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Killing (Zan) – L’Impossibilità di Essere nel Puro

È necessario il dire e il pensare che l’essere sia: infatti l’essere è,
il nulla non è. Parmenide

La condanna dell’uomo sta nella scelta inconsapevole che egli stesso compie, prima di sapere quale sarebbe stata quella giusta.

La magnificenza della poetica orientale, sia quando questa indaga l’animo nella sua essenza più delicata, sia quando invece violenta la sua ancestrale perversione e ancora quando non cerca di risolverne l’incessante tragedia, è il suo essere ancora lì, in quell’origine, dove l’occidente ha costruito troppi palazzi per riuscire a guardarla: nell’ontologia essenziale.

Millenni fa, il maestro della scuola greca di Elea, Parmenide, nel radicalismo concesso solo a chi svela per la prima volta, ragionava sull’Essere.
Egli vedeva in esso l’unica totalità perseguibile: esisteva la via di ciò che è e la via di ciò che non è. Solo una è davvero percorribile, l’altra è semplicemente nulla.

Ma l’essere, in quanto totale, si affermava come unico, immutabile, eterno, indivisibile.

E questo era un problema.

Come si può percorrere la via di ciò che è, se tale via non muta, mentre noi uomini e le cose del mondo mutiamo costantemente?
Tale è la contrapposizione del Divenire che subito si palesava: perché non poteva sovrapporsi, ma solo scontrarsi con un Essere così inteso.

Come si può costantemente stare in un qualcosa di unico, totale ed immutabile, se noi mutiamo, le cose dove siamo sono molte, e nulla è effettivamente mai riducibile ad un totale compiuto in sé?

Ma allora, come poteva l’unica via vera, quella dell’Essere, potersi percorrere?

L’uomo “accettò” dunque il compromesso della parzialità, delle ombre della Caverna, del particolarismo dell’Illusione, dell’Opinione. Nel tempo tante soluzioni furono proposte, scovando infinite verità, ma inesauribile era la problematica del conflitto tra i due estremi. Come si poteva non fare i conti con il particolarismo mutevole, come si poteva non evidenziare l’irriducibilità del divenire ad assoluto statico?
E così fu lotta, lotta, e ancora lotta.

Killing, prima opera in costume del maestro Tsukamoto, in quell’essenzialità orientale sopra decantata, ripropone tale quesito ontologico radicale, canalizzandolo nella Vita e nella Morte. O, ancora meglio, nel vivere e nell’uccidere.

La purezza dell’essere totalmente, senza contaminazione del divenire, può sopravvivere a questo mondo in cui ogni cosa del divenire stesso si intinge?

Siamo nella metà del XIX, il Giappone, dopo 250 anni di pace, rischia i vortici irrisolvibili della violenza. Irrisolvibili, se non con una violenza più forte e consapevole.

Nelle realtà bucoliche, delle coltivazioni di riso e dell’eterna quiete inconsapevole, alcuni samurai senza padroni, i ronin, offrono la loro protezione in cambio di accoglienza nelle case dei contadini.

Qui, il giovane samurai Mokunoshin, con silenzioso rispetto e palpabile bontà insegna l’arte della spada al figlio di una famiglia di coltivatori a lui adiacenti. Qui, la figlia lo ama timidamente, prima ancora che lui capisca cosa l’amore significhi.

Tsukamoto ci indirizza in uno status di quiete eterna, dove essi sono nel poter sempre essere in tale condizione, leggiadramente inquadrabili in storie di normale quotidianità. Gli uomini giocheranno, i due amanti si ameranno.

Ma la parzialità è l’unico vero momento ontologico umano. La parzialità è il paradosso della possibilità di un’ontologia: perché l’unico momento che è effettivamente, esiste nella potenzialità del mutare in altro, dello scontrarsi con la sua antitesi, con le sfumature complesse della sua antitesi, sopravvivendo in qualcos’altro, superando ambe due le parti e ricomprendendosi, direbbe Hegel.

Così, l’elemento del divenire sopraggiunge, pronto a scatenare il conflitto: un Samurai esperto, vedendo i due giovani ragazzi combattere in allenamento, propone a tutti e due di seguirlo verso la riconquista di Edo, per poter servire lo Shogun. Ecco che il tempo si realizza in uno spazio storico definito, tale da non poter perpetuare quella quiete eterna, tale da dover realizzarsi nel mutare radicalmente le possibili forme di esistenza di partenza.

Il giovane Mokunoshin deve fare i conti con la sua volontà di servire, concetto chiave nella cultura nipponica da cui il regista estrapola la dialettica. Il giovane Mokunoshin deve concretizzare una possibilità fino ad allora non ancora realmente posta in contrasto con il suo essere: affermare lo strumento dell’uccidere come conferma ontologica del suo essere in quanto samurai.

Ma quindi, l’esistenza stessa del giovane non è altro che contrastare ciò che lui è nell’essenzialità più totale, cioè essere in quanto vivere, nell’azione antitetica di divenire in quanto uccidere. Egli, in quanto samurai, in quanto fedele al suo essere, deve confermarsi nel portare il non essere nei suoi nemici. Lui, per poter essere vita, deve portare morte.

Ma come può, lui, Mokunoshin, che ancora non conosce il compromesso della parzialità, del poter sopravvivere a tale eterna lotta irrisolvibile solamente stando nel conflitto, nel crepuscolo tra le due forme ontologiche radicali, vivendo nei fantasmi dei paradossi tragici a cui tale condizione irrisolvibile conduce?

Il maestro Samurai, porta la morte lì dove non ci sarebbe dovuta essere, nella speranza che il giovane capisca tutto ciò. Uccide dei banditi lì accampati, questi si vendicano, la Morte trascende ciò che fino a quel momento era stata quiete eterea, l’oscura contraddizione permea nello sguardo della giovane amata, sola sopravvissuta oltre i samurai, che non può che sperare che Mokunoshin capisca, così che lei sopravviva in lui.

Ma Mokunoshin non può farcela, perché egli è purezza della Vita, incapace di divenire errante uomo del purgatorio, incapace di dimenticare la Morte, incapace di essere nell’uccidere.

Avrebbe voluto, con tutto il suo cuore, razionalizzare inconsciamente tale insensatezza in favore di un senso ontologico accettabile, ma non può, nemmeno quando altri banditi stupreranno la sua amata.

Così, dove non ci sono palazzi di compromessi per sopravvivere, c‘è il delirio dell’intuizione tragica: il giovane non sopporta il paradosso, non sopporta l’uccidere, dunque non più sopportare neppure il vivere.

Ma non è la morte che cerca, proprio perché da essa fugge, ma neppure la vita, perché essa, senza la morte, non può più essere vivibile.

Egli fugge, il Maestro lo insegue, l’Amata rincorre un ultimo tragico baluardo di speranza.

La resa dei conti, non può che far soccombere ogni forma: dove oramai la radice disfunzionale dell’esistenza è rivelata, dove l’ontologia richiama a sé la sua inaccettabilità nell’uomo mutevole, ogni tentativo di essere sfocia nella terza via, di coloro che non sanno più essere vita e neppure negarsi in quanto morte, ma semplicemente svanire dalla possibilità di esistere in questo mondo.

E così è dall’animo di colei che fu depositaria della possibilità di Essere, nella Vita, nell’Amore che, infine, proviene l’urlo dichiarante l’inaccettabilità della vita, la sua tragedia ontologica, la sua eterna fine.

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