News

Per primo hanno ucciso mio padre – L’Odio verso l’Identità

Per primo hanno ucciso suo padre, il padre di Loung Ung.

Per primo hanno ucciso mio padre è un film del 2017, diretto da Angelina Jolie e la cui sceneggiatura è stata scritta congiuntamente con Loung Ung, autrice dell’omonimo romanzo (First They Killed My Father: A Daughter of Cambodia Remembers), da cui è tratto l’adattamento cinematografico.

La pellicola racconta la storia dell’istaurazione del regime degli Khmer Rossi nella Cambogia, nell’aprile del 1975. In seguito ad una cruenta guerra civile e alla caduta della Repubblica Khmer, regime filo-americano, la Cambogia venne ripensata sia dal punto di vista ideologico che da quello socio-economico. Il nuovo assetto statale prese il nome di Kampuchea Democratica, sotto la guida di Pol Pot, pseudonimo di Saloth Sar.

Il racconto si apre proprio con l’arrivo degli Khmer Rossi nella città di Phnom Penh, festante e piena di colori, colori che minuto dopo minuto si spegneranno in un spazio senza forma che diverrà totalmente asettico. Un racconto che è filtrato attraverso gli occhi di Loung, all’epoca una bambina di 5 anni.

Loung, suo padre, sua madre e i suoi fratelli e sorelle sono costretti, insieme a tutta la popolazione, a lasciare la città, simbolo della corruzione materiale dell’Occidente, per dirigersi in campi di lavoro rurali.

Nel viaggio che li porterà in uno degli insediamenti di una Cambogia che prenderà le sembianze di un macro-campo di lavoro, si assiste alla progressiva perdita di beni materiali – il furgone, l’orologio, il vestito di capodanno, etc. – della famiglia di Loung. Una perdita vista attraverso gli occhi e la mente di una bambina, in cui lampi di memoria ed immaginazione la portano spesso in un passato nel quale rifugiarsi.

La graduale perdita di ciò che si ha non è che il sentore della graduale perdita di ciò che si è. Nel regime degli Khmer Rossi non c’è spazio per la diversità. Tutto è condiviso e condivisibile, le relazioni personali sono spezzate per far posto ad un unico legame, quello con l’Angkar, l’organizzazione che tutto sa, tutto vede e a tutti provvede. Un’anticipazione del Big Brother di orwelliana memoria.

Appena giunti al campo di concentramento rurale loro assegnato, subito viene ordinato alla famiglia di Loung, così come a tutti gli altri, di tingere i propri vestiti con una soluzione di bacche, al fine di renderli tutti neri, in modo da oscurare i colori. In modo da annullare le diversità. Il nero era l’unico colore che era permesso indossare ai contadini, quali sarebbero stati d’ora in avanti, tutti.

Persino i nomi sono sostituiti da appellativi generici come “compagno” e “compagna”. Una realtà, quella degli Khmer Rossi, in cui l’omologazione doveva essere un valore da perseguire, in nome della lotta al dislivello sociale che la materialità aveva portato nella vecchia società, corrompendola.

L’annullamento della diversità comporta necessariamente l’annichilimento dell’identità personale. Sostanzialmente quello del regime di Pol Pot era un vero odio verso l’individualità delle persone, un regime impersonale (costante il riferimento all’Angkar, un entità quasi-metafisica) e spersonalizzante.

Anche dal punto di vista della regia si è voluto marcare questa perdita delle differenze, con inquadrature girate spesso dall’alto. Una finestra sulla dissoluzione dell’identità delle persone.

Il primo familiare di Loung a morire fu la sorella maggiore, a causa di malnutrizione e malattie, ma il primo ad essere ucciso dai “compagni” del regime fu suo padre, responsabile di essere stato un funzionario statale del vecchio governo. Infatti appena salirono al potere i Khmer Rossi ci fu una vera e propria epurazione, oltre che di minoranze etniche, delle classi sociali ritenute “corrotte”, come religiosi, funzionari statali, intellettuali, militari etc.

Per primo hanno ucciso mio padre è un film nel quale la sofferenza non si sente nei pochi dialoghi, ma si legge fra le righe. Si legge negli occhi di un padre che sorride alla figlia pur sapendo che sarebbe andato in contro alla morte. Si legge negli occhi pieni di amore di una madre che è costretta ad allontanare i propri figli per evitargli lo stesso destino del padre.

Si legge negli occhi di una bambina che passa dall’essere una contadina forzata all’essere un bambino-soldato, con l’indifferenza di chi vuol solo sopravvivere.

E così sarà. Loung sopravvivrà al regime e si ricongiungerà con quattro fratelli. Tra la fine del 1978 e l’inizio del 1979 il Vietnam invaderà la Cambogia mettendo fine al genocidio perpetrato dal regime di Pol Pot.

Le stime dei morti di cui i Khmer Rossi sono responsabili direttamente (esecuzioni ed epurazioni) e indirettamente (malnutrizione, carestia, ritmi di lavoro) si aggirano tra i 1,5 e i 3 milioni, un terzo dell’allora popolazione cambogiana.

L’odio e la violenza raccontati in questa storia non si catturano visivamente – o almeno, non come nella maggior parte dei film che trattano temi simili. Tuttavia si respira nell’aria quell’oceano di dolore e, soprattutto, è un odio che si assapora costantemente, durante l’intera durata della pellicola. Il sapore di quell’odio non va via, si deposita nell’anima dello spettatore.

Per primo hanno ucciso suo padre, il padre di Loung Ung.

Leggi anche: https://www.artesettima.it/2017/10/03/american-history-x/

Edoardo Wasescha

- Specializzando in Filosofia della Scienza - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.