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“Do the right thing – Il Razzismo, la grande maschera dell’Odio verso l’altro”

“Do the right thing” è sicuramente uno dei film più impegnati di Spike Lee, uno di quei film che aiuterebbero tanto a capire la poetica del regista per chi si appresta a conoscerlo. Il film è del 1989 ed è ambientato nella città simbolo del melting pot: New York, più precisamente, nel quartiere di Brooklyn. Samuel Jackson, in foto qui sopra, è lo speaker che ci accompagna nel caldo delle giornate nella strada, narrandoci le vicissitudini e le abitudini degli abitanti del quartiere, per lo più afroamericani. Il quartiere è un ghetto nel quale tutti conoscono tutti e tutto, condividendo la quotidianità della strada. Allo stesso tempo il film narra le vicissitudini di una famiglia italoamericana che gestisce una pizzeria famosa nel quartiere. Sal, il gestore del locale, ha visto i ragazzi del quartiere crescere ed ha vissuto una vita accanto a loro.  Il protagonista Mookie, interpretato dallo stesso Spike Lee, lavora per Sal ed è amato e conosciuto nel quartiere.

Nel caldo afoso delle giornate estive, la vita va avanti tra chi cerca disperatamente di arrivare economicamente a fine mese e chi si lamenta dilettandosi a giudicare la pigrizia e i difetti dell’altro. C’è chi passa le giornate sotto un ombrellone a parlare di quanto il razzismo sia da ancora diffuso nei confronti degli afroamericani, per poi non esitare nel giudicare negativamente e ironicamente un povero coreano la cui unica “colpa” era stata quella di aprire un’attività commerciale nel “loro” quartiere”. Tra questo agglomerato di incomprensione dell’altro alla quale nessuno si sottrae (nel quartiere risiedono portoricani, italoamericani, coreani, afroamericani e altri gruppi etnici) fanno da sfondo i poliziotti newyorkesi, mai esitanti davanti all’uso della violenza, e alcuni personaggi chiave che stanno nel mezzo e fungono da traspositori in scena delle tematiche di fondo nella pellicola.

Personaggi come “il sindaco” definito da tutti vecchio ubriacone (ma che in realtà cela un lato molto profondo segnato sicuramente dalle esperienze di vita vissute);  Radio Raheem un giovane afroamericano che va in giro con il suo ghettoblaster ascoltando lo stesso pezzo in continuazione (Fight the Power) meravigliosa colonna sonora per il film composta dai Public Enemy. Nessuno risparmia una dose di odio verso l’altro nel quartiere, c’è a chi basta poco per “odiare una persona” e giudicarla diversa per la diversità della propria etnia. Emblematico è il caso nel quale un giovane occidentale sporca accidentalmente le nuove scarpe di “Buggin out”, un giovane “fratello” secondo il linguaggio comune e le credenze degli afroamericani nel quartiere. Questo episodio basta a far scatenare una discussione di sfondo razziale tra i due. Tuttavia il motore della narrazione incomincia a mettersi in azione quando il sopracitato “Buggin out” entrando nella pizzeria di Sal fa notare al titolare quanto sia razzista avere appese al muro solo foto di personaggi iconici italoamericani e che, vivendo in un “quartiere nero” dovrebbe appendervene anche di gente di colore.

Qui iniziamo a comprendere che c’è qualcosa che non va, tutti accusano tutti di razzismo, anche i figli di Sal iniziano a sentirsi a disagio nel vivere in quel quartiere; provando a convincere il padre a spostare l’attività altrove. Sal è tuttavia scettico, lui non trova problematico vivere lì a patto che tutti rispettino la sua persona e la sa presenza. Qui entra in gioco il sopracitato  Radio Raheem. Egli non solo dà avvio alle tensioni che porteranno al finale del film, ossia quelle con Sal a causa del volume del suo stereo che non viene abbassato quando entra nel locale italiano, ma ci dà anche quella che come noteremo sarà la lettura del film: l’imparzialità e l’impossibilità di prendere una posizione nei confronti del tema del razzismo è uno dei temi cardine che il regista vuole comunicare al pubblico

“È una storia di bene e male. Odio: era con questa mano che Caino gelava suo fratello. Amore: queste cinque dita, vanno dritte all’anima dell’uomo. La mano destra: la mano dell’amore. La storia della vita è questa: statica. Una mano combatte sempre con l’altra mano, e la mano sinistra prende a calci molti asini. Voglio dire, sembra che la mano destra – l’amore – sia finita. Ma aspetta, ferma le presse; la mano destra sta tornando. Sì, ora ha la mano sinistra sulle corde, giusto. Ooh, è un diritto devastante e l’odio è ferito. È giù. Odio della mano sinistra KO-ed di Love.”

