libro sono già contestualizzati nella cornice dello schiavismo, è anche vero che il suo modo di intenderlo è peculiare, estremamente personale ed eccessivo.  Quindi in questo film sull’odio e sull’intolleranza non è soltanto incarnata la tematica del razzismo, ma essa è presentata dal villain in termini tragicamente unici.

Nell’epoca del dialogo impossibile e del rifiuto di un giusto riconoscimento, uomini come Epps non sono solo normali, sono anche apprezzati. Se pensiamo che in questo caso la vita di Solomon è cambiata solo a causa della differenza legislativa tra due Stati (New York e Louisiana), allora il nostro turbamento non può che aumentare.

Quello di Epps, però, è un esercizio di prepotenza destinato al fallimento: per riprendere gli sfoghi che Robert Antelme, deportato nei campi di concentramento, rivolgeva ai nazisti nel suo racconto autobiografico L’Espèce Humaine, maggiori sono i tentativi del carnefice di attestare una differenza, una non-umanità delle vittime, e maggiore è la forza con cui le vittime rivendicano la loro somiglianza ai carnefici.

Vivere, non sopravvivere

12 anni schiavo

Io non voglio sopravvivere. Io voglio vivere.

L’anelito di Solomon non si arresta per un solo momento nel suo percorso da 12 anni schiavo: nonostante tutte le violenze, le prepotenze e i tentativi di annullare le sue resistenze, egli si rialza e ogni volta la sua voglia di vivere supera la passiva tentazione di lasciarsi andare.

Conservare la propria dignità è la sua speranza: non abbassarsi allo stesso livello del crudele proprietario, mantenere la propria posizione. Questo è l’imperativo che guida Solomon, che non perde mai la speranza di tornare a Saratoga dalla sua famiglia.

Nel 1853 casualmente lavora insieme a Samuel Bass (Brad Pitt), un sostenitore dell’abolizionismo che nota i suoi modi da uomo non comune e gli chiede di raccontargli la propria storia.

Alla fine, Epps viene sconfitto. Senza alcun preavviso, degli uomini si presentano alla piantagione per riportare Solomon Northup a Saratoga, da uomo libero. Hanno agito grazie alle indicazioni di Bass, un uomo che ha deciso di aiutarlo perché animato da empatia, riconoscimento, sentimenti assenti nel proprietario.

12 anni schiavo

Il suo ritorno a casa è commovente e triste al tempo stesso: può riabbracciare moglie e figli, ma non può recuperare il tempo perso in quei 12 anni schiavo che gli hanno segnato la vita.

L’appello di Solomon alla vita rievoca ancora una volta il libro di Antelme, perché in lui come in tutti gli uomini sottoposti a condizioni di vita impossibili, che provano a tutti i costi ad annientarne la dignità, si attiva una fisiologica rivendicazione di appartenenza alla specie umana, che non può essere stroncata neanche dalla più crudele delle azioni.

Il feroce oblio della libertà umana è, dunque, sempre destinato a fallire perché in fondo, inevitabilmente, tutti siamo simili e le differenze non possono che essere relative.

 

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Gianluca Colella

Ho 23 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa del cinema. Un po' la Forza di Star Wars.

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