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I furono Anni ’20 – Il cinema a pochi istanti dal sonoro

Nel decennio che vide la nascita del cinema sonoro, quello che nei successivi cento anni avrebbe incantato e narrato le più straordinarie storie della settima arte, quattro grandi autori, ognuno diverso per stile e concezione cinematografica, diedero alla luce opere manifesto dei tanti venti artistici provenienti da un mondo in continua fibrillazione, appena uscito (e non è un dato da sottovalutare), dal primo conflitto mondiale. Quattro storie che allo stesso tempo contribuirono a dar nuova linfa vitale ad un’arte relativamente giovane e però fortemente radicata nelle vite quotidiana. Un’arte, che un secolo dopo, vive ancora quei fuochi e non vogliono spegnersi.

El Dorado (1921) – Marcel L’Herbier

Per scrivere di questo film devo tornare irrimediabilmente agli anni passati: era al primo anno di università, è nel corso di Storia del cinema, ebbi la mia prima visione del film. Devo essere sincero: non conoscevo affatto Marcel L’Herbier. E, in verità, a distanza di anni, di certo non posso considerarlo uno dei miei punti cardine di quel cinema, preferendo molti altri autori del periodo rispetto a lui. Quello che però non possono negare, è la fascinazione che in quei giorni il film mi suscitò. La trama, in film come questi, diventa secondaria, ma forse è bene ricordarla velocemente: siamo in Spagna e la ballerina Sibilla lavora in un piccolo locale chiamato appunto El Dorado, per guadagnarsi da vivere e poter sostenere le cure al suo figlio malato. Il padre, un famoso notabile del luogo sposato con un’altra, non se ne cura nonostante le insistenze di Sibilla. La donna, accecata dalla rabbia, metterà in scena un piano per vendicarsi. All’importanza della trama, L’Herbier sostituisce la pratica registica: montaggio frenetico, immagini fortemente connotate e sperimentali, nonché effetti di distorsione fortissime che diventano modus operandi (basta pensare a questo effetto nelle scene di ubriachezza dei personaggi). El Dorado è un tipico melodramma del tempo, in cui la cifra stilistica regnante sembra il caos, messo però sapientemente in scena tramite immagini affascinanti, che fecero del film di L’Herbier uno dei più vividi esempi del cinema impressionista francese.

Nosferatu (1922) – F.W. Murnau

Siamo nel 1922, e il maestro del cinema espressionista tedesco F.W. Murnau, porta sullo schermo, per la prima volta, il racconto del terrore firmato Bram Stoker. Il regista, non ottenne i diritti del romanzo, e quindi cambiò leggermente storia e ambientazione. Un giovane agente immobiliare tedesco (Hutter), viene scelto dal suo capo (Knock), per recarsi in Transilvania, con l’incarico di concludere la vendita di alcune case di Brema al nobile Conte Orlok. Purtroppo per lui, una volta giunto nel suo castello situato sui Carpazi, scoprirà di essere finito nelle mani di un vampiro che lo terrà suo prigioniero e poi partirà per la Germania, con lo scopo di portare morte nell’interna nazione, saziando la sua “sete” di sangue. È, quella di Murnau, una regia “pittorica”, funzionale ad un’idea di cinema di matrice realista, ma non per questo piena di riferimenti.  Il film è girato quasi totalmente in esterni, dove l’occhio del regista mette in scena un’immagine al limite dell’onirico, grazie anche a soluzioni incredibilmente moderne per il tempo (come i numerosi tagli delle inquadrature, fotogrammi girati in negativo e sequenze accelerate per dare agli spettatori una sensazione più claustrofobica, portando al limite l’inquietudine). La matrice espressionista la ritroviamo anche nei giochi di luce e ombre, che creano immagini squadrate e angoscianti. A quasi 100 anni dalla sua manifestazione, Nosferatu continua ad incutere angoscia e paura, come pochi altri film nella storia del cinema.

Entr’acte (1924) – Renè Clair

L’arte dada ha avuto, nel corso degli anni ’20, un degno corrispettivo nel cinema. L’opera-simbolo di questo connubio è certamente Entr’acte di René Clair, che filtra al suo interno i messaggi provocatori e antirazionali del movimento. Un film-balletto di 20 minuti, dove immagini indecifrabili e grottesche si susseguono in un gioco di tese sovrimpressioni, accelerati e ralenti davvero all’avanguardia (siamo nel 1924): un cannone che corre forsennato e poi raggiunto da due uomini che saltano (uno è il musicista Erik Satie, autore anche della colonna sonora), creando un effetto moviola ante-litteram; una ballerina ripresa dal basso mentre danza e che si scoprirà uomo; gli scacchisti Man Ray e Duchamp sorpresi dall’“irruzione” di città e acqua nel gioco; il cacciatore che libera la colomba da un uovo sospeso in aria e poi viene abbattuto da un secondo cacciatore; il funerale parodistico con la gente che corre dietro al carro mentre fugge sempre di più, fino al ritrovamento della bara da cui fuoriesce il prestigiatore che fa sparire tutti, compreso se stesso. Entr’acte recupera il cinema delle attrazioni d’inizio secolo per bucare (letteralmente) lo schermo e farsi paradosso onirico, così che il non-sense divenga significato a sé.

Greed (1924) – Erich Von Stroheim

La frase più famosa, legata a Von Stroheim, dice di quanto egli fosse uno dei più grandi registi di sempre, costretto (per sopravvivere), a recitare in film alquanto discutibili. Greed, senz’altro, rappresenta in pieno il genio e la perfezione della sua opera cinematografica (non dimenticandoci che, ancora oggi, è considerato uno dei “film maledetti” di Hollywood). Siamo a San Francisco. McTeague è un minatore, che da poco ha lasciato la sua attività per diventare dentista (senza licenza). Innamorato della giovane Trina, i due si sposano quando ottengono una consistente vincita alla lotteria. L’ossessione di quest’ultima verso i soldi della vincita porta McTeague ad ucciderla.  Una volta preso il malloppo, si dà alla fuga nel deserto californiano. Alle sue costole però, si muove Marcus, cugino di Trina, segretamente innamorato di lei. Il finale, potete immaginarlo. Fu una realizzazione odissea: circa nove mesi di lavorazione per un budget di 450 mila dollari. Il produttore Irving Thalberg, mai contento dell’lavoro, costrinse Von Stroheim a ridurre la durata dell’opera, che dalle iniziali sette ore, scese fino alla versione arrivata ai nostri giorni (circa 108’ minuti). Naturalmente, il film venne snaturato, scatenando l’ira del regista austriaco/statunitense e risultando un flop clamoroso. Cosa è rimasto del film, così concepito da Von Stroheim? Nessuno saprà mai la reale valenza di ciò che abbiamo perso. Di certo, possiamo ritrovare in questo film tutta la grandiosa carica espressiva che il regista riuscì a creare, grazie anche allo straordinario realismo delle immagini (che Von Stroheim curò con una precisione maniacale), che non stona mai con la grande quantità di simbolismi (che a volte sfociano nel grottesco) presenti in ogni inquadratura. Esempio più noto è l’inquadratura finale in cui le monete d’oro, che ormai appartengono soltanto al deserto, si sporcano del sangue di McTeague e di Marcus. Per riprendere un po’ un famoso discorso “Alleniano”, un film per cui vale la pena di vivere.

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