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Là-bas – Il colore dei sogni

Castelvolturno è una lingua di terra schiacciata tra le province di Napoli e Caserta, terra di confine tra la metropoli polverosa e le spiagge splendenti del basso Lazio. Comune marittimo che si sparge su quell’immenso bagnasciuga che da Licola porta fino a Formia e Gaeta, Castelvolturno era un luogo inesistente fino a qualche anno fa, nato sull’onda lunga di quel boom economico nostrano esploso solo a metà, ad opera di quelle mani sulla città che hanno fatto scempio dei territori. Una sorta di Miami Beach in salsa di ragù, emersa dalle paludi dei regi lagni per rendere gradevole la senectute della Napoli bene, Castelvolturno negli anni è diventata una luminosa bugia: ville, ristoranti, lidi e parchi acquatici costruiti in barba a leggi e piani regolatori; tintarelle, tuffi, passeggiate e mangiate sono tutte gioie abusive tra palazzi che per lo stato non esistono, per le strade di una città fantasma. La città si tramuta nel paesggio ideale per la fase REM del sogno borghese di tutti i pezzenti arricchiti, che guardano Castelvolturno sognando Milano Marittima.

Yussouf arriva su quei lidi quando ormai questo sogno è svanito da un pezzo. Non viaggia a bordo di un barcone sulle coste della Sicilia, non scappa dai conflitti che si vedono in tv, fa parte di quella minoranza silenziosa che fugge via da un destino misero. Yussouf è uno scultore, e vorrebbe plasmare il mondo seguendo i suoi sogni, come nei suoi disegni; di mezzo c’è il mediterraneo e migliaia di euro in fazzoletti da vendere o cassette di pomodori da raccogliere. Perché questo è “La-bas”: vuol dire laggiù generico, ma anche una destinazione pregna di speranze e aspirazioni, necessarie più che mai per guardare oltre i semafori e i filari di pomodori. Un’impalcatura di illusioni che tiene in piedi questa cittadina abbandonata, che abita stanze vuote in case diroccate e muove una massa desiderante fatta di carne e sogni, imprigionata in un presente invisibile.

L’invisibilità oggi vuol dire avere un lavoro nero pagato una miseria, vuol dire avere una soluzione abitativa condivisa e insicura, vuol dire crogiolarsi per anni con progetti che non si realizzeranno mai. Ma soprattutto, gli invisibili sono costretti a subire la barbarie di una terra senza leggi, a rinunciare volenti o nolenti a qualsiasi diritto e dignità umana. Lo impara ben presto il nostro eroe, quando intrappolato in un autolavaggio con quattro spiccioli in tasca si trova spalle al muro: autolavaggio, fazzoletti o ritorno in patria. Che fare? Un po’ travolto dagli eventi come un eroe bunkeriano, un po’ seguendo le tracce di un anarchico genovese, Yussouf decide che è meglio rubare piuttosto che continuare a morire di fame.

Meglio abbandonare una comunità di immigrati che fanno gli immigrati, dove si mangia cous cous parlando un francese stentato, mentre si guarda la partita di calcio di una qualsiasi nazionale africana tifando forte come se fosse la propria, pur sapendo che miseramente perderà in campo come al semaforo. Meglio lo zio commerciante e aspirante gangster, le scorribande in auto tra sarti e spacciatori, in una Babele di lingue mischiate e ugualmente incomprensibili da cui viene attentamente escluso l’italiano; come in una sorta di Tortuga post-moderna, porto franco dove si incontrano banditi e prostitute e locandieri, si mischiano idiomi e pelli diverse, in un meticciato unico e stratificato. Yussouf sceglie Moses, sceglie Suad, sceglie la neve ad agosto che impregna le scarpe false, sceglie il sottosuolo dostoevskiano del vizio e delle vite a buon mercato, sceglie l’abito bianco per nascondere il nero dell’anima.

Il bianco del vestito, il bianco della coca, il bianco di un cappuccio bel calcato sul viso per pestare il migrante dentro e fuori di sé. Oppure il nero di una pistola, il dorato delle scarpe di marca finte, il blu dei neon nei locali notturni, il giallo del limoncello da bere con Suad. Di che colore sono i sogni di Yussouf? I sogni seguono il colore della pelle? Camminando sulla spiaggia, tra le case diroccate rose dal mare, nelle pinete di notte, corrono i fantasmi delle speranze di tutti quelli che hanno attraversato questi spazi. Castelvolturno è un luogo magico, una foresta di spettri, una coscienza collettiva di junghiana memoria, o semplicemente un abisso in cui gettare aspirazioni e belle speranze prima di fare a pugni con la vita. Troppo presi dalle bollette, dalle rate, dalle scadenze, ci si libera dei sogni cercando scorciatoie per fare soldi facili. Si erigono barricate inesistenti per giustificare ingiustizie e violenze, dimenticando che i sogni, il sangue, le viscere, hanno tutti lo stesso colore, indipendente dalla pelle e dal passaporto.

 

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