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Light e Pain – Le Ceneri dei Falsi Dei

L’insoddisfazione perenne è una condizione insita nella natura umana, e questo dato di fatto viene quasi sempre considerato in un‘accezione negativa, quale ostacolo insormontabile alla felicità dell’individuo nella società.

 

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Tutto ciò non è, tuttavia, completamente vero: è nell’opinione di chi scrive che l’insoddisfazione abbia a che fare, più che con il concetto di felicità, con quello di serenità. La felicità è infatti travolgente e, per la sua stessa natura dinamica, non è destinata a durare, immutata, nel tempo: essa è fatta di picchi e discese, e sono proprio quei momenti bassi ad accrescere l’ebbrezza delle ascese, rendendone manifesta la differenza, generando l’euforia. La serenità, invece, è altra cosa: essa è statica, una dimensione sospesa di calma e piacevole tranquillità: è questa dunque a essere antagonista all’insoddisfazione, poiché è alla serenità che ci si riferisce quando si dice che “per stare bene è sufficiente accontentarsi di ciò che si ha”.

Ma spesso dimentichiamo invece l’accezione positiva dell’insoddisfazione: essa è il vento del cambiamento, perché nessun uomo sereno ha mai desiderato riscrivere la storia e cambiare il destino. Bisogna essere insoddisfatti del mondo, accorgersi delle sue brutture e ritenerle intimamente inaccettabili, provare rabbia e furore per le ingiustizie senza nasconderle sotto il tappeto dorato della serenità che, nelle sue trame, cela accidia e paura, per desiderare e tentare di cambiare la propria realtà.

I due personaggi di cui parla questo articolo sono infatti pregni di quell’umana insoddisfazione che spinge l’individuo oltre i suoi limiti, conferendogli la forza e la determinazione necessaria per tentare di cambiare le cose: entrambi hanno trovato inaccettabile la crudeltà del mondo in cui vivevano, e a entrambi il fato ha concesso un dono che li avrebbe potuto permettere di fare la differenza, e di attuare una rivoluzione.
Pain dell’universo anime di Naruto, con il potere del Rinnegan che lo avvicina al divino, e Light dal manga Death note, con il quaderno nero che gli conferisce il potere di decidere della vita e della morte, sono entrambi due personaggi di fantasia, ma la lezione che insegnano è assurdamente reale.

Gli agenti del cambiamento

Pain è cresciuto in un paese sconvolto dalla guerra, con tutta la violenza e il dolore che questo genere di conflitti si trascina dietro: conosce la perdita e la morte, e vive in un’incessante condizione di paura, tormentato da un’attanagliante sensazione di impotenza. Eppure non resta mai assuefatto dall’orrore, e continua a serbare dentro di sé un desiderio di riscatto: è fermamente convinto che il mondo abbia bisogno di un cambiamento e, una volta compresa la grandezza dei suoi poteri, capisce che l’onta di attuare quella rivoluzione dovrà ricadere su di lui.

Light è invece un ragazzo comune, studente di liceo estremamente brillante. La società in cui vive è esattamente come la nostra: un Giappone apparentemente privo di conflitti, senza guerre o forti tensioni. Eppure quando entra in possesso del Death note e comprende che, semplicemente scrivendo il nome di qualcuno sul quaderno ne avrebbe potuto decretare la morte, si rende immediatamente conto che quel nuovo potere che gli è stato concesso deve essere utilizzato per rendere il mondo un posto migliore. E’ una sorta di senso civico a muovere le sue azioni: anche se nel suo universo non imperversano scontri armati, comunque esistono persone malvagie che, con le loro azioni, causano sofferenze alla gente per bene. Così Light decide di ripulire la società dalla criminalità, piccola o grande che sia, e commina a ogni malfattore la pena capitale.

Il lato oscuro del potere

Le intenzioni di Light e Pain sono nobili: entrambi vogliono creare un mondo migliore, dove non esistono guerre, crimini o ingiustizie. Il loro desiderio di cambiamento è da noi assolutamente condivisibile: la maggior parte delle persone, avendone le possibilità, cercherebbe di rendere reale quel mutamento che, purtroppo, ci possiamo solo auspicare.
La differenza tra tutti noi e Light e Pain è che loro hanno realmente i mezzi per far vivere l’utopia, quei poteri sovraumani che gli permetterebbero di fare davvero la differenza e realizzare la rivoluzione. Eppure entrambi, nel perseguire i loro nobili ideali, ben lungi dal creare l’utopia, generano invece una realtà distopica, divenendo la nemesi di loro stessi.

Per i puri ideali di Pain il punto di rottura arriva con la tragica morte di Yahiho, il suo migliore amico. Questo è un momento doppiamente rivelatore nella vita del giovane ninja che, in primo luogo, prenderà piena coscienza dell’immensità dei suoi poteri, e in secondo luogo giungerà all’amara verità che una rivoluzione tradizionale non avrebbe potuto cambiare le sorti del mondo e le menti degli individui: a nulla sarebbero valse la semplice lotta e la mera resistenza, per cancellare le storture del mondo e far sì che gli uomini non causassero più, per egoismo, sofferenze ai propri simili, l’unica soluzione sarebbe stata quella di far in modo che tutti fossero accomunati da un dolore così forte e radicale che, finalmente, avrebbero potuto comprendersi a vicenda. E Pain avrebbe inflitto, senza remore, quel dolore: come un dio vendicativo avrebbe calato la sua scure sul mondo, lasciandolo intriso di una sofferenza così profonda che agli uomini a quel punto sarebbe rimasta come unica scelta quella di aiutarsi raccogliere i pezzi. Persa ogni fiducia in un cambiamento che potesse avvenire con il nobile esempio Pain avrebbe insegnato agli uomini l’amore infliggendo loro il più grande dolore.

