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The Haunting of Hill House – L’oscurità che illumina i rapporti umani

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Le etichette sono uno dei mali del nostro tempo. Etichettare qualcosa, che sia una persona, una relazione, un oggetto o quant’altro, significa fossilizzare quel qualcosa all’interno di una definizione e privarlo di ogni sfumatura possibile. Allo stesso modo accade con film e serie tv, ai quali viene sempre e necessariamente associato un genere, molte volte forzando l’idea della struttura narrativa dell’opera e incatenando la sua essenza ad una visione semplicisticamente frontale, propria della società contemporanea. Questo, fra i molti, è il caso della serie tv statunitense The Haunting of Hill House – creata e diretta da Mike Flanagan – la cui sola visione frontale non è sufficiente se non accompagnata dalla visione di pensiero, 360° di comprensione visiva e mentale, nonché della loro compenetrazione.

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La casa in Hill House

Durante le prime scene, lo spettatore potrebbe pensare che si tratti della classica casa sperduta infestata dai fantasmi, luogo del male che inghiotte la malcapitata famiglia (in questo caso quella dei Crain) che sfortunatamente si trova ad abitarvi. In realtà poco dopo ci troviamo catapultati nel presente, rendendoci conto che quello iniziale era un flashback, e scena dopo scena realizziamo che la famiglia, a distanza di anni, è sana e salva, fatta eccezione per la madre, il cui destino è inizialmente incerto.

L’intera architettura narrativa gioca su diversi piani temporali, dai quali non solo il passato si affaccia sul presente, ma il futuro rivela il passato, facendo del presente qualcosa di inevitabile. Inoltre l’intreccio fra i livelli temporali dilata la nozione di causa-effetto, rendendo complicato per lo spettatore stabilire dove finisce la causa di qualcosa e dove inizia il suo effetto.

Ad esempio, non si comprende infatti se siano le visioni della “donna con il collo storto”, iniziate da piccola nella casa, a portare l’ormai grande Nell (Eleanor) a tornare nella casa, finendo impiccata e spezzandosi il collo. Oppure se sia questa sua “scelta” nel presente-futuro a determinare retroattivamente le visioni della donna con il collo storto avute da Nell nel passato e ritornate anche nel presente (abbiamo parlato del tempo chiuso in Lost – La Fisica del Tempo)

Improvvisamente Eleanor, da soggetto delle visioni, ne diviene oggetto. Sembra che quella della donna con il collo storto, dal punto di vista della piccola Nell, sia una forma di avvertimento travestita da presenza orrifica, e contemporaneamente, dal punto di vista della grande Nell, sia anche una presa di coscienza dell’ineluttabilità del fato, accompagnata dall’accettazione di questo.

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Vi sono due intervalli temporali che fanno da raccordo fra il presente e il passato, quello dell’ultima notte che la famiglia Crain trascorre ad Hill House, che coincide anche con la tragica morte della madre Olivia, e quello dell’altrettanto tragica morte di Nell. Questi due momenti, le cui rispettive intere sequenze sceniche sono disvelate poco a poco, episodio dopo episodio, vengono filtrati dai punti di vista degli altri membri della famiglia – il primogenito Steven, le due sorelle mezzane Shirley e Theo (Theodora) e infine Luke, il fratello gemello di Nell.

In questo senso, sulla storia della famiglia Crain si adagia un fil rouge che non solo lega i piani temporali, ma anche la percezione dei singoli personaggi, quasi a formare un immaginario collettivo in cui viene ripercorsa tutta la loro vita. A scandire questa continuità narrativo-temporale aiuta anche la scelta della regia di navigare tra passato e presente attraverso cambi di scena che abbiano elementi in comune: una porta che sbatte, una confezione di latte, il morso ad una mela, etc.

Un’altra traccia interessante di Hill House è che sembra giocare sul confine tra malattia mentale e paranormale, un confine che rimane evanescente fino alla fine. Ci sono sin da subito elementi riconducibili al genere horror, ma sono così poco incisivi sulla dimensione fisica dei personaggi che sembrano riguardare solamente la loro psiche. Talvolta capita che quegli stessi elementi che lo spettatore avrebbe potuto additare come paranormali – l’amica “immaginaria” di Luke, figlia dei Dudley – si rivelano poi non esserlo.  O, al contrario, elementi apparentemente reali, come la casetta sull’albero, vengono ricondotti a sovrastrutture sub-razionali indotte dalla Casa nei personaggi.

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Va ad instaurarsi una dialettica tra fatti e percezione-dei-fatti che agisce sia sui personaggi, intesi come singoli, che nel rapporto fra questi. Così, il piccolo Steven sarà influenzato profondamente dalla frase che gli dice suo padre prendendolo in braccio e scappando dalla casa quella tragica notte.

Tieni gli occhi chiusi e non aprirli per nessun motivo”.

