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Widows, Eredità criminale- Un’asettica opera d’arte

Widows

Harry Rawlins muore durante una rapina organizzata per rubare il denaro del losco politico Jamal Manning. Il colpo di Harry finisce in una strage in cui muore la sua banda. Un incendio poi brucia tutta la refurtiva. Jamal si è candidato per le elezioni contro Jack Mulligan, erede di una prestigiosa famiglia da anni a capo del distretto. Jamal, bisognoso di soldi, pretende un risarcimento da Veronica, moglie del defunto Harry. La donna, ignara delle attività criminali del marito non sa che fare, quando inaspettatamente scopre una cassetta di sicurezza in cui sono nascosti gli appunti su un prossimo colpo. Veronica decide di realizzare il piano di Harry e cerca di convincere le altre vedove della banda, Linda Perelli e Alice Gunner, a darle una mano.

Come si può notare dalla trama, McQueen decide di cambiare genere. Dopo aver esplorato la violenza dell’uomo nella sua trilogia dedicata al corpo umano (Hunger, Shame, 12 anni schiavo) il regista inglese decide di lasciare il cinema drammatico per dedicarsi al thriller. Grazie alla sua cultura cinematografica McQueen confeziona un film che si ispira molto ai grandi maestri americani. Mann, DePalma, Coppola, i riferimenti colti ci sono tutti. Ciò che davvero manca è quello a cui McQueen ci aveva sempre abituati: coerenza ed emozione. Perciò delude. Widows delude molto ed è proprio la sceneggiatura il punto debole del film.

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L’idea di mescolare dramma, crime thriller e denuncia politica può essere sicuramente contemplata e può portare a un risultato molto appagante. Widows infatti si snoda fra il dramma personale delle tre vedove, la lotta politica fra i due candidati, l’organizzazione della rapina compiuta dalle tre donne e gli atti criminali compiuti dalla famiglia Manning. Tuttavia l’ibridazione tra generi non ammette lacune nella narrazione. Proprio perché gli argomenti da trattare sono molti, ogni elemento deve accordarsi con gli altri in modo da non creare buchi di sceneggiatura. Tuttavia nel film i collegamenti fra passaggi logici mancano e questa mancanza produce una serie di errori che si vanno a sommare. Si arriva così all’incoerenza logica del racconto.

Infatti, per mescolare tutti questi elementi McQueen sovraccarica la storia. Tutti i dettagli, gli episodi e le sotto-trame sono insignificanti dal punto di vista della coerenza narrativa: puntano più a stupire lo spettatore per la loro efferatezza piuttosto che essere davvero essenziali per la successione degli eventi, rallentando terribilmente il ritmo. Dopo un inizio travolgente che crea altissime aspettative, la storia fatica ad avviarsi. Si arena continuamente in dettagli che vengono poi tralasciati o che fungono solamente da semplici digressioni fini a sé stesse.

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Queste digressioni potrebbero servire per approfondire la psicologia dei personaggi, eppure le sequenze dedicate a ciascuno di loro si limitano a trattare un unico aspetto. I personaggi risultano perciò molto schematici, non incoerenti, ma poco complessi. Per intenderci siamo lontani anni luce dalla sottili caratterizzazioni psicologiche di Bobby Sands, Brandon Sullivan o Salomon Northup. Le donne di Widows sembrano agire conoscendo già il il loro destino, senza avere ripensamenti o incertezze e se ne hanno le superano non mettono in discussione le loro scelte ma continuano sullo stesso percorso.

Il risultato è che i personaggi si limitano ad compiere dei geni predefiniti e perciò prevedibili. Non suscitano empatia, proprio perché la mole di eventi e la complessità dell’intreccio non permette di concentrarsi su di loro. Inoltre, la comparsa di troppi personaggi secondari non contribuisce ad un adeguato approfondimento di quelli primari.
I dialoghi tendono ad essere stereotipati e per renderli incisivi gli attori sono costretti a sovraccaricare la loro recitazione, allontanando sempre di più la vicenda dalla realtà. Perciò la storia troppo ricca di dettagli sfugge di mano al suo autore e si dirama in moltissime direzioni, senza imboccarne nessuno con convinzione.

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Visivamente parlando, tuttavia, il film è un gioiello. La fotografia, ancora una volta denota il il fatto che McQueen sia un artista visivo prima che un narratore. I vari i giochi di percezioni e riflessioni dati dagli specchi in cui si riflettono i personaggi, le sfumature cromatiche che si alternano fra luci e ombre e i luminosi effetti cromatici di bianco e nero creano un continuo contrasto fra giustizia e illegalità, dolore e speranza.

Anche a livello sonoro il film punta in alto. E’ da lodare infatti un magnifico piano sequenza, in cui Jack Mulligan dialoga con la sua assistente dentro una limousine dai vetri oscurati, lasciando trapelare solo la sua voce fuoricampo.
La desolazione della scenografia però non convince nel rappresentare lo stato d’animo delle protagoniste. Se infatti le spoglie scenografie di Shame riuscivano a dare forma alla tormentata solitudine di Brandon Sullivan, qui le scenografie fungono da semplici sfondi per ambientare la vicenda.

McQueen riesce quindi ad ottenere notevoli risultati graficamente, ma nella sceneggiatura non esprime quei sentimenti che le immagini comunicano.
Widows lascia l’impressione un film fortemente vincolato alla sua estetica. Un’opera d’arte contemporanea estremamente sofisticata, ma asettica e priva di un significato profondo che faccia emozionare.

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