News

Un giorno all’improvviso – Il nuovo sguardo del cinema italiano

Una insopportabile diceria sul cinema italiano è quella popolare e populista su tempi andati, sul grande passato del Neorealismo, visto come unicum dell’era filmica italiana. Nel corso degli anni, tanti autori, in realtà, hanno saputo dare nuova linfa al cinema italiano e, particolarmente nell’ultimo periodo, diverse nuove promesse stanno emergendo con decisione, mostrando che l’Italia cinematografica ha ancora tanto da dire e raccontare. È il caso, in particolare, di Ciro D’Emilio, giovane regista partenopeo che, dopo svariati successi ottenuti attraverso i suoi cortometraggi, arriva al cinema con la sua opera d’esordio, Un giorno all’improvviso (scritto con Cosimo Calamini), che i più fortunati hanno già potuto ammirare nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia.

Antonio è un giovane calciatore di belle speranze, indissolubilmente legato alla madre Miriam, dolce e amorevole quanto problematica, che non si rassegna all’amore finito con suo marito. La possibilità improvvisa di arrivare in una grande squadra per Antonio, si rileverà il crinale di questa storia. Tante opere ci hanno già raccontato situazioni del genere, ma è in questo che D’Emilio si dimostra un demiurgo della macchina cinema (nonostante questa opera sia il suo debutto al lungometraggio): il regista mette in scena la sua storia nell’interland napoletano, ma riesce nella difficile impresa di rendere universale linguaggio e situazione, filtrando la storia attraverso un uso sapiente del dialetto e allo stesso tempo raccontandola senza elitarismo, rendendola veritiera (e ugualmente potente), anche fosse ambientata in Ciociaria o nella bassa bergamasca.


Disegno by Duccio Brunetti

A questo, si aggiunge una regia tecnica mai banale, dedita ai dettagli, non invasiva, lontana da manierismi inutili, dove la cinepresa si fa occhio indagatore delle vicende narrate senza determinarne esiti o traiettorie, quasi diventando personaggio assente/presente, ricordando Loach e Ozu. Tuttavia, è nella gestione del delicato rapporto tra madre e figlio, interpretati della splendida Anna Foglietta e dell’esordiente Giampiero De Concilio, che D’Emilio si esprime al suo apice. Non c’è retorica nella narrazione emotiva dei personaggi, né tanto meno esibizione di cliché sentimentali; al contrario, il rapporto umano è intenso, composto da piccoli pezzi di un mosaico, restando sempre vivi e credibili.

Tra amore, disperazione e speranza, Antonio ci accompagna nel film dall’inizio alla fine, prendendoci per mano per portarci nell’intimo più profondo del suo essere, stabilendo con lo spettatore un patto di totale empatia, che non tende mai ad ammiccare o evidenziare banalità umorali. Lo sguardo di D’Emilio è uno raro, che senza dubbio non può che far bene al nostro cinema, a quella sezione dell’industria nostrana che preserva ancora l’amore per i sentimenti più veri, per l’indagine antropologica mai fine a sé stessa, per la macchina da presa come oggetto vivo e vitale (per citare il grande Eduardo De Filippo).
Autori giovani, appassionati, sinceri come Ciro D’Emilio, sono merce rara ai nostri giorni e vanno sostenuti e incoraggiati in quanto tali e in virtù del loro talento. Film di questo livello di intensità emotiva sono fondamentali per definire il cinema italiano come un cinema genuino e intellettualmente onesto nella sua espressione.

Leggi anche: La Terra dell’abbastanza- l’innocenza gettata nell’abisso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.