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Le ninfee di Monet – Un incantesimo di acqua e di luce

La Nexo Digital in questi anni ha fatto sbocciare tanti splendidi documentari, il suo amore per l’arte permea ogni sua creazione e l’anno prossimo continuerà con un calendario incredibile che abbraccerà Gauguin, Picasso e tanti altri, invitando le spettatore a godersi mesi di pura arte. Questo Novembre abbiamo avuto l’onore di assistere per ben due volte all’anteprima de Le Ninfee di Monet, presso il Cinema Quattro Fontane di Roma e presso il Cinema Arcobaleno di Milano.

E’ toccato al nostro Monet l’onore di chiudere in bellezza il mese autunnale con le sue splendide ninfee, poiché il documentario parrebbe dal titolo dedicato proprio a loro e invece vi ritroveremo tutta la vita del papà dell’Impressionismo nonché la critica postuma del suo ultimo capolavoro: La Grand Decoration.

L’amore per l’acqua di Claude, ai tempi grande caricaturista, si manifesta fin da giovane, quando era disposto a marinare la scuola per sedersi in riva al mare ad osservarlo per ore. Egli passerà tutta la sua vita spostandosi di città in città lungo la Senna o comunque dove possa sempre essere vicino ad uno specchio d’acqua: l’ossessione per questo elemento lo porterà persino a deviare il corso di un fiume, nonostante l’avversione dei contadini della cittadina di Giverny, per portarlo vicino a sé, sempre più, nello splendido giardino che egli pian piano aveva curato in ogni suo aspetto, calcolando dove seminare ogni fiore e quali colori accostare. La visione retinica in realtà sarà la sua ossessione, egli adorava i colori e l’acqua era una splendida tela liquida dove si posavano, in attesa di essere ritratti dal pittore. Spesso certamente le condizioni atmosferiche non furono clementi con lui e la sua impossibile – ma fascinosa – ricerca di perfezione ed egli si innervosiva, imprecava, distruggeva i suoi lavori e talvolta li bruciava. Il suo caratterino era forse uno dei motivi che lo legava a Clemenceau, futuro Ministro della Guerra francese durante la Prima Guerra Mondiale, oltre al grande rispetto e all’immensa ammirazione che quest’ultimo provava per Claude.

Una vita alla ricerca della giusta rappresentazione del cielo, dei riflessi della luce, dei colori; inizialmente i soggetti saranno molti: dalle falesie alla Cattedrale di Rouen, i suoi dipinti, sulla scia dell’inglese Constable, riportano nella descrizione i momenti del giorno in cui vengono creati e, in maniera quasi serigrafica e ripetitiva (tanto che attirerà l’attenzione della pop art e dello stesso Lichtenstein, che ne farà delle riproduzioni), ecco che si creano soggetti camaleontici di cui egli ritrae i riflessi, estasiato. Se a qualcuno poteva servire l’assenzio di Degas per potersi chiudere in un proprio mondo allucinogeno, Monet non ne aveva bisogno: egli si recava sul luogo, spesso campi o proprio il suo giardino, e dipingeva en plein air. Gli bastava questo per essere sollevato, soddisfatto, felice.

Una vera e propria rivoluzione si ebbe quando egli decise di adornare il proprio laghetto, sormontato da delicatissimi ponti giapponesi, con delle ninfee: ecco un nuovo soggetto, ecco IL soggetto tanto cercato. Le ninfee gli permettevano di studiare la natura, i colori e la luce riflessa nell’acqua in tutta serenità, comodamente a casa propria. Egli ritrae le ninfee in ogni ora del giorno, in ogni condizione atmosferica, divenendo dipendente dalla propria ricerca come forse non lo era mai stato prima. Le sue opere piacciono, è al vertice della sua carriera ed egli è felice ma, si sa, i pittori (a meno che non si tratti di Mirò o Matisse) non possono essere felici, non possono arrogarsi questo diritto: prima la morte della prima moglie, poi la seconda, poi il figlio e infine, forse la sua più grande disperazione, la cataratta. Come può un occhio singolare e attento come quello di Monet spegnersi? Come può ritrarre le sue ninfee e ogni singolo gioco di luce nell’acqua se la vista gli si offusca? Egli, inizialmente ritroso all’intervento, decide di operarsi facendosi togliere il cristallino ed ecco che i suoi occhi non sono più i suoi occhi: la pittura si fa nervosa, i colori vengono alterati ed egli pian piano sente che la sua ricerca, quella che l’aveva impegnato per tutta una vita, è ormai giunta al termine. Clemenceau da grande amico lo spronerà a non lasciar andare così il suo vero amore, dopo tanti anni, senza neanche un bacio d’addio: un bacio d’addio, è questo quello che Monet consegnerà al Musée de l’Orangerie.

Il documentario talvolta visionario e dai colori a neon quando cerca di riportare l’emotività del pittore, è accompagnato dal racconto e dai commenti di critici, fotografi e dagli stessi giardinieri che conservano il più grande patrimonio lasciatoci da Monet oltre ai suoi splendidi quadri, il suo giardino. La storia è ripercorsa molto lentamente, ogni sentiero da egli calpestato viene ripercorso (compreso l’atelier sulla barca), ogni paesaggio da egli ritratto viene inquadrato e ne viene mostrato il corrispettivo pittorico e la stessa colonna sonora fa percepire, silente, l’inquietudine dell’animo di uno dei pittori più grandi ed eleganti della storia.

Giorgia Fanelli

"Nel Foscolo è visibilissima quell'aria di irrequieto dolore, quel desiderio di pace e di oblio, che fu sì comune agli uomini e agli scrittori della generazione romantica, e che trovò forse la sua espressione artistica più intiera nel Renato di Chateaubriand. Questo lettore di Plutarco, questo che più volte si professa stoico, quando si scopre senza posa a sé e agli amici è un ammalato dei mali profondi delle età di transizione: non molto dissimile in ciò dal Petrarca, di cui perciò comprese così bene gli spiriti". Eugenio Donadoni (critico letterario)

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