Quegli occhi chiusi, Steven non li aprirà neanche da grande. Non crederà alle visioni di Nell, né alle (non) spiegazioni del padre, etichetterà la sua sorellina come malata mentale, così come lo era stata la loro madre, prima di togliersi la vita.  Il più scettico dei fratelli, scrittore di successo, sarà l’ultimo ad aprire gli occhi e scorgere quella verità rimasta sospesa sul quel confine sopracitato. La stessa Nell, forse la più sensibile a livello psicologico, troverà conforto nella spiegazione razionale delle sue visioni fornitale da quello che sarà il suo futuro marito. La sua immobilità di fronte a quelle angoscianti visioni era dovuta al fatto che il suo cervello si svegliava dal sonno prima del suo corpo.

In Hill House, ogni tassello dai contorni paranormali viene riconfigurato in corso d’opera per inserirsi in un puzzle razionale, in cui niente è lasciato al caso, o al caos.

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Tuttavia aleggia perenne la sensazione di mistero intorno alla morte della madre, al perché il padre non ne avesse più parlato, lasciando crescere i propri figli con la sorella della moglie. Interessante notare che questa sia la chiave non solo per scoprire l’esito della storia, ma anche per comprendere le dinamiche sociali che vanno ad instaurarsi nella famiglia. L’odio dei figli verso un padre che li ha abbandonati dopo la morte della loro madre, perdendo così due genitori al posto di uno. Le dipendenze di Luke seguite dall’abbandono, il deteriorarsi del rapporto fra Shirley e Steven, colpevole di aver pubblicato la loro storia su Hill House dandola in pasto ai suoi famelici lettori. Ancora, l’incapacità di Theo di stabilire relazioni con altre persone, non riuscendo ad immergersi pienamente nemmeno in quelle con i suoi fratelli.

Quello di Flanagan è un lavoro di destrutturazione del genere horror, durante il quale vengono abbracciati temi sociali, permeati da un autentico senso di drammaticità. Gli elementi propriamente orrifici vengono dilatati a tal punto da scomparire nella mente dei personaggi, almeno sino alla fine. Si potrebbe azzardare che ci troviamo davanti ad un metagenere dell’horror, dove più che sulla dimensione ai confini del reale, l’accento viene posto sulla riflessione interiore che gli stessi personaggi compiono sul loro modo di essere in bilico sul quel confine, nella Casa, ma anche nella vita.

Ad avvalorare quanto detto, particolarmente significativa è il richiamo simbolico della Stanza Rossa, una stanza che nessuno della famiglia era mai riuscito ad aprire, pur tuttavia facendo parte di loro. Quella stanza, il cuore della casa, rappresenta anche l’estensione della mente di ogni personaggio. La casetta sull’albero di Luke, la stanza da ballo di Theo, la stanza dei giochi di Steven, la sala di lettura della madre, etc.

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La riflessione di secondo livello di cui parlavamo prima ha luogo proprio sul finire della storia. Certo, è un riflessione indotta dalla casa – o se preferite, dai fantasmi al suo interno – ma ciò che i personaggi affrontano, uno ad uno, sono i loro di fantasmi. Le loro paure, i loro desideri, le loro tensioni, i loro rimpianti. Così Steven, Luke, Shirley e Theo vengono catapultati in un purgatorio che somiglia terribilmente alle loro vite svuotate di significato. Ed il purgatorio è proprio questo, la condanna a rivivere le scelte – o le non-scelte – fatte nel passato.

Sul finale il confine tra realtà e immaginazione si fa meno sbiadito, ma non netto. La vena paranormale torna a pulsare con maggior impeto, fornendo le risposte alle domande che attanagliavano lo spettatore. Ma un finale con ombreggiature horror non oscura la luce che durante tutta Hill House risplende sulla fragilità dei rapporti umani.

Mi viene da pensare a Wittgenstein e al Tractatus Logico-Philosophicus. Nel voler mostrare i limiti del linguaggio, Wittgenstein sapeva di andare in contro alla critica logico-semantica secondo cui la sua stessa argomentazione non sarebbe stata attendibile dal momento che si auto-confutava. Per evitare ciò, introdusse la famosa metafora della scala da gettare una volta arrivati in cima:

Le mie proposizioni illuminano così: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettare la scala, dopo esservi salito). Egli deve superare queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo”.

Che questa scala sia il metodo filosofico con cui dare senso alle proposizioni o l’insieme di elementi che fanno di un genere quel genere – nel caso di Hill House un horror – la soluzione è la stessa: lasciar cadere ciò che è stato necessario per un obiettivo, ma la cui essenza si è esaurita in questo. E apprezzando il risultato anche al caro prezzo di non riuscire a comprenderlo del tutto, in ogni sua sfumatura.

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Edoardo Wasescha

- Specializzando in Filosofia della Scienza - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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