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Tito e gli Alieni- Lo Spazio Profondo della Semplicità

Il coniugare le vicende a tinte amaramente ironiche di marchio italiano agli scenari suggestivi ed iconici di stampo americano è da sempre esercizio estremamente ambizioso. Ciò che Paola Randi compie con Tito e gli alieni, tuttavia, è un grande lavoro, equilibrato, toccante, e per certi aspetti molto originale. Tanto da ricevere le lodi del presidente della Federazione Italiana Cinema d’Essai, Domenico Di Noia, presente in sala durante la proiezione al Ravenna film festival per presentare questa piccola perla.

Tito

Si apre con un’inquadratura dall’alto, sul terreno assolato del deserto del Nevada, la storia di un uomo auto-esiliatosi dal mondo: un magnifico Valerio Mastandrea, che interpreta uno scienziato napoletano rifugiatosi tra macchine e laboratori in seguito alla morte della moglie. Frustrato dallo scarso rendimento dei suoi esperimenti e da un affetto inesprimibile nei confronti dell’autista americana, la sua monotona esistenza viene smossa dall’arrivo dei nipotini, Anita e Tito, da poco segnati dalla morte del padre e rimasti soli per la ancor precedente scomparsa della madre.

Il loro rapporto, inizialmente assai complicato, richiama con forza una dialettica adulto-bambino da sempre esplorata nel mondo del cinema, dal Jurassic Park di Spielberg al Ladro di bambini di Amelio; ciò che illumina il rapporto dei protagonisti di questo film è la condivisione del dramma individuale, la comune origine delle loro sofferenze. Ed il loro conseguente sguardo all’alto, infantilmente illusorio quello del piccolo Tito, disillusoriamente malinconico quello dello zio, svela un respiro speranzoso che aleggia durante tutto il corso delle scene, e che lega entrambi i personaggi nell’unico leitmotiv del miraggio.

 

Non a caso le sequenze si svolgono proprio nel deserto del Nevada, dove sorge la leggendaria Area 51, ovvero nel locus amoenus della poetica del miraggio americano. Sorprende, per certi versi, il parallelo dei due protagonisti nella ricerca, nell’inseguimento di tale proiezione quasi ultra-terrena. Il costoso esperimento al quale lo zio da tempo lavora è di fatto finalizzato al solo bruciante desiderio di continuare a sentire la voce della moglie, la cui segreteria telefonica è regolarmente recitata da un computer futuristicamente umanizzato. Così come la propensione del piccolo Tito al dialogo con il defunto padre attraverso una foto incorniciata, dettata sì dal suo bambinesco sognare ma che nella totalità del film assume significati estremamente profondi.

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Un percorso di empatia, di scoperta, anzi se vogliamo di riscoperta. La demotivata routine dello zio viene irrimediabilmente contaminata dalla fondamentale fiducia vitale dei giovani nipoti, la loro semplicità e il loro candore, così come contaminato è il paesaggio prettamente americano, colorato da tinte tematiche tradizionalmente italiane. Incespicando e arrampicandosi, i protagonisti giungono alla scena chiave della pellicola, racchiudente il significato intero di quanto fin’ora narrato.

Al momento del licenziamento dello zio dagli organi governativi americani, che finanziavano i suoi vani esperimenti, la macchina si aziona un’ultima volta in maniera provvidenziale e quasi fantascientifica, rivelando in una distesa desertica il miraggio originario da cui la sua ricerca ebbe inizio: ma ad apparire non è solo la defunta moglie o il defunto fratello, padre dei bambini, bensì tutti i volti scomparsi legati agli individui presenti in quel momento, dagli scienziati collaboratori ai militari dell’esercito americano. Una scena che prende alla gola, scuote, tocca a profondità decisamente ardue da raggiungere; nel momento in cui il miraggio si compie, ciò che il film sembra sussurrarci è che ognuno di quei volti continua a far parte di noi, continua ad esistere. In qualche modo, continua ad esistere.

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E nell’ultimissima sequenza, nel suggellamento del loro percorso, lo zio prende in mano la fotografia del fratello e comincia a parlargli, di fronte al volto in lacrime del piccolo Tito; egli è ancora vivo, da qualche parte tra le stelle, in qualche luogo sfiorato alla velocità della luce. Irraggiungibile, ma presente, come gli alieni che compongono il titolo. Tito e gli alieni, perché Tito è anche il nome taciuto dello zio, oltre a quello del nipotino; e in ognuno di noi c’è un Tito che guarda in alto, in cerca di un miraggio, nella speranza continua di poter raggiungere, un giorno, gli alieni, e viaggiare con loro alla velocità della luce.

Un film che vale.

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