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Amarcord – Il Realismo di Fellini

Ciò che vediamo come folle è qui semplicemente bizzarro, accettabile nella sua incredibilità perché non sappiamo ancora cosa sia credibile.

 

Se c’è un qualcosa che sempre mi ha meravigliato di Amarcord, è che riesce a mostrarci l’origine di uno sguardo poetico. Se Fellini ha innalzato così grandi monumenti di oniricità e poesia, è che nella sua infanzia ha saputo guardare l’incredibilità del mondo.

Amarcord è, fellinianamente, forse, un film realista, perché sono lo stupore di un bambino e di una città di ricordi ad essere in scena, e i ricordi d’infanzia sono realmente surreali. Potenzialmente, tutti noi hanno un retaggio di follia nelle memorie dell’infanzia, nel non filtrare, nel creare una mitologia dello stupore inconsapevole.

Quando subentra lo straordinario, l’onirico, se non nel momento in cui definiamo ciò che supponiamo non lo sia?

Un istante di nebbia slancia nell’immediato di una danza spontanea,
perché non vi è filtro del sensato e del limite,
solo stupore dell’accadere del mondo.

 

E’ dichiarato nella sua spontaneità: dove l’adulto avvocato si stupisce poiché non più accedervi, lì il ragazzo è semplicemente essente nell’incredibilità del suo viversi situazioni che dell’improbabile si nutrono, perché è in vero esso il reale archetipo del mondo.

Un pavone che giunge da dove i nobili ancora esistono,
nobilmente stupisce chi il bello non può possederlo, solo ammirarlo.

 

Perché dove se non nel poetico risiede la chiave essenziale, per far fare al mondo un ritorno alle prime cose conosciute, nella brevità di un’intuizione, nel sussurro di un apice della parola.

 

E’ nel finale  ne capiamo affondo la dolcezza, la malinconia più sincera: quando la Gradisca si sposa, lasciando il luogo senza tempo, ecco che il tempo passa, la festa riunisce l’intera città, per segnare un passaggio, la fine di un ricordo etereo. Così, si rivolge persino a noi la storia, ci saluta, ci dice di andare a casa, perché lì tutti stan tornando.

Dunque si schiude l’illusione sospesa, rivelandosi proprio per quello che era, una vera fase illusoria, quella del fanciullo, del tempo del paese che si dimentica del mondo perché dal mondo è lontano. Il realismo finisce di essere reale quando si svela che non lo fosse, non secondo le categorie degli uomini, che troppo dominano in questo mondo razionalizzante. Ma Fellini ci ricorda le categorie dei sognanti, ingenui e immediati sguardi bambineschi, di cui sempre si nutrirà, trascendendo proprio la categoria, non verso qualcosa che non è, ma che non è usualmente guardato in quel modo.

 

Il fanciullino, oltre-uomo che Pascoli comprese, Fellini lo annida, sottilmente, ad ogni divenire umano, così come fu per lui, realmente in quel luogo dalla nebbia sospesa.

Così, infine, dolcemente torniamo al reale odierno, che si nutre, continuamente, di ciò che reale non è

 

 

 

— Nel nostro Annuario, ci saranno due articoli con Fellini tra i protagonisti. Ancora pochi giorni per la promozione natalizia:
https://www.produzionidalbasso.com/project/l-annuario-de-la-settima-arte/   —

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