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Solo Dio Perdona – Nelle Mani Della Giustizia

L’espressione di Julian non cambia nemmeno alla vista della madre trucidata e inerme nel pavimento del proprio albergo, ennesimo luogo testimone della crudeltà pervasiva di Bangkok. Non cambia perché l’unico occhio ancora aperto nel viso malconcio di Ryan Gosling è carico di tristezza e remissività, come in ogni momento della sua vita. L’unico desiderio perverso di Julian è quello di aprire il solco, spalancarlo come tutte le porte del film, ed entrare. La cruda e potente immagine della mano del protagonista che si insinua nella ferita di sua madre esprime esplicitamente il complesso edipico di cui questo è prigioniero, costretto a una vita sottomessa e da finto eroe, un inetto in un mondo di squali dal quale vuole scappare per tornare nell’utero che l’ha protetto per nove mesi.


Le mani, quindi, fulcro attorno al quale si dispiega la tragedia di un uomo che osserva i propri pugni per capire sé stesso, che non riesce a toccare la propria donna, che si fa prima massacrare e poi trovare facilmente da Chang, un ex poliziotto autoelettosi giustiziere del crimine. La punizione applicata dall’ex agente, divina poiché equa, non è la morte, ma la mutilazione delle mani, una condanna che Julian affronta ancora una volta a testa bassa, ricoperto di lividi e ferite, i segni di una battaglia schiacciante che gli ha portato via la sua genitrice e divinità personale.
Qui viene ancor di più a galla tutta la grandezza espressiva di un visionario come Nicolas Winding Refn, un regista atipico che gira dei film per niente inclusivi, ma che, una volta compreso, sa risvegliare sensazioni ancestrali. L’ambiente scelto per l’esecuzione è un parco soleggiato e con a terra le foglie autunnali, un luogo pacifico che ci viene mostrato con colori esaltati e contorni poco definiti, come se fosse un ricordo. E forse il nostro filtro è proprio l’occhio di Gosling, ingannato da un cervello già emotivamente morto, che catapulta sé stesso nel posto ideale per una giornata tra madre e figlio, nel periodo nel quale più di tutti è stato lui una divinità per lei.

La spada cala nel buio portando con sé la prima nota di una canzone d’amore che l’ex agente canta in un locale frequentato da tantissimi poliziotti. Improvvisamente, l’ordine si impone dinanzi a noi, nelle lanterne sul soffitto, nella disposizione geometrica delle persone nei tavoli, nel silenzio religioso che queste osservano durante l’esecuzione di Chang, venerato quasi come un dio. Con la seconda performance al karaoke, simbolo utilizzato spesso nel cinema come sinonimo di potere, il film decide di mettere fine alle ostilità, ma probabilmente solo quelle legate a Julian e alla sua famiglia.  L’ingiustizia non cessa di esistere, il sangue non smette di scorrere, e la superiorità del violento giustiziere non potrà che rinnovarsi ogni notte con un canto che sa di supremazia, intonato con voce perentoria e sguardo autoritario. Non trema la voce di Chang e nemmeno le sue mani, che tengono il microfono come il manico di una spada, utilizzandolo allo stesso modo, ovvero per terrorizzare il prossimo e rafforzare l’aura di potere attorno a sé.
I titoli di coda accompagnano la canzone fino all’ultimo accordo, incoronando trionfalmente il vincitore di una storia che di vincitori non ne ha.

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