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Kingpin & il Professor Moriarty – Quando l’intelletto serve il Male

John Watson in uno dei suoi racconti s’immaginò quanto avrebbe guadagnato il crimine se una mente come quella del suo amico Holmes si fosse prestata al male invece che alla giustizia. I brividi percorsero la schiena del buon dottore immaginando le catastrofiche conseguenze, data la portata delle avventure di Sherlock Holmes, non solo per l’allora Impero Britannico ma per tutto il vecchio continente. Ma se il riconoscimento di una mente come quella di Holmes nei confronti della giustizia è totale, menti altrettanto brillanti non lo riconoscono anzi la concepiscono come una restrizione, un limite che la società pone su di loro. Non capiscono che la legge è affermazione della libertà dei singoli individui e non un ostacolo ad essa. Ma l’intelletto spesso funziona in maniera strana, quando è straordinario infonde tracotanza, inebria sé stesso, a tal punto da ritenerne giusto un utilizzo malsano. Esso dunque viene concepito come un dono personale, non un potere da cui derivano responsabilità, ma un’abilità rara se non unica da sfruttare per i propri fini.

La nemesi di Holmes, il Professor Moriarty ne è un esempio, ma diversi sono i casi, dalla letteratura al fumetto, di villain il cui destino non è stato rovinato da episodi malavitosi o dal caso avverso, ma per una scelta calcolata. Ecco dunque che insieme al profilo del geniale Professor Moriarty possiamo proporre un confronto con un altro colosso d’intelligenza, Wilson Fisk alias Kingpin.

Sono due personaggi all’apparenza molto diversi, di Moriarty sappiamo poco o niente, appare raramente nel canone holmsiano e le sue malefatte sono percepite indirettamente solo da Sherlock. Di Kingpin sappiamo invece vita, morte e miracoli, ma nonostante le lapalissiane differenze di contesto sono molti i parallelismi che è possibile fare.

Kingpin in inglese significa “perno”, appare chiara la volontà di Stan Lee e di John Romita Sr, altro suo creatore, di porlo al centro di tutto un network criminale, che senza la figura di Fisk verrebbe meno. Il perno oscuro di Hell’s Kitchen, New York City, mai associato alle malefatte da lui orchestrate, mai lontanamente avvicinato a qualunque delitto commesso dalle cosche al suo servizio, un ragno gigante e al contempo invisibile al centro di una tela. Ma questa descrizione è la stessa usata da Holmes per descrivere il suo nemico Moriarty: “E’ un genio, un filosofo, un pensatore astratto. Possiede un cervello di prim’ordine. Siede immobile, come un ragno al centro della sua tela, ma questa tela si suddivide in mille diramazioni di cui egli conosce perfettamente il minimo fremito”.

La figura di Moriarty  (si presume il nome sia James, Conan Doyle lo ha menzionato solo una volta salvo poi indicare un fratello del professore con lo stesso nome, dunque rimane il dubbio) appare nel racconto “L’Ultima Avventura” e viene menzionato anche nel romanzo “La valle della paura”. Moriarty, con i suoi agenti, è responsabile al tempo di quaranta crimini non risolti. La struttura a ragnatela della sua organizzazione criminale è ampia e complessa tanto da non venire mai arrestato. Sebbene il professor Moriarty sia sospettato di azioni criminali ciò non viene mai comprovato. Moriarty “è il cervello di controllo della malavita, una spina nel cuore per la società”. Le sue caratteristiche elusive impediscono ad Holmes di penetrare il suo velo si segretezza, sino all’epilogo delle cascate di Reichenbach. Anch’esso dunque è un perno attorno a cui ruota la galassia criminale della City londinese.

Ciò che portò l’esimio professore a divenire “il Napoleone del crimine” possiamo solo dedurlo. Non immaginiamo possa provenire da una famiglia povera, né appartenente alla middle class, dato che la sua preparazione è di primo ordine, dunque possiamo immaginarlo frequentare alcune dei migliori college inglesi come Eton o Cambridge, grazie all’appannaggio della sua famiglia. Ciò s’intende anche nei modi del professore, cortesi e ricercarti verso tutti, compresi i suoi sgherri. Luminare della matematica e dell’astrofisica, Moriarty non frequenterà mai direttamente il mondo che controlla ma possiamo ritenere che i suoi interessi si avvicinano alla criminalità non per fatti banali ma per crimini in qualche modo vicini all’alta società. Possiamo trovare esempi nel canone di contraffazione di quadri famosi, compravendita di immobili, debiti di gioco dei club della City, da qui poi il nostro professore intuisce le potenzialità del mercato e della sua innata capacità a primeggiare in un cosmo dove la maggior parte degli individui non sanno neanche leggere e scrivere.