Il rigido codice morale di Light degenera gradualmente e inesorabilmente, legato a doppio filo con il suo istinto di autoconservazione. L’obbiettivo dovevano essere solo i criminali, ma quando la brava gente inizia a dargli la caccia, e ad avvicinarsi a scoprire la sua reale identità, il ragazzo, senza troppe remore, elimina con freddezza e pragmatismo ogni possibile minaccia, e anche gli innocenti iniziano a cadere sotto la sua scure di mietitore. Come Pain, che per cancellare le sofferenze desidera infliggere il sommo dolore, anche Light cade presso nel paradosso: la sua brama di eliminare il male dal mondo lo porta a divenire la personificazione del male stesso: inizialmente uccidendo gli assassini diviene egli stesso assassino, poi, man mano che la necessità deteriora il suo codice morale, utilizza il Death note per proteggere se stesso, e allora è l’ egoismo a guidarlo.

Il delirio di onnipotenza

In cosa hanno sbagliato Light e Pain? L’errore, comune a entrambi, che a dispetto dei nobili propositi, lungi dal renderli eroi, gli ha tramutati in antagonisti, è quello di non aver compreso pienamente le responsabilità che il potere comporta.

Pain, per le troppe sofferenze, ha finito per confondere la vendetta con la giustizia, ritenendo che se tutto il mondo avesse provato lo stesso dolore radicale da lui patito, finalmente la compassione avrebbe superato l’egoismo nel cuore degli uomini. Light, invece, erigendosi a grande mietitore, giudice supremo della vita e della morte che commina pene e non concede appelli, si è votato a un’impresa troppo grande, troppo alta, per il senso di giustizia del singolo, che è inevitabilmente intrisa di soggettivismo: così la sua morale si è trasformata in mero arbitrio, e i suoi ideali in disvalori.

Entrambi hanno dovuto fare i conti con un potere troppo grande per poter essere gestito: un potere divino che gli ha spinti a considerarsi onnipotenti e intoccabili.
Il loro è stato un autentico delirio di onnipotenza, finito inesorabilmente in cenere.

Nella società pre-industriale Pain, il dio dell’amore che dispensava dolore, ha creato nel villaggio della pioggia uno scenario Orwelliano, in cui nulla sfuggiva al potente occhio del Grande Fratello. E se i suoi sudditi pure l’hanno amato per averli liberati dalla guerra, Pain ha comunque tolto loro ogni libertà, privandoli del libero arbitrio, e instaurando un dominio assoluto su ogni aspetto delle loro vite.

Light, nella società dei mass-media, ha istaurato il suo dominio con il populismo: il suo alter-ego Kira, la personificazione della cd giustizia, inneggiato nell’anonimato di internet, sulle cui piattaforme la popolazione gli suggeriva i criminali da giustiziare, aveva anch’egli occhi ovunque, e arrivava a chiunque, inesorabile come la morte stessa. E se le istituzioni statali lo condannavano reputandolo non diverso dagli assassini che decimava, per la popolazione il divo Kira era disceso dall’Olimpo per salvarli e liberarli, e aveva degnamente sostituito gli inefficienti organi giudiziari.

Entrambi operano una mistificazione della loro persona: non si mostrano mai, restano sospesi in una quasi-esistenza, perché non si può conoscere il volto di un dio, e la minima rivelazione ne mostrerebbe ogni vulnerabilità, svelando la menzogna suprema, smascherandone l’umanità.

Nel grido di Pain: “Il mondo conoscerà il dolore. Io sono il dio dell’amore”, e in quello di Light: “Io sono la giustizia” è contenuto l’estremo slancio dei due aspiranti agenti del cambiamento, che protendono strenuamente le braccia nel tentativo di raggiungere l’ineffabile. Sono esseri sospesi: insoddisfatti della condizione umana bramano di abbracciare il divino, di ottenere la potenza necessaria per spazzare via ogni bruttura. Eppure quando utilizzano il loro potere per colpire i rivali e gli oppositori si mostrano per quello che sono, squarciando il ‘velo di Maya’ e le apparenze: perché un dio non ha bisogno di far tacere nessuno, non lo preoccupano i dissidenti, poiché assoluto e trascendente è il suo potere. Il potere di Light e Pain, per quanto assoluto, è comunque di natura terrena, perché la loro divinità non è che pretesa, ma inesorabilmente umana è la loro condizione.

Loro hanno un volto e, per entrambi, quando ogni mistificazione cede, e gli inganni sono disvelati, dalle ceneri del falso dio emerge un uomo fatalmente fragile.

 

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