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Alla fine, la Morale qual è? – Il Divario tra Forma e Sostanza in 5 Finali Contemporanei

Introduzione

“I’m finished”. Ho finito. Sono finito. Le due parole finali de Il Petroliere (al secolo There Will Be Blood) chiudono ermeticamente un enorme cerchio narrativo fatto di lavoro, famiglia, ambizione e religione. Il diamante più luminoso di Paul Thomas Anderson si descrive tramite la voce del suo protagonista, portando con sé la chiusura di ogni trama e sottotrama al suo interno; non ci sono spiragli aperti, non ci interessa quale sarà il futuro di Daniel Plainview, perché la vicenda raccontata nel film non è un lasso di tempo importante come gli altri, è l’unico possibile.

Alla coerenza rispondono l’incertezza e l’apparenza. D’altronde il mestiere dell’artista è illusorio per definizione, lo confessava un maestro del finale aperto come Christopher Nolan nel suo manifesto The Prestige: “Voi volete essere ingannati”. Il trucco è molto semplice, basta creare un piccolo corto circuito tra ciò che si vuole comunicare e il metodo che si sceglie per farlo, così da ottenere una sana incoerenza formale, soddisfacente in un primo tempo ma fuorviante quando si ripensa all’opera a mente fredda.

 

Il modo in cui la materia viene plasmata dalla forma per esprimerne la sostanza è alla base degli studi sul segno, e l’intuizione di molti artisti è quella di esprimere il contenuto attraverso una forma ingannevole. Nel cinema contemporaneo di stampo americano questo espediente si sta vedendo spesso, con una propensione verso delle conclusioni che restituiscono un’espressività che si discosta dal messaggio reale della narrazione e stimola l’empatia di chi guarda, creando un effetto catartico simile a quello dei lieti fini, ma all’interno di film dal messaggio finale tragico.

Ci sono parecchi casi di finali dolci nella forma e amari nella sostanza, quasi sempre privi di un reale scioglimento, che permeano l’audience di una calda sensazione di incertezza e spesso conferiscono un’impronta più autoriale alla pellicola; i cinque esempi selezionati sono i più celebri possibili, sia per il temutissimo allarme spoiler, ma soprattutto perché se consideriamo che cinque opere così hanno infiammato botteghini e premiazioni (in totale si parla di 11 Premi Oscar e 4 Golden Globe su 47 nomination totali), significa che noi amanti del cinema vogliamo davvero essere ingannati.

Birdman (Alejandro Gonzalez Iñárritu, 2014)

La forma: Dopo aver raggiunto il culmine artistico nel suo spettacolo teatrale, Riggan si libera incarnando in sé una figura che va oltre Birdman; la figlia Sam guarda estasiata il padre che volteggia a mezz’aria dopo che questo si è lanciato dalla finestra.
La sostanza: Riggan si è suicidato.

La grandissima abilità di Iñárritu nell’impianto narrativo di Birdman è quella di coinvolgere lo spettatore praticamente solo nella forma immaginifica, a metà tra la diegesi del film e la schizofrenia del protagonista, un uomo associato talmente tanto al suo ruolo più famoso da vederne la manifestazione sotto forma di alter ego ingombrante e limitante. Per capirci, in una sequenza memorabile del film Riggan vola per New York, poi chiede a un portiere di fermare la colonna sonora della scena che sta vivendo e viene inseguito da un tassista che gli chiede i soldi della corsa, perché è ovvio che Riggan non sia arrivato lì in volo. Noi non lo vediamo in taxi ma lo vediamo volare, non partecipiamo a discorsi solitari ma a dialoghi con la voce immaginaria di Birdman, noi siamo con Riggan fino alla fine, quando tenta di volare con degli uccelli che attirano la sua attenzione, dopo essersi smarcato da un Birdman stranamente distratto. Gioia? Dolore? Realizzazione? Come in tutti i film qui presenti non è facile immaginare il dopo, la sequenza conclusiva vuole agire come fine della vicenda, ma lo scioglimento è in mano allo spettatore.

Il risultato: Un film unico con una conclusione perfetta. Iñárritu ottiene il massimo da una finale tutto sommato semplice. Birdman è un film che parla chiaramente dello show business e affronta la tematica attraverso il linguaggio metacinematografico, facendo sì che sia l’opera a parlare di sé stessa, del suo mondo e della sua essenza. Il percorso di Riggan rappresenta la parabola di molti attori di Hollywood (primo dei quali proprio Michael Keaton), spesso identificati in un personaggio o in un cliché del quale vogliono assolutamente disfarsi. Il Keaton attore, allora, si libera dell’ombra del Keaton personaggio, arrivando a interiorizzarlo e oltrepassarlo, prima attraverso una prova attoriale strepitosa nella sua opera teatrale, poi attraverso l’ultimo volo liberatorio, folle ed estremo di Birdman, simbolo di un mondo al quale sussurra semplicemente “Addio e fanculo”. Si potrebbero scrivere pagine e pagine ed elencare motivi sempre nuovi per i quali Birdman è un capolavoro moderno.

Leggi anche: Perché Birdman è un capolavoro?

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