Radio Raheem, come potete vedere nell’immagine in alto, incrociando Mookie durante una sua consegna a domicilio, gli mostra i suoi ultimi acquisti, due tirapugni con delle scritte importanti incorporate: Love ed Hate. Non è difficile collegare i due termini ai continui riferimenti che la pellicola fa a Malcolm X e Luter King, come ci spiegheranno anche le due citazioni dei leader mostrate a fine pellicola. Il discorso che il bizzarro  Radio Raheem fa a Mookie è evidentemente finalizzato a mostrare quanto l’amore sia la panacea e di come esso sia capace di affondare l’odio, ma adesso subentra un’altro elemento importante. Immaginiamo ora questi due termini come sempre presenti per quello che d’ora in avanti verrà detto.

Il sindaco, personaggio sopracitato che mostra quasi gli elementi stereotipati del pazzo del villaggio, in una sua frase (rivolgendosi sempre e non a caso a Mookie) cita il titolo della pellicola e il messaggio che il regista vuole lasciare allo spettatore, in quel momento e sicuramente anche nell’incontro precedente con  Radio Raheem, personificato dal protagonista Mookie (ossia Spike Lee stesso). “Fa la cosa giusta” ecco quello che ognuno dovrebbe pensare prima di avvicinarsi ad un argomento delicato come quello razziale. Non c’è un razzismo o un modello di razzismo, non c’è uno scontro tra bianco e nero, non è questo il razzismo. Il razzismo è incomprensione dell’altro, paura, egoismo e pigrizia.

Allora ecco che la musica a palla è la cura per chi non riesce a comunicare con l’altro, per ogni qualcuno nel mondo che si sente escluso da qualcuno o qualcosa. Non c’è un modo assoluto nell’approcciarsi a questo tema, non si può pendere da una parte della bilancia, chi subisce razzismo può macchiarsi di razzismo se toccato dal germe dell’odio. L’afroamericano soffre davanti all’indifferenza e al cinismo del bianco occidentale, così come un italoamericano soffre nel vedere quegli afroamericani che ha visto crescere complottare e tramare un piano per la chiusura del suo amato locale. Ecco cosa accadrà, quel motivo di litigio precedente riguardante le immagini appese nella pizzeria e il volume dello stereo di  Radio Raheem, sfoceranno in un complotto contro la pizzeria di Sal. Nel finale niente e nessuno potrà fermare la spirale d’odio innescata, la quale culminerà non a caso con il locale di Sal in fiamme e l’uccisione da parte della polizia di  Radio Raheem: un giovane ragazzo che voleva solo tenere alto il volume del suo stereo. L’altro colpito da questa situazione è Sal, reo di non aver messo da parte i suoi principi di educazione non consentendo di tenere alto il volume al ragazzo. Da che parte sta la ragione? Ma soprattutto cosa conta saperlo? Ciò che salta all’occhio è la facilità con cui il motore dell’odio verso l’altro può essere innescato in questa società in continua tensione, la banalità che il male trova nel diffondersi.

Il film si chiude con due famose citazioni dei due personaggi che subito saltano alla mente quando si parla di tale tema: Luter King e Malcolm X. Ricordate i due termini da tenere a mente? Love, Martin Luther King ha fondato su questa parola la sua lotta politica.

“L’oscurità non può scacciare l’oscurità; solo la luce può farlo; L’odio non può scacciare l’odio, solo l’amore può farlo.”

Ma dove e come si innesca tale effetto? Come può la gente ricordarsi ciò se il primo e l’ultimo pensiero della propria giornata è voltato all’egoismo più puro, all’additare all’altro le colpe di una personale situazione di disagio o sofferenza. La pigrizia appunto. Dall’altra parte abbiamo Malcolm X, paladino della lotta e colui il quale ha cominciato a inserire un tema delicato come quello della protesta violenta in un già così delicato tema.

“Io non sono contro l’uso della violenza per legittima difesa. Io non potrei mai chiamarla violenza quando è per difendersi; io la chiamo intelligenza.”

Non possiamo non ammettere che se guardiamo da punti di vista differenti è molto difficile capire o sostenere chi abbia ragione. Le parole di King sicuramente trasmettono maggiore speranza e maggiore affabilità, ma quelle di Malcolm X saltano alla mente nei momenti in cui siamo più vulnerabili, quando sentiamo di poliziotti che hanno massacrato un povero afroamericano solo perché non ha tirato su le mani al primo richiamo. Oppure se scopriamo che il film è ispirato ad una vicenda nera accaduta durante una rivolta ad Harlem negli anni quaranta, culminata nell’uccisione da parte di otto poliziotti bianchi di un uomo di colore e l’ Howard Beach Incident, ossia il pestaggio da parte di alcuni giovani bianchi ai danni di tre afroamericani, con l’ausilio di mazze e tirapugni, davanti a una pizzeria. Davanti a tale complessità in una scelta, davanti ad un tema così profondo e pericoloso, non ci resta che pensare a noi e a quello che ci è dato la possibilità di fare: fare la cosa giusta.

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