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Detroit – Una dolorosa preghiera americana

Un giovane ragazzo di colore canta da solo su un palco. Le luci sono accese nel teatro in cui si esibisce, ma non c’è nessuno che assiste allo spettacolo. Il ragazzo, Larry, non cerca affatto il successo. Vuole solamente una ragione per continuare a vivere.

E’ una delle tante immagini rimaste nella mente dello spettatore, una volta terminato di visionare Detroit di Kathryn Bigelow, l’acclamata regista di The Hurt Locker Zero Dark Thirty.

Ancora una volta è un film dal forte sapore politico quello che ci viene presentato. Un film che, questa volta, colpisce il cuore del Paese della Libertà.

Ambientato durante le terribili rivolte nella Detroit degli Anni ’60, la pellicola descrive con crudele precisione un terribile episodio avvenuto in un piccolo motel di periferia.

La polizia, capitanata dal giovane e spietato Krauss (Will Poulter), fa irruzione nel motel, nel quale alloggiano alcuni uomini di colore, tra cui anche il nostro Larry ed il suo giovane amico/manager.

Ma non solo. Nel motel ci sono anche due giovani e belle ragazze bianche, sorprese in atteggiamenti abbastanza provocanti dalla polizia.

Scoppia il caos. La polizia è alla ricerca di una pistola, che avrebbe fatto fuoco verso di loro poco prima. Subito arriva il primo morto, il burbero proprietario del locale, freddato durante l’irruzione.

Tutti i residenti nel motel vengono riuniti e messi con la faccia contro il muro. Cominciano le meticolose perquisizioni della polizia. In pochi minuti appare molto chiaro il fatto che nel motel non ci sia nessuna pistola e che si sia trattato tutto di un terribile malinteso.

Ma ormai è troppo tardi per i ripensamenti, anche perché una persona è già stata brutalmente assassinata, sparata alle spalle.

Il terribile ballo della morte è cominciato.

L’orgoglio è il peccato più grande dell’uomo. O meglio, l’orgoglio è il peccato più grande dell’uomo bianco. La polizia non può essersi sbagliata.

L’errore implicherebbe delle scuse, e il bianco non può scusarsi con il nero. Ad alimentare la cattiveria della superbia c’è anche il fatto di aver trovato due ragazze bianche, per di più giovani ed attraenti, con delle persone di colore.

Il massacro comincia e sarà senza pietà.

L’America è, come tutti i paesi del mondo, una nazione nata sul sangue. Il sangue delle guerre, il sangue causato da leggi ingiuste, il sangue delle rivolte.

E quelle volte che si è andato a cercare un punto di incontro, non sempre è andato tutto bene.

Il giovane poliziotto di colore Dismukes (John Boyega) è una sorta di “punto di incontro”. Ha il compito di mantenere l’ordine, in quanto rappresentante della legge, ma è anche contrario a certi metodi brutali dei suoi colleghi bianchi.

Più di una volta il suo intervento sarà decisivo per salvare il salvabile dalla tremenda carneficina. E pur sapendo che il suo mestiere gli riserva aspre critiche, Dismukes sa che questo è il solo modo per aiutare la sua gente.

E’ un’America spietatamente reale quello descritto dal film. Un mondo in cui niente è lasciato al caso. Se un uomo viene ucciso alle spalle, è necessario posizionare accanto a lui un arma, per poter inscenare un duello.

E’ un mondo in cui chi sbaglia, se rischi di offendere un’istituzione, come quella della polizia, non deve pagare. O almeno non davanti a tutti.

Un mondo viscido, fatto di persone con la faccia contro il muro che pregano per non essere uccise. Larry canta. Canta la sua preghiera, suscitando ilarità da parte degli ufficiali di polizia.

Ad un certo punto, quando ormai è chiaro che si è andati ben oltre il limite, il caos finisce inaspettatamente finisce. In realtà non è finito niente. Il ricordo continua a tormentare tutti coloro che hanno vissuto questa vicenda e che sono sopravvissuti.

C’è chi, come Dismukes, che annovera questa ennesima esperienza a tutto il male che ha visto; c’è chi piange i propri cari, uccisi in modo spietato e crudele; c’è chi, come Larry, che non riesce più a cantare.

Larry rinuncia ad un futuro fatto di successi, milioni di dischi venduti e soddisfazioni. Il suo lavoro sarà quello di corista in una piccola chiesa di periferia. Lì dove il male non è ancora entrato, lì dove può cantare la sua preghiera, la stessa che, forse, gli ha salvato la vita.

 

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