Fisk ha una storia diversa. La corpulenza melliflua, il tono ambiguo e l’eleganza ostentata e ricercata, nonché l’immancabile sigaro stretto tra i denti, sono elementi che Romita Sr. ruba al grande schermo per creare una maschera che ne esaspera i limiti sino al grottesco e al caricaturale. Sebbene la figura di Fisk è inderogabilmente definita nei suoi caratteri fondamentali, si presenta agli occhi del giovane Frank Miller nel corso degli anni Ottanta come pura materia grezza. Nel suo lungo ciclo, Miller rifonda da zero la mitologia di Daredevil. La sua lettura diventa il canone: la centralità imprescindibile di Wilson Fisk, nemesi del Diavolo Rosso, antitesi e tentazione più recondita. La violenza e la tragicità da cui proviene Matt Murdock è la stessa in cui affonda le sue radici la gramigna di Wilson Fisk. Il criminale non accetta, però, alcuna forma di redenzione. Fisk è mosso da un demone sordo, da una bulimica sete di potere, ingurgita la città, ne diventa parte integrante, inocula nelle strade il suo credo, nutrendolo di timore e disperazione, esorbita sino a sfondare i ridicoli limiti della sua umanità.

Ma se Kingpin appare come un demone, i suoi inizi sono ben diversi. Wilson Fisk è cresciuto in condizioni di estrema povertà venendo costantemente preso di mira dai suoi coetanei in quanto obeso. La rabbia di essere visto come debole e la difficile condizione in cui imperversa saranno la benzina per la sua voglia di emergere, di essere il migliore. Inizia ad allenarsi ossessivamente nella lotta libera, nel bodybuilding e in varie altre forme di combattimento trasformando il suo grasso in muscoli, sebbene all’apparenza sembri comunque obeso, inoltre capisce il valore di una educazione sgraffignando qualche tomo da varie librerie. Diviene autodidatta concentrandosi in particolare sulle scienze politiche, che a suo parere possono esserli utile per tessere i rapporti giusti nel panorama in cui è immerso. Un panorama quello del sottobosco criminale controllato da diversi “capi”, ognuno vertice di una piramide verticale di comando, spesso a “conduzione familiare”, ognuno con una sua precisa zona operativa, con connessioni segrete al mondo della politica: ci sono gli italiani, gli irlandesi, gli afro-americani, in uno scenario molto simile a quello dei grandi classici cinematografici di quel genere che ha reso grande, per esempio, il regista Martin Scorsese.

Improvvisamente, però, il nostro giovane arrembante e corpulento amico, decide di cambiare le variabili di un’equazione oramai evidentemente anacronistica, facendosi spazio nella criminalità organizzata con grande acume tattico: partendo dal basso, infatti, il giovane Fisk riesce a unire piano piano sempre più gang, in una scalata al potere che appare irrefrenabile. A poco a poco, quello che un giorno sarà appellato con reverenza come Kingpin, riesce a tessere una fitta rete attorno a lui, costruita con violenza ma anche con raffinata intelligenza, arrivando a divenire il capo unico e indiscusso della malavita di New York.

Sembra impossibile legare i due esempi perché Hell’s Kitchen non è la Londra vittoriana, perché partono da punti diametralmente opposti della società. Eppure la mente è la stessa: brillante, logica, dinamica. Questi due campioni non pensano che il dono divino provenga dalla loro mente, tanto per citare Westworld, ma che sia la loro stessa mente un dono. Non hanno intenzione di condividerla, di prestare il loro ingegno alla società esso rimane il mezzo per conquistarla quella società. Ma il peccato originale di Kingpin, oltre alla sua malsana visione, non sarebbe la gola, ma la rabbia. L’ira annichilisce quel barlume di coscienza, soffocata nelle pieghe della carne, e spinge Fisk oltre il limite dell’umano, facendolo sprofondare in un’animalesca notte, dominata dalle sensazioni più abbiette. L’amore anche sembra riuscire a lenire questa sua ira e redimire la sua fame atavica di potere, mostrando l’umanità di Fisk che troppo spesso dimentichiamo. Moriarty non presenta nessuna redenzione, Doyle costruisce un Villain a tutto tondo, non ha rimorso, non prova amore ne pena. È un automa criminale, proprio grazie al suo intelletto che pone il proprio fine al di sopra di qualunque mezzo. La sua brama di potere non ha limite, poichè qualunque traguardo non sarebbe sufficiente per la sua figura. Anche qui un intelletto cieco e sordo a qualunque richiamo, nessuna possibilità di risalire il baratro dove è caduto.

Due casi di come l’intelligenza non sia sempre una benedizione, due casi in cui il villain non ha poteri o follia ad assecondarne i disegni ma ha l’intelletto, la più straordinaria e pericolosa delle armi a disposizione dell’uomo.

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