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First Man – Il nostro Spazio

Come Neil Armstrong, instancabile e determinato, Damien Chazelle crede in modo religioso nel proprio lavoro. Il 33enne Premio Oscar abbandona il dramma musicale per misurarsi con un biopic puro, trovando un punto d’incontro ideale tra il ritratto di un uomo e la descrizione accurata della sua impresa.

Chazelle si distacca dal suo passato recente, fatto di spazi ampi e movimenti fluidi, per dare spazio a una regia spiccatamente documentaristica, con inquadrature ravvicinate e claustrofobiche che suggeriscono intimità con il protagonista. Non c’è il timore del paragone con i capisaldi passati e presenti del genere, nella sua solita ondata citazionistica il regista non ha paura di percorrere 50 anni di storia del genere omaggiando, tra i più famosi, 2001: Odissea Nello Spazio a passo di valzer  e Interstellar in alcune scelte stilistiche.

Chazelle non si avvale soltanto di un impianto tecnico strepitoso: costruisce un film sullo spazio che parla di spazi e avvalendosi di una figura pervicace come Armstrong, tratta lo spazio interno come una tortuosa scalata verso l’ignoto di un vasto e appagante spazio esterno. Tutte le prove sostenute da un ottimo Ryan Gosling sono seguite quasi esclusivamente dall’interno dei velivoli, avvicinando lo spettatore all’astronauta dalla volontà ferrea in un viaggio emotivo che va oltre la Luna.

Armstrong si misura parallelamente con le due dimensioni umane, ripartendo nel lavoro con il progetto Gemini dopo i fallimenti dei suoi primi voli e voltando pagina nella vita dopo il lutto più doloroso che si possa subire: la perdita della propria figlia. Neil muove i suoi passi dopo il trauma nel silenzio, per poi riavvicinarsi alla vita quotidiana, fatta di poche parole, dedizione e tanta voglia di conoscere il silenzio più dolce, quello cosmico, momento di conciliazione massima di un animo coraggioso ma affranto.

L’intimità che Chazelle mostra nei primitivi velivoli della Nasa viene mostrata anche nella relazione tra Neil e la moglie Janet (una grandiosa Claire Foy), sottolineando la  differenza tra il loro spazio e quello esterno; infatti il sopraggiungere di impegni e persone estranee al loro focolare porta sempre squilibri in una casa che normalmente vive grandi momenti di affetto, pesando sempre di più sulle spalle del protagonista e della moglie allo stesso tempo.
L’isolamento diventa quindi uno dei leitmotiv dell’opera, incarnato dalle difficoltà che Neil e Claire affrontano rispettivamente.

First Man agisce per sottrazione, relegando lo spettatore in uno spazio a metà tra la brevità claustrofobica e un silenzio che sottintende il rapporto con la morte in quanto mancanza di una figlia, di un collega o di un padre e marito.
Anche quando finalmente si mette piede sull’immensa superficie lunare, la voce dei protagonisti viene meno, lasciando parlare invece gli uomini che camminarono sul nostro satellite quasi cinquanta anni fa (compresa la famosissima frase “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”).

Damien Chazelle rimane legato al passato ma cambia il percorso battuto finora, accantonando l’immaginazione per la realtà ma mantenendo il tema del sogno, dall’onirico di La La Land al visionario di chi guarda alla luna con desiderio, fomentato anche dalla immersiva colonna sonora di Justin Hurwitz.
Tutti noi sappiamo com’è andata a finire la spedizione dell’Apollo 11, ma nell’universo che Chazelle ha costruito intorno al suo Neil Armstrong, la parola ‘scontato’ non è inclusa, e camminare sulla Luna è ancora una chimera.

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