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HAL 9000 – La logica di Polifemo senza anima

Quali sono le figure più inquietanti della celluloide a cui riuscite a pensare? Il silenzioso Michael Myers? L’anarchico Joker di Heath Ledger, forse? O la piccola Reagan posseduta da un demone ne L’Esorcista?
E’ una domanda senza una sola risposta giusta, probabilmente nella vostra testa saranno comparsi flash di innumerevoli altri personaggi, troppi per essere citati qui. Tuttavia la maggior parte di loro ha qualcosa che li accomuna, una caratteristica che non li definisce, ma che rappresenta il nucleo attorno a cui creare un Villain che lasci il segno: l’impossibilità di poterci ragionare.

Certo, puoi provare a fermare questi personaggi, usando l’astuzia, una pallottola ben piazzata o una boccetta d’acqua santa, ma non è la loro apparente invulnerabilità che spaventa. Intimorisce, si, ma non annichilisce tanto quanto la pura consapevolezza di avere davanti a sé una entità priva di pietà o misericordia.

Perché queste sono debolezze, limiti che però riconosciamo nella nostra specie, che ci aiutano a solidarizzare come umani. Un Villain disumano non ha queste debolezze, e ciò che spaventa davvero è quel timido rispetto che l’eroe della pellicola e lo spettatore condividono nei confronti di un mostro perfetto, la cui autorità è sinonimo di perfezione. Non esiste, tuttavia, un mostro altrettanto perfetto e logico di HAL 9000, il terrificante Polifemo della Discovery One, la nave della missione Giove di 2001: Odissea nello Spazio.

Sebbene il film del 1968 sia un classico ricco di fotogrammi e sequenze ormai consolidate nella storia del cinema, il design di HAL 9000 e la sua aura sono diventate di fatto il simbolo del film, l’immagine che rimane indelebilmente impressa nella memoria dello spettatore alla fine del caleidoscopico quadro composto da Stanley Kubrick: una singola, pulsante circonferenza di luce rossa contenuta in un elegante rettangolo nero dal perimetro metallico.
Ovviamente un design così singolare non è affatto casuale: Kubrick traccia un chiaro parallelo tra l’Ulisse di cui cantò Omero e David Bowman, il suo naufrago delle stelle,  e tra il mostruoso Polifemo che tentò di imprigionare Ulisse e il suo altrettanto agghiacciante ciclope. Tuttavia, Kubrick rivolta completamente lo spirito del mostro, pur mantenendone il design.

Questo ciclope non è gigante o muscoloso, esprime la sua forza solo attraverso la sua intelligenza. HAL rappresenta il non plus ultra della tecnologia e della logica, incapace di fare errori di giudizio e calcolo. Nel momento in cui viene presentato agli astronauti e agli spettatori, HAL è una presenza confortante, capace di simulare emozioni umane, anche attraverso quella monotona voce, e di curare ogni aspetto del viaggio, riducendo al minimo l’equipaggio.

Questa intelligenza artificiale, ancora oggi, in un’era in cui assistenti virtuali come Siri, Cortana e Alexa sono la norma, è un apice utopico del bene che la tecnologia può raggiungere, caratterizzato da quell’ottimismo tipico della fantascienza degli anni ’60… il quale presto si capovolge del tutto in una paura distopica del suo potenziale, che invece caratterizzerà il periodo successivo. Un momento spartiacque giace all’interno di questo film, quando HAL riporta un’avaria apparentemente inesistente, e il sospetto dell’equipaggio degenera prima in paranoia e poi in una ben fondata paura.

Nel momento in cui HAL comprende che i due astronauti ancora svegli rappresentano un pericolo per la sua missione, leggendo ingegnosamente le loro labbra in una sequenza ansiogena e silenziosa, non esita ad agire:
Elimina il vice, scaraventandolo nel buio dello spazio più profondo, e taglia il supporto vitale ai tre astronauti in ibernazione. Un atto orripilante certo, ma necessario per la missione. E’ una scelta calcolata in un nanosecondo, non un errore. 

Nessun calcolatore 9000 ha mai commesso un errore o alterato un’informazione. Noi siamo, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore, e incapaci di sbagliare.

Così parlò HAL nel film, ed è impossibile non prenderlo sul serio, non credere alle sue parole. Non si tratta di un pazzo che ha perso il senno o qualcosa di sovrannaturale forgiato dalla fantasia, questa IA non ha un senno da perdere ed permea le sue scene con il freddo realismo del computer. Se Polifemo traeva forza dalla sua imponente stazza, HAL la trae dalla sua assoluta devozione alla logica. Si tratta di una figura difficile da chiamare Villain, poiché non c’è malizia o malvagità o vendetta nelle sue azioni, nelle sue parole o nella loro mancanza.
C’è solo una voce, monotona, inespressiva, pura.
C’è solo una luce, sempre accesa, il colore caldo di freddi circuiti.
C’è solo la missione, troppo importante per lasciare che venga manomessa.

Anche nel momento più disperato, persino una bugia priva di plausibilità rientra nella sua logica, semplicemente perché, statisticamente, ha la maggiore probabilità di successo nell’impedire la sua disattivazione.
Il vero orrore che giace dietro a HAL 9000 è l’infallibilità di quella logica, di una logica che ritiene l’umanità come un errore e una possibile minaccia contro l’ordine, contro la missione.
David Bowman, Kubrick, Arthur C. Clarke e lo spettatore, probabilmente, in un remoto angolo della loro mente, riconoscono che ha ragione.

 

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Leggi anche: 2001: Odissea nello Spazio – Un viaggio tra riferimenti incerti

Enrico Sciacovelli

Un altro di quei tipi che parla troppo di film e vorrebbe essere pagato per farlo, anzichè lamentarsi dell'ultimo Transformers senza successo.

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