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Baby – L’esperimento italiano si dimentica di osare

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Per tutti quelli che si sono preoccupati che Netflix rendesse glamour la prostituzione minorile, abbiamo uno spoiler: no, non lo fa. Sfatiamo subito il mito, alimentato (forse) dalla stessa casa di produzione, perché è sempre importante che si parli di una serie in uscita ed è impossibile che uno scandalo simile non dia risonanza. Dopo Suburra, con Baby Netflix continua a raccontare – e a diffondere globalmente – una Roma ben lontana da quell’immagine da cartolina che spesso cerchiamo di vendere all’estero, ma la città non è che mero recipiente della torbida storia che viene raccontata.

La trama di Baby è una matassa di storie che si contorcono e si intrecciano attorno a due ragazze, Chiara (Benedetta Porcaroli) e Ludovica (Alice Pagani). Acqua e sapone, delicata e figlia modello, Chiara è una di quelle bellezze che noti in un secondo momento ma che ti lasciano un’impronta dentro. Ludo è il contrario, pecora nera della scuola, sofisticata, ribelle, sexy (e la parola non le rende giustizia). La prima vive in una famiglia che cela sotto il velo benpensante una cattiva educazione verso l’unica figlia, l’altra ignorata dal padre e distrazione di una madre vamp e bambina.

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Eppure entrambi vivono lì, “In un acquario. Ma sogniamo il mare. Per questo dobbiamo avere una vita segreta” ci racconta la voce narrante di Chiara. Condividono un acquario. Ecco allora la bravura di Andrea De Sica e Anna Negri, il collettivo di scrittura Grams, nel prendere i Parioli ed elevarlo ad emblema di tutte le gabbie dorate, dei luoghi elitari con grandi speranze e troppe regole. Il vivere dentro un acquario, una bolla, ti fa venire voglia di saltare fuori, di deragliare, di trasgredire.

È innegabile notare una regia che vorrebbe omaggiare Paolo Sorrentino e che gioca con le luci dei locali come se fosse Refn, dove Saverio (Paolo Calabresi) e Fiore (Giuseppe Maggio) giocano (mica tanto) a fare la versione romana di Pietro Savastano e Ciro Di Marzio. Ma se avete avvertito un perpetuo senso di deja-vù non dovete sorprendervi, questa serie prende a piene mani da Elite, altra serie Netflix ma spagnola, e Gossip Girl: Manhattan sono i Parioli, Ludovica è Blair Waldorf, e Serena Van Der Woodsen è Chiara. Tana per Baby. Ed è sicuramente questa l’ispirazione dietro a molte scelte di costume e scena: il fittizio istituto privato di Roma (non a caso chiamato Collodi, colui che scrisse una storia monito sulle bugie) con tanto di divisa, allenamenti prima e dopo scuola nel campo di corsa della stessa, e un’enorme quantità di momenti vuoti in cui tutti gli studenti girano per i corridoi in piena libertà.

Il teen drama oggi è patinato, seducente, sentimentale, amaro e dark. Forse troppo, nel caso di Baby. La “B” glamour stilizzata di Barbie nel logo doveva farcelo capire immediatamente. Il problema della serie è forse quello di essere troppo oscura. Tutti sono continuamente oppressi, agitati, infelici. I sedici anni sono sì un momento di passaggio, ma anche di passione ed entusiasmo.

In Baby invece tutto sembra andare verso una sola direzione. Non sembra esserci possibilità di redenzione, nessun personaggio positivo. Tutti, chi rapidamente chi meno, degenerano in loop.

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Quello che ci piace è il modo in cui racconta le abitudini di oggi, un’era in cui senza smartphone si è tagliati fuori. È interessante per come fa dialogare i due schermi, quello dello smartphone e quello del racconto filmato. A volte ci sono piccole icone che ci compaiono davanti mentre assistiamo alla storia. A volte è la schermata di un social che copre completamente la scena che stiamo vivendo. È come se il social si sovrapponesse alla vita, come se l’immagine pubblica coprisse il nostro io.

La serie apre tante finestre narrative, storyline completamente differenti, atte per accalappiare ogni tipo di spettatore così da immedesimarsi in un personaggio. Spesso però finiscono per essere troppo banalizzati, non sono personaggi a tutto tondo, restano coerenti solo con la finzione cinematografica, bidimensionali e prevedibili. Sentivo da spettatore la necessità che si osasse di più. Speravo che questa storia, tratta da aspetti scabrosi della realtà, avesse l’audacia di compiere definitivamente il salto. Invece cade in un peccato originale antico: l’autocensura. In questa opera prima c’è anche la paura di ciò che si poteva mostrare.  De Sica e la Negri dovevano essere liberi di lasciarsi andare, perché se una serie deve scandalizzare e non lo fa, allora è un problema. Questo forse si rivela l’errore più grave perché parlando di un argomento nuovo, contemporaneo e poco trattato, un errore di scrittura così elementare si fa sentire maggiormente.

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Sia chiaro, non sto parlando della carenza dell’elemento sessuale, grande assente della serie senza sentirne la mancanza. Non è una serie a luce rosse, né tanto meno una storia in cui il sesso è il protagonista: Baby prova a raccontare il disagio adolescenziale, capace di sfociare in qualsiasi gesto di ribellione, prostituzione compresa. Questo disagio rimane sullo schermo, non trasla sullo spettatore, non angoscia, perché frammentato e non raccontato completamente. Falle di sceneggiatura che costringono gli interpreti a interazioni di due minuti scarsi, conclusi quasi sempre con pianti, urla e qualcuno che scappa via. I ripetuti primi piani non sono d’aiuto, rimane appunto agli attori dover coprire questa mancanza e Benedetta Porcaroli ed Alice Pagani attrici emergenti e convincenti, fanno quello che possono ma per i miracoli serve l’esperienza.

Interpretazioni comunque brillanti, a cui si affianca un ottimo utilizzo della musica. La colonna sonora è elemento della narrazione: dalla trap di Achille Lauro, al rap di Nex Cassel, passando per l’elettronica di Cosmo, ogni momento della vita delle due adolescenti è contraddistinto da una canzone: il momento romantico spetta ai Thegiornalisti mentre il vintage (da Cyndi Lauper a Marcella Bella) identifica l’attimo in cui le ragazze perdono il contatto con la loro quotidianità da teenager.

Suggerimenti per avvicinarsi alla serie. Bisogna approcciarla in una maniera tutta nuova, perché se si valuta come prima stagione ha tanti spunti positivi ma si ha difficoltà comunque a darle più della sufficienza. Allora bisogna guardare Baby come si guarda un esperimento.  Non ha una puntata pilota, si presenta con sole sei puntate da quaranta minuti, questa è una stagione pilota. Una chiave di lettura che nasce dall’esigenza di concludere tutte le vicende dei protagonisti, lasciate tutte in via di evoluzione. Tutto ciò di negativo che sentiamo di dire sul plot viene represso, in attesa del completamento.

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